Lo sport preferito dei tuttologi del lunedi sul web è dare contro alla Ferrari in caso di sconfitta. Vettel bollito, muretto incapace e così via. Invece è meglio riflettere con più lucidità e meno arroganza/prepotenza sui perché di questa sconfitta. Non per cambiare il corso della storia, ma semplicemente perché comprendere le cause di uno sbaglio o capire come gli imprevisti sovvertano le tue strategie può essere di lezione per non ritrovarsi in futuro nella medesima situazione. 

Il GP Ungheria la Ferrari l’ha perso in tre momenti ben precisi. Prima di tutto al sabato, quando sotto l’improvviso acquazzone Vettel è stato più cauto di Hamilton che ha strappato una pole insperata e decisiva. Poi in partenza, quando Raikkonen non è riuscito a infilarsi in mezzo alle Mercedes scombussolando la loro tattica. E infine al 39° giro, nel momento del pit stop di Vettel quando gli imprevisti hanno vanificato un sorpasso annunciato.

La qualifica è stata la causa principale, perché partire davanti sul tortuoso circuito Hungaroring che rende complicati i sorpassi come Montecarlo, vuol dire già mezza vittoria. Cos’ha sbagliato di particolare Vettel in prova? Ora, col senno di poi, sappiamo che non è riuscito a portare bene in temperatura le gomme. Anche le full wet, come le slick, garantiscono massima aderenza a determinate temperature di esercizio. Pure se per terra è bagnato. Hamilton le aveva scaldate come si deve, Raikkonen pure, Vettel invece no. Nonostante abbia tentato due giri veloci alla fine del Q3.

Con la Mercedes che ha monopolizzato la prima fila, Ferrari era ben conscia di non avere molto da inventarsi per ribaltare la situazione in gara. Quale azzardo potevano tentare gli strateghi del Cavallino? L’unica era differenziare le strategie di gomme e pit stop al via, come hanno effettivamente fatto. La Ferrari l’ha deciso in una lunga riunione strategica domenica mattina alle 11, poco prima dell’ora limite in cui bisogna comunicare alla Fia le gomme scelte per il via. Raikkonen con gomme ultrasoft all’attacco delle Mercedes. Mentre Seb con le soft avrebbe impostato una strategia alla distanza. Qualcuno pensa che quello del Cavallino sia stato un errore tattico, e che bisognava montare ultrasoft a tutti e due, ma in realtà la scelta delle gialle per Vettel era l’unica cosa sensata da fare. Quando si parte dietro su una pista dove si sorpassa a fatica, la tattica più logica è montare mescole diverse rispetto al tuo nemico. Solo una strategia diversa di gara ti può portare davanti all’avversario nel gioco dei pit stop. Anche se non è garantito.

Ma se si dovevano proprio differenziare le gomme, perché allora Ferrari non ha fatto il contrario? A Seb le US ed a Kimi le gialle? Perché sarebbe stato uno spreco. Vettel sarebbe scattato troppo distante dalla pole per sfruttare il maggior grip in accelerazione delle US: partiva solo quarto e dalla parte sporca della pista, quindi 16 metri dietro Bottas e ben 24 metri lontano da Hamilton. Nel breve rettifilo che porta alla prima curva non sarebbe mai riuscito a recuperare tanto terreno dalle Mercedes. Meglio sfruttarle su Raikkonen che era ad appena 8 metri da Bottas e a 16 da Hamilton. Sappiamo tutti com’è andata: Kimi ce l’ha fatta a prendere le Mercedes, ma non a passarle perché le due frecce d’argento si sono aperte a a ventaglio chiudendo intelligentemente ogni farco. Bisognava tentare qualcos’altro.

L’altro momento chiave che ha deciso negativamente le sorti della gara per Maranello è stato il pit stop di Vettel al 39° giro e i giri appena precedenti, dove ne sono successi di tutti i colori che hanno impedito l’overcut, che sarebbe il contrario dell’undercut: ovvero il sorpasso praticato fermandosi ai box dopo il rivale. All’Hungaroring la sosta ai box non penalizza tanto i piloti. Chi decide di fermarsi, deve avere un margine di almeno 19” sull’avversario per riuscire a ripartirgli davanti. Sempre che il cambio gomme vada come si deve. A metà gara - al 35° giro - le cose si erano messe abbastanza bene per Vettel: era 2° ma aveva un vantaggio di 24”5 su Bottas, perciò la Ferrari si stava preparando al pit stop. Non poteva farlo subito perché temeva che le US che avrebbe montato non avrebbero retto per altri 35 giri, per cui Vettel cercava di arrivare attorno al 40° passaggio per compiere la sosta. Ma il margine era ampio. A quel punto, con le ultrasoft, il ferrarista avrebbe potuto inseguire e prendere Hamilton nei trenta giri finali.

Ma qui sono capitati degli imprevisti che hanno scombussolato i piani strategici Ferrari. Fra il 36° e 38° giro, prima del rientro ai box, Vettel ha trovato vari doppiati, fra cui Sainz, che l’hanno rallentato e gli hanno fatto perdere un po’ del vantaggio su Bottas sceso a 21”8. Quello poi che la Ferrari non ha previsto è che la Mercedes si era preparata a reagire a sorpresa al pit stop di Vettel. Come? Facendo accelerare Bottas che improvvisamente si è messo a girare quasi 2” più veloce di prima. Un ritmo molto più elevato, frutto non solo di uno stimolo via radio al pilota, ma sicuramente di qualcosa di “meccanico” che ha alzato di colpo la performance della Mercedes n.77. Il muretto Mercedes ha dato più boost e un regime di giri più alto alla W09, forse con l’utilizzo del bottone magico. Il risultato è che il passo di Bottas che fino a quel 37° giro era di 1’23” è passato di colpo su 1’21”7 e 1’21”8. Così il finnico in 2 giri ha fatto scendere il vantaggio del ferrarista sotto i 19”, tempo limite per compiere il pit e restare davanti.

Il resto l’ha fatto la disavventura al cambio gomme. L’anteriore sinistra di Vettel non si è sfilata perfettamente e il tedesco ha perso 4”2 al box, quando il team di solito impiega circa 2”5.  E Seb è tornato in pista appena dietro Bottas invece che davanti al finnico. Abbiamo cronometrato il divario tra i due alla staccata della prima curva appena dopo il pit stop e il cronometro ha dato l’impietoso specchio della realtà. Vettel, che usciva dalla pit lane, è transitato alla staccata appena 1”33 dopo Bottas che arrivava in gran velocità dal rettifilo. Un margine minimo ma decisivo per il mancato sorpasso. Se Vettel avesse compiuto il pit stop senza intoppi, nei 2,5 secondi canonici invece che in 4”2, il ferrarista sarebbe sbucato davanti alla Mercedes di pochi decimi. E da lì sarebbe stata una gara diversa. Anche per la prima posizione.

Ci resta un dubbio: cosa poteva fare di diverso la Ferrari per vincere? Far partire Vettel con le US no, e abbiamo spiegato perché. Farlo sostare prima del 39° giro quando aveva un vantaggio ancora consistente per fare l’overcut? Forse, ma poi siamo sicuri che con qualche giro in più sulle ultrasoft non avrebbe degradato le gomme nel finale quando c’era da andare a prendere e superare Hamilton? Certo, non dovevano sbagliare l’estrazione di quella ruota. Ma come si fa a prevederlo e soprattutto a impedirlo? Puoi solo mangiarti le mani a cose fatte. Nessuna simulazione ti darà la risposta assoluta perché per fortuna dello spettacolo esistono gli imprevisti che possono cambiare la storia. Un doppiato che improvvisamente non ti dà strada, un bullone della ruota che non si svita e così via. Stavolta ha lavorato contro la Ferrari, ma almeno sappiamo che le corse non sono poi così scontate come un’equazione matematica. C’è ancora spazio per l’imprevedibilità.

Poi però viene la nostalgia pensando all’epoca leggendaria e romantica di Mansell, che proprio all’Hungaroring con la Ferrari 640 compì una rimonta incredibile e inaspettata nel 1989 risalendo da tredicesimo a primo, e sancita da un sorpasso mitico su Senna. Quando dopo le prove sembrava che tutto fosse perduto per la Ferrari. Lì altro che bullone, altro che scontata simulazione del passo gara. Quella corsa del 1989 fu la dimostrazione che le corse sono sempre più belle ed emozionanti quando l’imprevedibilità la crea col suo talento il pilota. E non il destino.