Contando anche le due gare non valide per il mondiale, siamo in vista della trentesima corsa tonda tonda della massima formula a Imola. Trenta e lode, direi. Visto che il prossimo 18 aprile la F.1 torna in riva al Santerno e ci ricorre pure. È ufficiale. Sicuro. Scolpito nel marmo. E, se tutto va bene, il circuito riapre la stagione Europea del mondiale, come ai vecchi tempi. Tanto che oggi come allora in prima linea ci sarà Gian Carlo Minardi. Un tempo per le due macchine che schierava nella corsa di casa, preferibilmente con uno o due piloti italiani, “Puffo” Martini come minimo. Adesso perché è lui il Presidente di Formula Imola, avendo assunto la direzione a perpetuare un nome, una tradizione e un legame reciproco: di Minardi medesimo proprio a Imola e dei tifosi a lui e a lei, alla pista. Vedete, questa storia possiamo leggerla in vari modi. Come uno stupendo successo di Aci/AciSport e del suo Presidente Angelo Sticchi Damiani, che nel giro d’un paio d’anni ha organizzato più gare iridate lui in Italia, tra F.1 e rally, che gli Stati Uniti dall’era Eisenhower.

Oppure come il primo tangibile, squisito segnale della presenza di Stefano Domenicali nella plancia di comando di Liberty Media in chiave F.1. Ovvero a mo’ di feedback positivo per quanto di buono, anzi, di ottimo, mostrato a livello organizzativo, logistico e sportivo nel corso della passata edizione del Gran Premio, in piena pandemia. Esame difficile e ben superato, con un Gp 2020 molto godibile e probante, disputato su un tracciato tornato a modo suo a fare la differenza, anche se non ha più il lay-out dei bei giorni andati. Ma con gli schifi di pistacce che si vedono in giro, pure Imola senza Tamburello, con la Villeneuve strozzata e la Variante Bassa elisa, conserva comunque il suo meraviglioso e bel perché. E magari questi tre motivi non sono confliggenti ma armoniosamente concorrenti, ossia si sommano per dare e dire la verità e l’uno non esclude per niente l’altro, anzi, lo carezza suggerendolo sottovoce. Ma poi, di questa bella cosa, del ritornato idillio tra Imola e il calendario del mondiale, v’è una quarta spiegazione che funge da collante avvolgente, prezioso e premiante perché, penso, sia la più dolce, calda e vera di tutte, in quanto imbevuta non tanto di buona politica, ottima amministrazione e lodevole competenza come le prime tre, ma di pura passione frammista a poesia. Perché, vedete, il viaggio d’andata di Imola verso la F.1, lo scorso anno era già tanto, ma il ritorno del prossimo aprile dice molto, infinitamente di più.

È la dimostrazione che il sofferente distacco che avevamo provato in tutti questi anni, il senso di vuoto per una storia spezzata, il travaglio di una mini epopea malinconicamente interrotta dopo il biennio di sfida Schumi-Alonso nel 2005-2006, finalmente hanno portato a qualcosa di presumibilmente stabile e che torna lentamente a ristrutturarsi. Quanti pomeriggi di primavera a ritrovarsi sul tracciato, senza una macchina sull’asfalto o solo con qualche bella belva del passato a emettere qualche cauto ruggito così per sport, a testimoniare l’importanza dei sogni mai rinnegati, della passione, del richiamo celebrativo di nomi quali Ayrton Senna o Gilles Villeneuve e perché no, anche Roland Ratzenberger. Magari per stringersi tutti in una sala per intervistare un vecchio pilota, per commentare un nuovo libro ovvero dandosi appuntamento al Tamburello per una messa commemorativa, anche se parecchi di noi non si confessano ormai da un pezzo. Le ricordo, certe frasi buttate là da qualche simpatico criticonzo ai Minardi Days: ma cosa state a fare, lasciate perdere, Imola e la F.1 sono ormai cose passate e separate per sempre, il mondo va avanti, i Gran Premi ora sono altrove e rappresentano tutta un’altra cosa.

Questa di voi passatisti è solo cecità patetica, voglia di non voltar pagina per l’inettitudine a farlo, il culto delle cose di ieri ha rotto le scatole, eccetera, eccetera, eccetera. Ma andate ad asciugare gli scogli, c*****i. La storia, il recupero, la rinascita e il ritorno non saltuario del circuito di Imola nel giro della F.1 sono la dimostrazione palmare che una gran bella parte del merito va anche a chi, in questi tre lustri difficili, difficilissimi, ha comunque tenuto il terreno ben arato e intriso di stimoli di bell’automobilismo, di momenti d’incontro e d’umanità aventi per centro nevralgico proprio il circuito e le sue strutture, di salvifici richiami al vaccino della passione, i quali, una volta tornate le condizioni per avere di nuovo boccioli e germogli, hanno fatto la differenza.

Ecco, la rinascita della liason meravigliosa tra Imola e la Formula Uno è la dimostrazione che la nostalgia degli appassionati non solo è un diritto, ma un’arma potente e bellissima, una meravigliosa terapia ossigenante, certe volte utile e fattiva quanto i soldi, gli appoggi e le mosse politiche intelligenti. Tutt’altro che vuoto rimpianto fine a se stesso, quindi. Adesso che il Gran Premio a Imola sembra poter avere un futuro non solo episodico, dobbiamo essere orgogliosi e dire grazie anche a tutti coloro che su Imola avevano continuato a scommettere anche solo per una simpatica e ben gestita rimpatriata, quale punto d’incontro di vecchie glorie, in honeycomb, carbonio ma anche in carne e ossa. Per questo mi piace pensare e vedere Gian Carlo Minardi come una figura importante, definita e fondamentale, in questa storia. L’anello di congiunzione tra presente, passato e futuro di Imola.

 

Perché lui c’era da Costruttore nei bei tempi andati, c’è stato da nostalgico irriducibile (e magari ci torna, eh) per i suoi Minardi Days, quando tutti pensavano che stesse pascolando pecorelle perse per sempre, e ci sarà anche in aprile e chissà per quanto - auspico per tanto, al di là dell’emergenza Covid-19 - a rappresentare la parte onesta, calda, tignosa e vera del nostro automobilismo. Quella che non s’arrende mai, che continua a crederci e, quando non ha niente di bello per stare sveglia, s’addormenta con un occhio solo e con quello si rigenera, permettendosi il lusso di sognare e ricreare un bel futuro per tornare a crederci ancora.

Tutto passa, niente è per sempre, claro que sì, ma quando si trattano certi argomenti il moto ciclico virtuoso ci restituisce una realtà capace di tornare carezzevolmente sui suoi passi, di fare il giro e ripresentarsi per essere riabbracciata, con nomi che commuovono, inorgogliscono e ci fanno sentire parte della stupenda famiglia delle corse. Tanto italiana e, honoris causa, pure molto Imolese. Proprio per questo la sofferenza di questi anni, la voglia di credere ancora in Imola e per Imola, nonostante tutto e tutti, sono servite non solo a qualcosa ma a tanto, tantissimo, e se tutto ciò che adesso pare bello e quasi scontato, non lo è per niente. La magia dei Gran Premi torna a far parte di Imola: intanto c’è solo da gioire per questa vittoria. Meritata, perché fortemente cercata, propiziata e sapientemente gestita dalla politica sportiva ad altissimi livelli. Bella e affascinante come una vincita fortunata, che però vanta artefici e benemeriti d’eccezione, in questo stupendo Santerno al lotto.