Fernando Alonso? No, grazie. Porte chiuse dove conta, dove la monoposto vale il talento del campione spagnolo. Colpe, della situazione creatasi negli ultimi anni 10 anni, ne ha anche Fernando, è evidente. Immaginarlo in Mercedes, quando Rosberg ha detto addio? Niente da fare. Red Bull? La rapidità con la quale a Milton Keynes hanno sgombrato l’ipotesi di fantamercato non appena Ricciardo ha firmato con Renault parla da sé.

Al vertice, il personaggio è destabilizzante. E posto che in Formula 1, se non corri per Ferrari o Mercedes, la vittoria resta un miraggio, non aveva alcun senso continuare. Tanti saluti al Circus e alla McLaren che ha tradito ogni promessa di competitività possibile.

«E’ stata una decisione probabilmente iniziata a maturare l’anno scorso, quest’anno ci sono stati parecchi cambiamenti nel team, ho pensato sarebbe stato peggio restare ancora un altro anno. Un paio di mesi fa ho deciso fosse il momento giusto per lasciare. Mi sento ancora un pilota di alto livello, forte, voglio lasciare non in un momento nel quale non sono più competitivo e non ho dove andare. Preferisco trovare nuove sfide che la Formula 1 al momento forse non può offrirmi», racconta Fernando. Forte, fortissimo, ancora, lo è senza dubbio. Alternative di livello alla McLaren, in realtà, no.

«Al momento penso che sia un addio. Ma nella vita, sai, le cose cambiano molto rapidamente e la vita mi ha insegnato come le cose possano cambiare in un paio di mesi o anni. Come ho detto, bisogna lasciare la porta aperta, per me è un addio, chissà il futuro». Servirebbe un terremoto tecnico che stravolga forze in campo ben gerarchizzate in quel futuro al quale guarda Alonso. Perlomeno difficile avvenga. Il concetto di “divertimento” e “imprevedibilità”, a giustificare la ricerca di altre sfide, è relativissimo. Assoluto, invece, il successo sportivo. «Se sei in uno di questi due team (Ferrari o Mercedes; ndr) probabilmente vuoi continuare anche se non ti diverti al 100%, anche se non ti piace la routine che devi affrontare.

La Formula 1 è sempre stato uno sport nel quale ha dominato un team o due, il pacchetto ha un ruolo importante, però ci sono stati anni diversi, nei quali c’era un po’ più di scelta, libertà, strategia e anche se un team era chiaramente dominante nella stagione, c’erano sempre gare, con il caldo, il freddo, le gomme, c’erano le variabili. Nel 2004 ho vinto zero gran premi ma ottenni un paio di pole, di podi, c’era sempre un po’ di azione. Forse oggi non è più lo stesso, non è un paragonare quelle stagioni o altre categorie alla Formula 1, magari mi sbaglio anche ma è la mia decisione e sono contento».

Lo troveremo in Indycar, a caccia di 500 Miglia, anzitutto, per restare nella memoria non solo per quanto fatto in Formula 1, i due titoli mondiali, il terzo sfiorato, il grandissimo pilota che è stato. Ma restare nella storia anche per essere stato l’unico, dopo Graham Hill, e in un’epoca nella quale l’assoluta specializzazione nel pilotaggio è la regola, a vincere in tre mondi diversissimi. «Direi che le sfide sono probabilmente più grandi di quelle che posso trovare qui il prossimo anno. La Tripla Corona è qualcosa di cui parlo da un paio di anni – prosegue Fernando -. Per essere il migliore pilota del mondo o vinci 8 titoli in Formula 1 o dimostri di aper padroneggiare diverse categorie e macchine. Nell’endurance sono contento delle prestazioni, alla 500 Miglia di Indianapolis mi sono sentito competitivo».

Consegnerà una McLaren che è un cantiere aperto a Carlos Sainz, «guiderà la macchina del prossimo anno, immagino e spero sarà migliore, con prestazioni migliori che possano dargli risultati migliori. Cercare di preparare la miglior macchina possibile è il nostro obiettivo per le 9 gare che restano».