«Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà». A dirlo era Ayrton Senna. E un sogno ha spinto avanti anche Giancarlo Fisichella, che aveva solo 8 anni quando ha cominciato a desiderare il sedile di una Ferrari e che di lì a poco proprio di Senna sarebbe diventato un grande estimatore.

Ma nel sogno di quel ragazzino amante dei kart c’era poco di realistico: nella sua famiglia le gare di F.1 si guardavano solo in tivù, e sembrava impossibile che un giorno lui potesse sedersi al volante della “rossa” di Maranello. Eppure i traguardi vanno inseguiti: è l’unica strada per provare a realizzarli. E Giancarlo inizia a vincere, prima nel kart, anche a livello internazionale, e poi conquista il titolo in F. 3 vincendo 10 gare su 20. E a 23 anni impugna il volante di una Minardi e si schiera al via del suo primo Gp sul circuito australiano dell’Albert Park. Un’avventura che è durata 14 anni e che ora prosegue, nel mondo delle Gt.

E dire che tutto è iniziato per caso, un giorno sulla Pista d’Oro di Guidonia, sulla Via Tiburtina, alle porte di Roma. «Mio papà aveva un’officina e una carrozzeria autorizzata Fiat e Lancia a Pietralata e a me già piaceva stare in mezzo ai motori, mi divertivo ad alzare e abbassare il ponte... - ricorda Fisichella - Poi quando avevo 8 anni papà mi portò alla Pista d’Oro di Guidonia. Ero come impazzito! A un certo punto vidi che stavano girando dei bambini della mia età... a fine gara siamo andati nel paddock e abbiamo cominciato ad informarci. La settimana dopo ero su un kart: mio padre aveva pagato per farmi stare 5-10 minuti. Vedevo il meccanico che mi diceva “basta”, ma continuai a girare finché non finì la benzina. E da lì è cominciata l’avventura».

Il mondo dei kart è a nord: il fatto di essere di Roma ti ha penalizzato? «No, perché ho cominciato subito a girare e a fare le gare, un po’ per gioco un po’ quello che veniva... A 8-9 anni quando andavo a scuola non ci stavo con la testa, io già sognavo di diventare un pilota di F.1...».

Eppure avevi anche una maestra con il tuo cognome, non simpatizzava per te? «Quello era alle medie, ma non era tanto orgogliosa! Ovviamente facevo tante assenze a scuola perché correvo e non mi applicavo… I professori vedevano il kart come un gioco, come una distrazione. Ma per me era la vita. Poi per fortuna le corse sono diventate la mia professione».

Da piccolo avevi visto qualche Gp di F1 dal vivo? «No. Papà mi portava spesso a Vallelunga, guardavamo la F.2 e la F.3000, ma la prima gara F.1 l’ho vista a Montecarlo, a 19 anni. Continuavo a pensare di arrivarci: anzi, ero già un passo avanti, perché ero in F.3 e ci speravo sempre di più».

Quando hai capito che avresti corso in F.1? «Quando Minardi mi ha chiamato, nel 1996, una settimana prima dell’inizio della stagione, e mi ha detto: “In Australia corri tu”. La sensazione è stata incredibile, non mi sembrava vero. Non dovevo correre io, ma un pilota giapponese che però si era ritrovato improvvisamente senza budget. Non ero neanche preparato, perché non avevo fatto molti test... Quell’anno ho corso solo 8 gare ma alla fine della stagione ho firmato un contratto con la Benetton e lì mi sono detto: “Ce l’ho fatta!”. Avevo un contratto per 5 anni».

Che cosa hai provato al debutto in Australia? «Forse la sensazione più strana l’ho provata nel briefing dei piloti, il venerdì mattina prima della gara, accanto a me c’erano Berger, Schumacher, Alesi, tutti piloti che fino alla stagione prima li vedevo, li sognavo e tifavo per loro. È stata un’emozione incredibile e poi è continuata... Però quando salivo in macchina riuscivo a mantenere la freddezza».

Già nel kart hai cominciato a vincere subito e tanto. Quali sono le doti per arrivare davanti? «È scontato dire che serve la velocità, perché quella è fondamentale. Servono anche tante altre cose: serve che un pilota sia sensibile e che sappia fare il collaudatore. Deve capire i guai tecnici e riferirli subito all’ingegnere. Deve sapere anche gestire la macchina e le gomme, non fare errori, e cercare di essere sempre costante. Sono tanti fattori, e servono tutti».

E tu su cosa sei particolarmente forte? «Ho un po’ tutti questi pregi. Cioè penso di essere veloce ma nello stesso di capire i problemi della macchina e di dare le indicazioni giuste. Queste sono le cose più importanti. E, soprattutto, so come ragionare nella gestione della gara»

Difetti ne hai? «I difetti li abbiamo tutti! Magari in qualche gara ho preso delle decisioni sbagliate, ho provato ad osare più del solito, ma questo mi succedeva di più all’inizio».

Hai mai avuto un pilota di riferimento? «Da piccolo Niki Lauda, ma poi l’idolo di tutti è diventato Ayrton Senna. Mi piaceva quanto andava forte in macchina, ma anche quando scendeva… Aveva qualcosa in più».

L'intervista completa è in edicola fino al 21 agosto sul numero 33 di Autosprint