Il 12 marzo 1947 era un mercoledì. L’Italia era in ginocchio, ferita dalla guerra e mentre il Paese tentava faticosamente di rimettersi in piedi, a Maranello un uomo uscì dalla sua azienda al volante di un prototipo che non aveva nemmeno il cofano motore. Aveva 49 anni e i capelli già imbiancati: il suo nome era Enzo Ferrari

Per quel giro di prova indossò non solo la camicia ma addirittura la cravatta: si narra che l’avesse fatto perché quello era un giorno davvero speciale. Imboccò la strada che porta a Formigine, sollevando polvere e proprio alla polvere attribuì quel filo di lacrime che scese lungo le guance. 

Pianse quel giorno l’uomo alla guida perché quell’auto tutta sua l’aveva vagheggiata per anni, l’aveva sognata negli incubi notturni della Guerra, l’aveva pensata in ogni dettaglio mentre le bombe minacciavano la sua fragile creatura a Maranello. Attraversò veloce le campagne tra le curiosità dei contadini che vedendolo passare avevano subito capito chi fosse al volante.

Quel giorno di 70 anni fa, quando Enzo Ferrari portò per la prima volta a spasso la 125 S, la sua prima auto, nasceva il più grande mito dell’automobilismo. Non in una grande città industriale; in mezzo ai campi di quella che tanti anni dopo sarebbe stata ribattezzata la Motor Valley. Gente operosa e sanguigna gli emiliani: “L’operaio di questa terra – disse Ferrari – è un lavoratore estremamente intelligente e attivo. E questa, per di più, è una terra di rivoltosi, di gente non tranquilla. Sangue e cervello, insomma, sono qui ben uniti per fare tipi di uomini ostinati, capaci e ardimentosi, le qualità che ci vogliono per costruire bolidi”.

Pensava in grande, Ferrari. La piccola 12 cilindri su cui avrebbe campeggiato il Cavallino donatogli dalla madre dell'aviatore Francesco Baracca era solo l’inizio. Sognava già di ampliare la fabbrica e costruire una scuola tecnica: i duri contadini sarebbero diventati abili meccanici che avrebbero realizzato le più belle sportive del mondo, ambite da principi e grandi stelle del cinema.

Esattamente due mesi dopo Nino Farina andò con Ferrari a Piacenza per una gara di secondo piano, ma si rifiutò di correre, definendo la 125 S “inaffidabile”. Corse invece Franco Cortese anche se fu costretto al ritiro per noie alla pompa della benzina. “Un insuccesso promettente” scrisse quello che un giorno i "garagisti" inglesi avrebbero chiamato Drake, il corsaro, sul suo diario. Aveva ragione. Trascorsero due settimane, fortuna audaces adiuvat, Cortese con la 125 S tagliò per primo il traguardo del Gran Premio di Roma, favorito da una sbandata di Auricchio. I giornali non sprecarono troppo inchiostro per quel modesto successo. E Ferrari seppe telefonicamente della vittoria, che già aveva preso l’abitudine di spostarsi il meno possibile da Maranello, complice la malattia che stava lentamente uccidendo l’adorato figlio Dino. 

Ora, 70 anni dopo, quel misero trionfo è leggenda e Autosprint celebra Ferrari e soprattutto la Ferrari con uno speciale di 132 pagine in edicola da martedì 14 marzo, con tante interviste esclusive, immagini inedite e documenti mai visti. E gli articoli firmati proprio dal Grande Vecchio nella rubrica Tunnel; che oltre a costruire macchine e miti, scriveva per Autosprint. Permetteteci di andarne fieri