Visto? In F.1 se piove al via finalmente le corse diventano aperte e incerte: in una parola, esaltanti. Come il Gp d’Ungheria. Altro che riforma tecnico-filosofica in chiave 2022, aveva ragione Bernie: liberate gli idranti ogni quattro e cinque giri e anche una pistaccia maledetta come l’Hungaroring diventa più probante e spettacolare della vecchia Spa. Gulp. Ma questo sarebbe il meno. La grande rivelazione del GP d’Ungheria, la magia magiara, sta soprattutto in quel che accade nell’ultima parte di gara, con Alonso che blocca Hamilton per giri e giri, di fatto distruggendogli la corsa e salvando laghirba alla strepitosa ma in quel momento fragile leadership del compagno di squadra Ocon, poi libero d’andare a festeggiare uno storico trionfo per il marchio francese, il quale, sarà bene sottolinearlo, come armatore e timoniere vanta italiani del calibro di Luca De Meo e Davide Brivio. Ma andiamo oltre e torniamo a Nando, perché il centro gravitazionale della corsa è proprio lui, l’appena quarantenne bi-campione del mondo, per sempre nella storia della F.1 come il pilota che per (eccesso di) carattere e personalità ha perso più titoli mondiali di tutti gli altri messi insieme.

Ebbene, è proprio nel momento più cruciale della corsa che su Fernando, improvvisamente, grava la scelta più terribile di tutte, quando dagli specchietti della sua Alpine vede arrivare con una dannata fretta la Mercedes di Lewis Hamilton. Che fare? Dare via libera senza starla troppo a menare a Lewis, di fatto permettendogli d’andare a prendere Ocon ed evitando così che il compagno di squadra colga una vittoria devastante per la posizione politica dello stesso spagnolo all’interno del team Alpine, oppure provare a resistere contro Hammer, privilegiando il team spirit e soprattutto l’aspetto agonistico puro e anche il fatto che il sette volte iridato di fatto è l’uomo che gli sta meno simpatico sul Pianeta Terra?

Alonso ha di fronte una scelta la quale più che tattica improvvisamente diventa esistenziale, di vita. Sorta di liberatorio, istantaneo e del tutto inatteso risarcimento della polvere, e non solo della polvere, che ha dovuto mangiare negli ultimi due lustri, quando il suo caratteraccio difatto l’ha tolto dal giro buono dei top team che l’hanno estromesso dalla guida di una macchina vincente, condannandolo alla McLaren Gp2 engine, prima - ma chi poteva mai pensare che la Honda avrebbe fatto così male, sulle prime?! - e quindi ai purgatori dorati di Indy, Le Mans e della Dakar.

In poche parole, due giorni dopo compiuti quaranta anni, per uno stranissimo gioco della sorte, Matador si ritrova a poter vivere la controprova della vita. Hai un’età in cui gli sportivi il massimo che possono sperare è un’amante acrobatica da nascondere il mercoledì nelle partite di calcetto registrando la come Jessico sul cellulare e improvvisamente ti si presenta l’occasione per dimostrare quello che urli da anni: e cioè che nelle condizioni giuste andresti uguale se non meglio di Hamilton.

E allora sai che c’è? C’è che Fernando Alonso una volta di più non fa il furbacchione, il machiavellico, il politico, il cunicolare, il tortuoso, il cardinalotto che cede il passo così a perdere là davanti sarà il ragazzetto che rischia d’oscurarlo in Alpine. No, no, no. Non cose da Fernando. Lui non è così. Cavolo, s’è rovinato il curriculum iridato proprio perché ha sempre detto ciò che pensava e fatto quel che voleva in barba alla logiche di squadra, di marchio e di corporation, quindi figuriamoci. Oh yeah, la chance è quella di dare sportivamente una lezione, di far prendere la sudarella, di far cacciar fuori due metri di lingua a Lewis Hamilton, al prezzo che vinca Ocon e Nando in un centomillesimo di secondo sorride dentro il casco e dice tra sé e sé: perché no? Meglio Ocon vincitore, l’Alpine felice e Alonso risarcito nell’orgoglio, piuttosto che il solito Hamilton pronto a far fuori tutti, peraltro svantaggiato dalla folle tattica Mercedes di farlo partire da solo, ma anche baciato dal solito monumentale culo per essere miracolosamente sfiorato da tutte le sfighe possibili alla primissima curva del via n.1.

La verità? Ci sono due modi di essere, di correre e di vivere, nella F.1 moderna. Il primo è alla Alonso, il secondo è alla Hamilton, i quali in comune vantano solo - e non è poco - dei talenti di guida immensi entrambi. Lo spagnolo da millenni è un parlachiaro, financo un lamentoso, a tratti un piantagrane, uno entrante, uno che non si tira indietro, non di meno un casinaro e un impolitico. Hammer, al contrario, è un avveduto, uno che misura tutto, un felpato, un sorridente coniglietto mannaro, a tratti buono e a volte buonista. Uno di quelli che sa sempre dire la cosina giusta, mentre Nando al novantotto per cento in un nanosecondo butta là davanti alle telecamere la frase che farà incazzare più terrestri possibili, pronti a fargliela prima o poi pagare.

Tutto questo dal primo e unico anno in cui i due furono leggendari compagni in McLaren, il 2007, con un mondiale perso all’ultimo tuffo a Interlagos, nel giorno bello per la Ferrari e per Raikkonen. Be’, quel pomeriggio Alonso passava alla storia come lo sconfitto più felice nella storia della F.1 perché quel titolo non lo aveva vinto Lewis Hamilton.

Via, su, Lewis è la sua nemesi, non tanto e ormai non certo un semplice rivale, rappresentando il suo opposto filosofico, il reciproco algebrico di tutte le cose in cui crede, il contrario della sua scala valoriale e attitudine caratteriale. Da lì la scelta dell’Hungaroring, senza dubbio alcuno. L’alternativa del diavolo che diventa facile e liberatorio cimento. Che vinca Ocon e che soffra Lewis, dunque. Caro Lewis, forse non mi passerai mai, in questo Gran Premio, e se lo farai accadrà quando non ti servirà più a niente, perché certi pomeriggi un po’ così con un’Alpine ci puoi fare tante cose. Se ti chiami Ocon, puoi vincere una semplice gara mondiale, se sei Fernando Alonso, ci puoi stoppare e tappare un sette volte campione del mondo, facendogli scuola di spietate traiettorie scudo, mostrando la difesa più correttamente prolungata in tutta la storia moderna della F.1 sul tracciato che, benché tornato asciutto, sembra essersi trasformato nel più spettacolare dei toboga perché baciato dalla classe dei due campioni in battaglia.

Pochi giri, Nando, ma nobilitano i tuoi quarant’anni, ti rilanciano come pilota e mostrano che come uomo hai finalmente fatto la scelta giusta. Palle, orgoglio e spina dorsale ora stanno bene, perché ne hai ridimostrate in quantità industriale. E poco importa che un lunghetto alla curva 1 al 65esimo giro abbia dato via libera a un Hamilton ormai impossibilitato di far meglio che terzo. La prodezza di giornata è del Matador, l’uomo del giorno resta Alonso, la storia del mese non può che essere del neoquarantenne il quale insegna che nella vita saper essere scomodi e a tratti indesiderati è il prezzo e il premio di una meravigliosa dignità e di una riconquistata autostima, peraltro mai perduta.

E così, se il giorno 1° luglio 1979 la Renault aveva colto a Digione la prima vittoria F.1 della sua storia turbo con Jabouille oscurato dal duello meraviglioso tra Villeneuve e Arnoux, il 1° agosto di quaranta due anni dopo la Alpine blu, geneticamente figlia della mamma gialla, segna il centro iniziale e iniziatico con un altro francese, Ocon, un po’ impallato dalla prodezza dei duellanti Alonso e Hamilton. Con Lewis che trova pane per i suoi denti e Nando che, romanticamente, agonisticamente e umanamente, ritrova se stesso.