Piaciuto il GP di Spagna? Sì e no. Be’, è stata una sfida tirata tra Hamilton e Verstappen, diranno i soliti entusiasti, anche se più che una gara di F.1 sembrava tanto una guerra endurance, per svolte narrative e ritmo della lotta. Morale della favola, la classifica finale è quella della processione laica tipica della massima formula, con Hamilton davanti a Verstappen e Bottas, ovvero i tre uomini più contemporaneamente a podio come frequenza di tutti i tempi... Giusto a ribadire che qui più si va avanti meno le cose cambiano. Ma questo sarebbe il meno. Mettetela come vi pare, qui i dati di fatto parlano chiaro. Siamo di fronte al più grande, indiscriminato, netto e dittatoriale dominio nella storia della Formula Uno.

Il domino è quello austriaco

Mo’ questo ridice di Mercedes, direte tutti, già mezzi scojonati. E invece no, qui non si parla di marche, marchi o che, ma di nazionalità, di appartenenza, di bandiera, in una Formula Uno che di bandiere ormai ne riconosce poche, quasi nessuna, per la precisione. Il punto è un altro. Fateci caso. È da metà 2009, ovvero da quando la BrawnGp s’è messa ad andare più piano, comunque andando a vincere alla fine il titolo Piloti con Jenson Button e quello Costruttori, che la leadership iridata spetta sempre e solo, aggiungo invariabilmente, agli austriaci.

Sì, lo so che fa tanto fante di Vittorio Veneto, ardito o ragazzo di trincea dire questo, però, caspita, è così. Perché dalla seconda metà del 2009 e per dodici anni filati, questo compreso, il mondiale, il paddock, il futuro e la gestione stessa del potere sono saldamente in mano a personaggi fieramente post-asburgici.

L'inzio dell'era austriaca

Nella seconda metà del 2009 inizia infatti il ciclo al top della Red Bull, team a base britannica, certo che sì, ma a capitale e trazione saldamente austriaca, perché i dobloni vengono da Dietrich Mateschitz il quale s’affida, in virtù di plenipotenziario sul campo, al 78enne Helmut Marko, austriaco pure lui, a sgomberare il campo da ogni dubbio. E, tra l’altro, tutte le decisioni più importanti sono sue, prima fra tutte quella di far debuttare Max Verstappen da minorenne, nonché la successiva, nel Gp di Spagna 2016, di farlo passare da Toro Rosso a Red Bull, peraltro clamorosamente e vittoriosamente. Ma c’è tutto il ciclo Vettel a parlare ancora più chiaro, con quattro campionati del mondo Piloti e altrettanti Costruttori in saccoccia, a dare il via a un dominio indiscriminato all’interno di un quadriennio fatato per il drink team, in poche parole sino a fine 2013.

Chi sono gli uomini al comando

La verità è che se Mateschitz è tutto quanto a carburante, Marko è il vero uomo forte, ovviamente coordinato con Christian Horner, il team principal, ma in ogno caso da lui del tutto indipendente e svincolato. Da lì cambiano i suonatori ma la musica resta sostanzialmente la stessa, poiché con l’avvento del turboibrido, dal 2014 in poi, inizia l’indiscriminato dominio Mercedes - 14 titoli mondiali tra Piloti e Costruttori, con una striscia vincente ben lungi dal considerarsi esaurita -, che all’inizio vanta in plancia di comando, altri due austriaci, ovvero Niki Lauda e Toto Wolff. Niki è presidente non esecutivo, Toto Wolff è team principal e anche il Ceo della Mercedes Gp e vanta il 33 per cento di azioni in sua mano, a dare alla sua figura non solo ampio margine decisionale nonché peso e responsabilità d’appartenenza.

Gli insegnamenti di Niki Lauda

E tra Wolff e Lauda le cose vanno meravigliosamente fino a che Niki ha la salute dalla sua, poi, purtroppo, tutto precipita. Tanto che nei confronti del compianto connazionale tre volte campione del mondo Piloti Toto avrà parole meravigliose, del tipo "Da un punto di vista strettamente personale la più grande lezione di Niki è stata: non arrenderti mai", ovvero: "Non si lamentava mai. Ha vissuto il dolore, ha dovuto lottare ma ne è venuto fuori. È ammirevole pensare alle avversità che ha vissuto e al modo in cui le ha affrontate. Col passare degli anni abbiamo imparato a conoscerci, eravamo molto diversi; e il suo modo di ascoltarmi, di essere per me un aiuto e poi un amico in un ambiente profondamente ostile, beh mi manca tremendamente".

La concorrenza

E, al di là degli aspetti sentimentali, c’è anche un versante tecnico e agonistico di cui tener conto. Perché se adesso il potere in Formula Uno è saldamente in mano al clan degli austriaci, è anche vero il contrario, ossia che la concorrenza più spietata, adesso e perfino di più, in chiave futura, se la stanno facendo Mercedes e Red Bull con quest’ultima che sta sottraendo una dopo l’altra pedine importanti, per essere pronta a mettersi in proprio nel migliore dei modi con una power unit autarchica, quando l’impegno diretto della Honda andrà a scadenza. In altre parole, dopo una civiltà della F.1 dominata in alternanza da italiani e britannici con qualche intermezzo tedesco o giap, il terzo millennio sta portando una novità inattesa e imprevedibile, con gli austriaci saldamente incistati nei due top team che da oltre un decennio stradominano la massima formula. E peraltro, ancora motivatissimi, affamatissimi, cattivissimi e intenzionatissimi a continuare su questa falsariga chissà per quanto, con Mercedes e Red Bull che si stanno letteralmente scannando ogni weekend.

Alla ricerca del Diaz

In altre parole, questi, oltre a rappresentare la stessa bandiera, si cavano anche il gusto di combattersi alla grande, mentre tutti gli altri nella migliore delle ipotesi non possono fare altro che sperare di occupare l’unica poltrona buona disponibile nella Formula Uno di oggi: quella di terza forza. Giunti a questo punto, non solo della stagione ma anche della storia di questa era, non resta che chiamarci dannunzianamente a raccolta - ma dolci e carinamente, simpaticamente e sportivamente, s’intende, eh non capiamoci male - patriotticamente avverso il potere austriaco in Formula Uno, contro lo sventolare ormai insistente della bandiera bianca e rossa su tutte le altre. Invocando un Monte Grappa, in attesa di Vittorio Veneto. E che Diaz ce la mandi buona.