Un mostro. Freddo e devastante. Capace di magie e di stritolare le speranze dei rivali. Quasi di un altro pianeta quando si tratta di mettere in pista gli attributi e dimostrare che nessuno è come lui. C’è poco da fare quando Lewis Hamilton fiuta l’odore dell’impresa, quando decide di cambiare passo e indirizzare il Mondiale in suo favore scavando un solco con la concorrenza, non ce n’è per nessuno.

L’ha fatto a Monza e si è ripetuto a Singapore, dove di fatto ha allungato le mani sul quinto titolo della carriera. Meno quaranta. Gela le speranze di Vettel, l’inglese bulimico di vittorie e lo caccia ancora più indietro nella corsa a un Mondiale Piloti che sebbene debba mandare in scena 6 Gp pare aver svoltato per indirizzarsi nelle mani di un Hamilton sempre più determinante, mai falloso, capace di andare a rovistare nelle zone d’ombra di un rivale che non ha certo gettato la spugna, ma che vede assottigliarsi le velleità.

Il conto è presto fatto. Se Seb vincesse le sei gare che restano con Hamilton sempre secondo, diventerebbe campione con due punti di margine. Ma scritto adesso, in una domenica di fine estate che ha inferto una coltellata nel cuore della passione Rossa, sembra quasi di raccontare roba da fantascienza, cose che non appartengono a questo mondo, eventi impossibili da verificarsi nel mondiale in atto. «Nonostante il risultato di oggi, nulla è perduto. Con calma e determinazione affronteremo le sei gare che restano, per lottare fino alla fine». La voglia di non arrendersi mai nelle parole di Maurizio Arrivabene è una fiammella che lascia accesa la speranza prima che su questa stagione cali il sipario e si inizi a parlare di futuro.

Quel futuro che vedrà dalla prossima stagione al volante della Rossa, Charles Leclerc che andrà a sostituire Kimi Raikkonen, l’ultimo campione del mondo della Ferrari. Ma prima di andare ai titoli di coda a Maranello resta la voglia di provarci fino alla fine, fin quando l’aritmetica non consegnerà il titolo nelle mani dei rivali. Nel frattempo nei giorni scorsi se n’è andato all’età di 92 anni, don Sergio Mantovani conosciuto col soprannome di Don Ruspa e anche per essere stato il cappellano della F.1. Piloti di almeno tre generazioni gli hanno offerto la loro amicizia e le loro confidenze, cercando consiglio e talora anche una benedizione una preghiera. Se non avesse vestito l’abito talare, avrebbe sicuramente imboccato la via per diventare un pilota. “Un buon pilota – come ha scritto Cesare De Agostini sul libro-biografia che ha dedicato al parroco, edito da Giorgio Nada – come hanno dimostrato i risultati di prove sostenute alla guida di veri e propri bolidi. Il 12 maggio 1957 avrebbe dovuto correre la Mille Miglia a fianco del campione francese Jean Behra, su una potentissima Maserati sport, la 405S. Qualche giorno prima della gara, però, Behra distrusse la macchina in un’uscita di strada. Un sacerdote, un pilota mancato, dunque, come lo definì Enzo Ferrari. Ma don Sergio è anche uomo capace di grandi gesti che ne hanno sottolineato caratura e spessore. Quando fu rapito Giulio De Angelis, padre di Elio scomparso nel 1986, si offrì come ostaggio-mediatore. Per cinque mesi portò avanti le trattative con i banditi che più di una volta minacciarono di ucciderlo. Alla fine De Angelis fu liberato”. Alla figura di Don Ruspa sul prossimo numero di As dedicheremo un ricordo, con un Cuore da Corsa.