Dio mio, com’è diventato complicato il mondo e, con esso, quello della F.1. Ricordo da bambino uno striscione appeso alle reti dell’autodromo di Monza, pubblicato come foto su Autosprint Anno 1976, che sintetizzava l’afflato dell’italianità nel Circus in sole due righe, dicendo più o meno: “Ferrari, Brambilla e Merzario, siamo con voi”.

In una riga c’era tutto, senza trascurare nulla o quasi, del patriottismo tricolore, anche se del boxer Alfa Romeo montato sulle Brabham a sponsor Martini o di Pesenti Rossi con la Tyrrell autogestita manco si parlava, ma lascia stare.

La nuova Formula 1

Il cuore innanzitutto e il cuore quello diceva. Adesso no. È tutto cambiato, quasi mezzo secolo dopo. Non c’è più il certamente italiano e l’assolutamente straniero, ormai è tutto mix, melange, contaminazione culturale, melting pot, sinergie, compenetrazioni societarie, joint venture, partnership, forniture privilegiate, affiancamenti e rapporti preferenziali a titolo oneroso. Insomma, una cosa strana, ma non necessariamente mal giudicabile.

Anzi, non c’è proprio niente da giudicare, ma solo da capire, accettare e catalogare, per comportarsi di conseguenza. Per esempio, a parte la Ferrari che resta italianissima ma è anche e sempre più organismo ed entità di natura, respiro e attrazione onirica transcontinentali, noi italiani abbiamo anche, a tutti gli effetti e tutti gli affetti, Alfa & Alpha: rispettivamente Romeo e Tauri a costituire altrettanti poli d’attrazione positivi.

Un po' Alfa, un po' Svizzera

Da una parte ciò che resta del Biscione appiccicato alle fiancate della Sauber, ovvero un rapporto che può essere interpretato fondamentalmente in due modi. Quello razionale e disincantato dice che è una sponsorizzazione pervasiva e niente più, una sorta d’inizio di sogno di Sergio Marchionne, ormai in esaurimento perché le cose sono andate in un certo modo e, a partire dal destino dello stesso Marchionne, non verso quello sperato da lui, da noi, da tutti. Ma pazienza, perché c’è anche un altro modo di vivere l’Alfa Romeo fatta in Svizzera e motorizzata Ferrari. Ed è quello che si esplica percependo, al di là di tutto, qualcosa di magico, di unico e di innamorante in quel nome, in quei colori, nella musicalità di quel marchio che solo a pronunciarlo ci proietta in una dimensione altra, gloriosa, sfavillante e splendente, a settant’anni esatti dall’ultimo mondiale vinto da un pilota della Casa di Arese, in questo caso Juan-Manuel Fangio che succede al primo iridato nella storia F.1, ovvero Nino Farina.

Perché, vedete, ormai per farsi piacere questa F.1 non basta più la sua poesia, no, dobbiamo aggiungerci un po’ della nostra, laddove l’occhio e la fantasia del corteggiatore molto possono, nel rendere irresistibile l’immagine della desiderata amata. E allora chissenefrega di Hinwil, con rispetto parlando, degli assetti societari, del futuro che presumibilmente non sarà Alfa Romeo, di un’idea che ormai sta in piedi a fatica: quello che conta davvero è che, in un modo o nell’altro, il Biscione in F.1 c’è miracolosamente ancora.

Alpha... Minardi

E magari, anzi di certo, verrà il giorno in cui rimpiangeremo un momento come questo, quando ancora potevamo dire che c’era. Quindi, okay così. Godiamoci quel che c’è. Fino in fondo. Stesso discorso per AlphaTauri. Sembra quasi il nome di una stella battezzata da un astronomo mezzo briaco o da un astrologo quasi sobrio, però in questi casi la luna consiglia prudenza e poesia. Perché AlphaTauri è tutto ciò che resta di Toro Rosso che è tutto cià che resta di European Minardi, che era tutto ciò che restava della Minardi di Gian Carlo Minardi che al mercato mio padre comprò, per dirla con Branduardi.

Quando guardo e godo per i bei risultati della squadra faentina, anche in questo caso non mi limito a fare un ragionamento freddo o asettico, ma m’autoesalto pensando che quella non è solo una monoposto realizzata a Faenza con capitali austriaci, ma qualcosa di diverso e qualitativamente delizioso assai: essa è anche tutto ciò che resta - e resta tanto - del sogno antico di Gian Carlo Minardi, che a sua volta aveva edificato attività, carriera, investimenti, rischi e sforzi su un altro sogno, quello di suo padre, peraltro prematuramente scomparso, a rendere il tutto ancora più caldo, tenero e struggente.

L'unico pilota Tricolore

E poi c’è la faccenda dell’unico italiano alla guida di una monoposto di F.1, ovvero Antonio Giovinazzi. Un fiore nel deserto. Una pianta rampicante tignosamente abbarbicata in una sorta d’inverno nucleare. Quale? Il Circus dell’era moderna, ovviamente.

È triste pensare che nel 1953 Farina e Ascari avevano vinto tre dei primi quattro campionati mondiali disputati della giovanissima Formula Uno e che l’Italia poteva vantare anche gesta e palmarés di indimenticabili campioni quali Nuvolari e Varzi a rendere il nostro Paese una scuola faro a livello mondiale non solo per i bolidi prodotti, ma anche per il coraggio e le qualità di chi li guidava. Poi la nemesi. Il punto zero. Sic transit gloria mundi.

E dal 2008, negli ultimi dodici anni la crisi economica mondiale, coi suoi devastanti riflessi a livello nazionale, e il turbocapitalismo reale della F.1 che guarda verso nuovi mercati, hanno creato le condizioni oggettive per un ulteriore inaridimento della presenza tricolore nei Gp. Antonio Giovinazzi è tutto ciò che ci resta di un patrimionio umano immenso, eroico, perlopiù sfortunato e che ben altro avrebbe meritato negli ultimi decenni, citando di passata Elio De Angelis, Michele Alboreto e pure Riccardo Patrese.

Quello striscione, oggi

Dai, se la Ferrari digiuna dal mondiale da dopo il 2007, la ferita più profonda, sanguinante e dolorosa dell’automobilismo italiano, anzi, senza tema di smentita, di tutto lo Sport Tricolore è quella che ci vede in astinenza dal titolo Piloti dal lontanissimo 1953, con sessantotto anni di quasi niente (pur riconoscendo l’italianità meravigliosa di Mario Andretti), ovvero di sete levata col prosciutto, come direbbero i nostri vecchi. E allora, non dimentichiamoci di tutto questo. Non scordiamoci d’essere italiani. E non solo perché non possiamo non sentirci ferraristi, ci mancherebbe, ma anche e soprattutto perché ritenersi Tricolori significa qualcosa d’altro, di forte, commovente e per certi versi di drammaticamente pervasivo, se guardiamo le questioni da appianare, gli appetiti da colmare e le soddisfazioni da (ri)prenderci.

Perché senza l’Italia sportiva, della tecnica, del cuore, dei capitali e dell’ingegno, la Formula Uno sarebbe e varrebbe poco e nulla. Per questo, quasi mezzo secolo dopo, adattando l’adattabile e gustando il gustabile nelle pagine che seguono, concludo citando con senso della continuità quello striscione visto da bambino su Autosprint: “Ferrari, Alfa Romeo, Alpha Tauri e Giovinazzi, siamo con voi”.