Sta per cominciare la 24 Ore di Le Mans e viva Le Mans. Viva tutto ciò che la classicissima della Sarthe incarna, rappresenta e simboleggia di diverso, alternativo e disintossicante, rispetto all’ovvietto sbattuto della Formula Uno. Viva le pigre teorie di vetture dai fari che lampeggiando bucano Mulsanne avviandosi verso il tramonto. Viva l’odore dei salsicciotti pronti a fendere baguette ascellari nei mille barbecue a bordo pista - meno di mille, magari, visti gli accessi calmierati causa Covid -, viva i sessantadue equipaggi desiderosi di schierarsi al via e tra loro viva i quarantenni, i cinquantenni e i sessantenni che partecipano alla gara più bella dei mondo e che nei Gran Premi neanche potrebbero affacciarsi in zona paddock, perché il Circus se la tira, fa correre solo chi dice lui, come dice lui e perché dice lui.

Hypercar Ferrari, Coletta: "Lavoriamo a idee nuove e sarà un prototipo ibrido"

Viva il serpentone delle vetture quando si dipanerà al primo giro giù dal ponte Dunlop verso le esse de La Foret, perché dà vita a uno spettacolo rutilante e soprattutto romantico, che sa di cose antiche e nuove e di una passione che fende secoli come fossero pani di burro. Burro sciolto alla temperatura di motori che urlano, cuori che battono e mille storie individuali che lì convergono, a ricordare che a Le Mans e nell’endurance la leggenda non ha bisogno dei libri di storia, è cotta e subito mangiata, sfornata calda e croccante, perché si scrive sotto i nostri occhi. Sinceramente non so cosa accadrà in gara nell’edizione 2021, nessuno lo sa, ma ho la sensazione che, dopo aver sciolto la maledizione che la voleva sempre perdente alla Sarthe, ecco, sfatato il sortilegio, i giapponesi della Toyota hanno un tantino stufato e vederli perdenti sarebbe bellissimo, benché abbiano il merito grande d’essere stati i primi a credere nella nuova dimensione Hypercar. In ogni caso, tifo per la gara matta ed eventuale di una sfidante asorpresa, pronta a dar fastidio, ai primi guai delle favoritissime ma non invulnerabili giap, ecco.

Detto questo, la verità è un’altra. L’evento di gara più politicamente importante dell’ultimo mezzo secolo della Sarthe e dei recenti quaranta anni del mondiale Endurance è un altro e non ha niente a che vedere con lapista, ma riguarda il bordo pista. È la presenza di John Elkann in veste di mossiere, il clou della faccenda. Perché, sulle tracce del nonno Gianni Agnelli, il Presidente della Ferrari con un colpo di bandiera suggella un ritorno, la ripresa di un idillio, di una magia e una malìa, di un fascino unico che vanta una storia più lunga di settant’anni, esattamente come quella del Cavallino Rampante che proprio a Le Mans nel 1949 ha colto la sua prima vittoria grande oltreconfine. La storia che lega la Ferrari a Le Mans e alle corse di durata è grandiosa. È il palcoscenico che ha fatto immensa, incommensurabile subito e da subito la Rossa - undici mondiali di durata vinti nelle prime tredici edizioni del campionato -, sì quella Rossa che ha reso leggendarie le maratone con belve e campioni dai nomi e dai suoni che sembrano una marcia trionfale impastata di sogno e realtà. Volete la verità? L’annuncio nella prima parte di questa stagione del ritorno Ferrari in chiave Hypercar nelle gare di durata è la notizia più clamorosa, tonitruante e rivoluzionaria dell’ultimo mezzo secolo di corse. Perché senza la Ferrari l’Endurance non va da nessuna parte e senza ambire agli assoluti nelle classicissime di durata in chiave iridata la Rossa non innaffia le sue radici, non portando linfa al suo complesso e non più giovanissimo organismo.

Ferrari nell'endurance? Patrimonio dell'umanità!

La verità? Dal 1974 l’endurance attraversa una lunghissima, travagliata, mortificante e per certi versi ammorbante crisi d’identità. Dall’anno in cui la Ferrari s’è dedicata esclusivamente alla F.1, le corse di durata hanno provato a cambiare pelle mille volte, ma il danno, il vulnus, il graffio al Dna dato dall’assenza della Ferrari mai più in lotta per l’assoluto, non hanno mai avuto riparazione. L’era Sport 3000 cc di metà Anni ’70, il folle sdoppiamento tra mondiale prototipi e Gruppo 5 operato nel 1976, la fragile, creativa ma deludente era delle Silhouette, quindi l’avvento del Gruppo C dal 1982  - dove la C stava per Consumo -, in pratica un monomarca Porsche con la partecipazione straordinaria della Lancia, poi la demenziale sprintizzazione delle corse di durata a inizio Anni ’90, coi nuovi motori aspirati a 3500 uguali a quelli per i Gp per invogliare Peugeot, Twr e Mercedes a passare in F.1, fino a uccidere, distruggere, devastare tutto il mondiale Marche in nome del disegno formula unocentrico di Ecclestone e Mosley, avidi e famelici e mica tanto rispettosi della gloriosa tradizione endurance...

Ecco, più che storia, questa sembra essere cronaca nera dell’assassinio voluto di una categoria. Risorta nel terzo millennio - bravo, per questo, Jean Todt! -ma mortificata prima dalla troppa superiorità del turbodiesel e infine riammazzata dalle esagerazioni insostenibili dell’ibrido in chiave Lmp1. Insomma, una vergogna sportiva. Un tracollo storico. Un esempio mezzosecolare di gestione orrenda, personalistica, deludente delle corsedi durata. Che comunque, per carità, hanno prodotto bolidi da urlo, mille Le Mans bellissime, milioni di storie stupende e centinaia di piloti, fortissimi o appassionatamente panciuti, tutti degni d’essere ricordati. Eppure nell’aria, da mezzo secolo, anzi, da inizio 1974, c’è sempre quell’atmosfera di buco sportivo, di vedovanza istituzionale, di assenzache fa male e che, in una sola parola, si chiama Ferrari. Perché l’endurance è una favola che somiglia tanto a quella di Pinocchio, in cui Geppetto è la Porsche, ma il falegname da solo tanto fa ma poco può, se accanto a lui non c’è la Fatina, la quale, più che turchina, nelle classiche endurance è bella Rossa e porta stampigliato il Cavallino Rampante. Porsche Vs Ferrari, vogliamo vedere, come minimo. Geppetto & Fatina, poi vedrete che Pinocchio mai più burattino...

E più Alpine, Glickenhaus e Peugeot accorreranno, meglio sarà. Questo è il senso sacrale di tutto, l’imponente e grandioso scenario checi si para davanti e che non abbraccia tanto il presente, quanto il futuro addirittura in chiave 2023, ma non importa, perché il cammino è tracciato,la direzione presa, la trama iniziata e la narrazione già avvincenti.

Ferrari & endurance tornano a stare insieme. Per bene. Per il bene di entrambe. In chiave vittoria o sconfitta assoluta, poco importa, ma le entità più classiche, antiche, complicate e romantiche del Motorsport si stanno carezzando, sono ai preliminari, ai primi baci e alle carezze rubate e presto partiranno pulsioni e ormoni da mandare a letto i bambini, perché le emozioni, i contesti e lo spettacolo rischiano d’essere così selettivamente appassionanti, da finire riservati a un pubblico rigorosamente adulto. E carezzevolmente, storicamente e sentimentalmente maturo, di sicuro, quanto se non più di quello della F.1. Ecco, questo sta per cominciare a succedere a Le Mans, quando John Elkanndarà il via simbolicamente alla gara facendo tornare in ballo una storia, LA STORIA tra la Ferrari e le corse di durata che è come l’amore che lego, slegò e rilegò Elizabeth Taylor e Richard Burton o il feeling che dopo sedici anni d’interruzione fa tornare insieme Jennifer Lopez e BenAffleck, perché certe liason vendittianamente son così, fanno giri immensie poi ritornano.

E, sinceramente, su questa storia mica mi accontento d’averci scritto un libro - che trovate allegato al numero di Autosprint -, no, no, nonme ne faccio una ragione, da quanto sono contento, solo al pensare a Elkann & Coletta che già guardano i primi rendering della Ferrari Hypercar, perché quello, oltre che il loro progetto, è la foto più calda e più bella del nostro album famiglia che torna a scorrere e ad alimentarsi. In un abbraccio tutto Ferrari-Magia Endurance che, come quello tra JLo eBen Affleck, magari non sarà per sempre, ma è l’imperfetta risposta all’umanissimo e poetico desiderio di un riparato e momentaneo anelito che le radici di ciò che nella vita conta davvero hanno verso l’eternità.