Il recupero da quattro anni del circuito intitolato ai fratelli Rodriguez situato a Città del Messico, dopo che già negli anni '60 e '90 aveva ospitato il GP nordamericano, ha portato al Mondiale F1 un tracciato piuttosto rapido nella sua percorrenza. Dato lo sviluppo pari a 4.304 metri nella sua ultima configurazione, grazie al lungo e veloce rettilineo di partenza da oltre 350 km/h (più altri due allunghi da 320 orari circa, con due zone DRS totali) si riesce infatti a completare il giro in meno di 1 minuto e 20 secondi: è 1'18"785 il riferimento, stabilito da Vettel lo scorso anno.

Ma la caratteristiche che rende unico e particolare questo tracciato è tuttavia un'altra: la quota a cui si corre. La zona si trova infatti a circa 2,2-2,3 km di altitudine (1,5 più di Interlagos, il secondo circuito in "classifica di altezza") e ciò comporta molte questioni tecniche a causa della sensibile rarefazione dell'aria, del 25% circa rispetto al livello del mare. Se da un lato gli attuali motori soffrono meno, perché il turbocompressore riesce a sopperire alla minore pressione dell'aria aspirata, dall'altro restano svariate problematiche connesse alle ridotte capacità di raffreddamento (anche dell'impianto frenante, sollecitato da alcune staccate decise) e soprattutto alla minore efficienza aerodinamica delle superfici alari.

Capita così che, nonostante si adottino configurazioni relativamente ad alto carico, alla fine la deportanza effettiva sia paragonabile a quella che si ottiene a Monza, dove si viaggia però ad ali praticamente scariche. Ovviamente ciò si ripercuote sulla guida e sulla messa a punto generale, mentre dal punto di vista dei pneumatici lo stress resta a livello medio, anche per l'abrasione limitata del fondo. Per questo la Pirelli ha portato la gamma morbida con supersoft, ultrasoft e hypersoft, nonostante le alte velocità sviluppabili, anche per sopperire al basso grip.