Il Granpremietto serve solo a rovinare il mito della Pole Position

Il Granpremietto serve solo a rovinare il mito della Pole Position

Una presa di posizione contro la Qualifying Race sperimentata sabato scorso dalla F.1

19 luglio

Allora, vi è piaciuto il Granpremietto? Vi ha davvero convinto la Sprint Qualifying? A me, francamente, no. In Formula Uno abbiamo il problema che le gare - a parte quando si corre su piste vere come Silverstone, in parte Imola, Spa e Monza -, sono processioni senza sorpassi veri e quasi sempre prive di dinamiche evoluzioni di classifica, un po’ per i valori in campo, netti e definiti, un po’ per i circuiti, troppo spesso cunicolari e intestinalmente avversi a qualsiasi scossone e un po’ pure per le monoposto, lunghe come tram, sensibilissime alle scie e schiacciate a terra dalla downforce.

Due GP pallosi è meglio di uno?

Bene. Messe così le corse di F.1 ammorbano un po’, fatta salva l’idea di movimentare tutto con la sciarada delle gomme e dei pit-stop. E così l’idea qual è? Facciamone un’altra, di gara, no? Piccola piccola, da venti minuti, così le fidanzate non sbuffano e magari resta il tempo di fare un salto all’Ikea.

Della serie: con i Gp pallosi abbiamo un problema? Duplichiamoli, così averne due in un weekend ci distrarrà dalla sventura dell’averne uno. Tanto che il Granpremietto di Silverstone, come quasi tutti i Gp veri della F.1 moderna, dura un giro o poco più, nel senso che bastano cinque-sei chilometri per definire la classifica, tutto il resto è gestione, contenimento e lieve assestamento. Cioè, niente.

Pole Position mito vero della F1

Niente di che. In compenso questa grande rivoluzione della Formula Uno moderna, come qualcuno ottimisticamente tuttora la definisce, in realtà attacca e intacca il sacro concetto stesso di pole position che si era venuto sublimando negli anni d’oro del turbo, delle minigonne, dei motori da qualifica e delle gomme che duravano a volte meno di mezzo giro. Da sempre, nell’era moderna, la sfida della F.1 era composta da due momenti distinti, ovvero il giro secco, lo sfogo dionisiaco della potenza nell’arco minimo di spazio e tempo, e, al contrario, l’impegno vasto e strategico in ottica gara, la gestione di capacità e affidabilità del mezzo sulla misura lunga.

Tanto che pure i primi Gran Premi, quelli all’alba del mondiale, avevano una durata quasi da gara endurance e, in ogni caso, un conto erano le prove e ben altra cosa la situazione corsa. Adesso no, secondo la filosofia tuttora in sperimentazione propria del Granpremietto, non più.

Le tre, nuove, entità

L’idea è quella di creare addirittura tre entità. La qualifica del venerdì che ci dà il cosiddetto King of Speed, ossia il Re della Velocità. Dio che malinconia. Quindi eccoti il Granpremietto del sabato, dal quale scaturiscono il pole sitter, la pole position e la griglia di partenza e, infine, la gara della domenica. E il fatto stesso che il Granpremietto attribuisca, sia pur in minima parte, dei punti, dice chiaramente che si tratta di una sorta di ipotetico cavallo di Troia per fare introdurre gradualmente l’accettazione al concetto di doppia gara, così come è strutturata da sempre, per esempio la Superbike, ovvero sulle tracce di come funziona la Formula 2.

Il pericolo della doppia gara

E solo questo alla lunga è un pericolo mica da poco. Perché se la corsa si chiama Gran Premio, anche etimologicamente ciò vuol dire e connota qualcosa di molto preciso. Il Gran Premio è e deve essere uno e, con esso, uno il vincitore e una la gara. Se se ne disputano due, è un’altra cosa, non è Formula Uno iridata. Bensì si entra nel concetto di show, di attrazione, di spettacolo appetibile, non certo di sfida secca allo stato puro, di cimento duro, spietato e certificato in una ritualità che se vuole essere considerata sacrale deve avere i concetti e le prerogative di stabilità e immutabilità tendenziale.

Perché la sociologia dello Sport spiega da decenni che il concetto stesso di gioco significa entrare in un cerchio magico nel quale valgono regole e principi del tutto distinti dalla vita normale, che per essere osservati e creduti - appunto, stando al gioco - devono avere il più possibile un loro svolgimento stratificato nel tempo, oliato e osservato, rispettato dalla consuetudine e dalla storia stessa.

Cambiamenti e pericoli

Cambiare, mutare, mutuare, stravolgere, piegare i rituali alle proprie esigenze da una palla e un soldo come si trattasse di plastilina, significa non capire i principi base della sacralità del rituale sportivo di un evento. Andare a pistolare e sbrindellare i rituali plurimezzosecolari della F.1 è come cambiare la Costituzione di uno Stato sovrano tramite un’assemblea di condominio. Pensare che la F.1 possa avere il Granpremietto come la Can-Am a inizio Anni ’70, significa innescare un processo di decadimento dei principi e dei valori strutturali del nostro Sport dalle conseguenze gravi e incalcolabili.

Anche perché un Gran Premio è un Gran Premio. Fin solo partecipare a un Gp vero, da sempre, è una cosa che ti cambia la vita, se sei un pilota.

Svilire la storia della F1

Messo così, invece, tutto è svalutato, inflazionato, svilito, sfilacciato, copiaincollato e duplicato, creando d’amblé una garetta da niente che forse moltiplica l’interesse dei profani, incuriosisce davvero solo chi non ha vera cultura delle corse, andando a contaminare e a snaturare l’importanza di quella che erano una volta la Pole Position secca e strappacuore nonché la gara, da sempre unica e irripetibile. Invece no, manco ti vedo.

E, occhio, col Granpremietto Senna e Hamilton non avrebbero mai costruito le loro leggende di Re della Pole, proprio no.

Le differenze con il calcio

Ancora una volta dico chiaro che quelli del calcio sono migliori di noi. Più seri. Assai più conservativi e rispettosi delle tradizioni, ecco. Prova solo a introdurre in qualsiasi campionato una partitella di mezz’ora il giorno prima della partitona per assegnare mezzo punto alla cavolo e ti ritrovi i tifosi coi forconi sotto le finestre della Federazione.

Perché nel calcio di stravaganze teoriche ce ne possono stare tante, ma da quando le squadre scendono in campo e l’arbitro pianta il primo fischio, oh yes, da lì in poi si fa sul serio e poche storie.

Lo show

Noi no. Noi abbiamo il problema della appetibilità. Dello show. Della voglia di piacere a tutti i costi e compiacere non si sa bene chi.

I millennial? I baby che giocano alla Play? La zia Berta? Boh.

Allora di gare ci tocca provare a farne due. Una finta da accoppiare alla solita sempre meno vera. Il Granpremietto è un modo carino per rendere più piacevole il weekend, ho sentito dire. Ah, sì? Non ti bastava vedere la lotta per la pole e una gara? E perché non provare a vendere qualche pentola a quelli che si fermano in gara per i pit-stop o, che so, a correre con un occhio bendato o un parente anziano a bordo, per interessare pure la sòra Cesira?

Di cosa ha bisogno la F1

Dai, per cortesia. La Formula Uno non ha alcun bisogno d’essere più piacevole, perché piacevole è un aggettivo che non c’entra assolutamente niente né con i Gran Premi né con il Motorsport. La Formula Uno ha semplicemente bisogno d’essere credibile. E credibile lo è e resta esattamente se continua ad avere solo e soltanto delle prove libere, delle qualificazioni con tempi sul giro secco e una gara, bella lunga, tosta, su circuiti selettivi e storici - come Silverstone, visto che roba, la gara vera? -, decenti e strutturata come sempre, punto.

Tutto il resto con i Gp propriamente detti non c’azzecca niente. Fatene un altro a Monza, di Granpremietto, quindi completate le tre provelle e poi, per cortesia, lasciate stare le Sprint Qualifying e cercate di rendere più guardabili e meno scontati i Gran Premi veri, su piste coi controfiocchi.

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