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Brembo, ascesa senza freni

Viaggio nella provincia meccanica alla scoperta di una realtà tutta italiana che da piccola officina si è traformata in un kolossal da 9 mila dipendenti. 

Brembo, ascesa senza freni
©  Fundarò

F. Colla e D. FundaròF. Colla e D. Fundarò

1 nov 2017 (Aggiornato alle 11:17)

CURNO (BERGAMO) - La provincia meccanica bergamasca è una litania di capannoni, ode cementificata alla produttività. L’incessante transito dei mezzi pesanti è elefantiaca testimonianza dell’operosità di una terra madre di eccellenze globali, celate tra toponimi longobardi, mobilifici e sagre della polenta.

Nel 1961 la Brembo è solo una piccola officina meccanica nell’Italia del boom, la OMdS; il sogno di Emilio Bombassei e del cognato Italo Breda. Gli affari ingranano e nel ’64 l’azienda conta 28 dipendenti. È l’anno della svolta: quando si ribalta un camion carico di dischi freno Dunlop, l’Alfa Romeo, destinataria della fornitura, incarica Bombassei di verificare l’intero ordine. Il figlio Alberto fiuta l’affare: si cambia il nome in Brembo e nel ‘72 l’azienda inizia a produrre freni per moto mentre l’anno successivo fornisce per la prima volta alla Scuderia Ferrari pinze e dischi. Nel ‘75 i dipendenti sono 146; due decenni dopo, quando l’azienda viene quotata in Borsa, dieci volte tanto. Oggi la Brembo è un colosso da oltre 9 mila dipendenti, sparsi in 15 paesi del mondo, fonderie in Europa, Asia e America, una fabbrica “ciber-fisica” in Messico e uffici commerciali praticamente ovunque.

Ma il cuore rimane a Bergamo e al timone c’è sempre lui, Alberto Bombassei. Pochi minuti dopo essere sfrecciati a fianco dello scenografico Chilometro Rosso, il quartier generale che occhieggia dall’autostrada, si varcano i cancelli della divisione racing di Curno (foto sopra): lì per lì non si rimane certo impressionati. Muletti, pallet, distributori di caffè e linoleum. D’altronde qui è mica la Sylicon Valley, le cattedrali di cristallo di Google e Facebook sono ad anni luce di distanza: a Berghem si produce, poche balle e pedalare.

Tuttavia la straordinarietà dell’ordinario affiora subito. Basta allungare la mano su un bancone lasciato incustodito solo per un secondo, afferrare una pinza apprezzandone il design e il peso gelido prima di ricevere una cortese folgorazione: «Per favore la metta a posto, è di una Formula Uno». Di quale team non è lecito saperlo e il documento che accompagna le pinze viene immediatamente sottratto alla vista assetata.

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