Un autogol clamoroso. La squadra che doveva dominare il Gp d’Italia si è ritrovata con un pugno di mosche in mano. E non è di consolazione la splendida seconda posizione di Raikkonen e la bella corsa che ha disputato, perché anche lui aveva i numeri per vincere e non c’è riuscito. Il titolo mondiale di Vettel pare allontanarsi irrimediabilmente visto che 30 punti da recuperare su Hamilton sono tanti.

Ma come ha fatto una squadra che aveva monopolizzato la prima fila, aveva la macchina più veloce sul campo e poteva gestire tatticamente l’intera gara, a perdere una corsa che sembrava ampiamente alla sua portata? La spiegazione è drammaticamente semplice: è mancato il gioco di squadra. L’accordo tra i piloti. Mentre la Mercedes ha messo Bottas in modo anche fin troppo smaccato al servizio di Hamilton, la Ferrari sembra proprio aver lasciato i suoi piloti liberi di correre uno contro l’altro dal via. Il loro comportamento nel primo giro di corsa lo dimostra. Raikkonen e Vettel si sono marcati e infastiditi, invece che agevolarsi a vicenda. Sia in partenza che alla prima frenata, che alla chicane della Roggia. Disturbandosi e favorendo indirettamente Hamilton alle loro spalle. Che ne ha saputo approfittare.

Arrivabene a fine gara ha spiegato che “gli ordini di squadra non si danno in partenza perché è inutile e anche pericoloso”. Però qualcosa di diverso si poteva e si doveva fare. Perché, diciamoci la verità, quando ci si gioca un mondiale con ritmi così intensi e serrati come in questo 2018, è impensabile non esercitare giochi di squadra per cercare di apparire impeccabili fino all’estremo. Non c’è da vergognarsene. L’importanza del risultato finale esige di non farsi troppi scrupoli. Tutti danno ordini di squadra quando è necessario - che sia il non duellare o il congelare le posizioni - per portarsi a casa la vittoria e assestare un colpo micidiale all’avversario. Persino la Fia ha tolto il divieto di praticare i team orders perché giudicava troppo ipocrite le frasi in codice che i team dicevano per nascondere l’ordine di invertire le posizioni o congelarle. Quindi perché farsi tutti questi scrupoli?

E poi in tempi passati quante volte la gara di Raikkonen è stata sacrificata per aiutare Vettel? Allora perché la Ferrari nel momento topico della gara di casa e del campionato non ha dato regole d’ingaggio precise ai suoi due piloti prima del via? Bastava una frase chiara: non datevi fastidio. Dal comportamento di Raikkonen e Vettel, che si sono marcati a vicenda alla prima e alla seconda curva favorendo l’attacco di Hamilton, invece, pare chiaro che non ci fossero ordini precisi: ognuno dei due piloti sembrava libero di fare la sua gara e poter puntare alla vittoria. E quando due compagni di squadra partono in prima fila cercando entrambi di vincere, è chiaro che il compagno con la stessa auto (superveloce) diventa anche il primo nemico sul campo.

La spiegazione è ahimé semplice. La Ferrari stavolta non era in grado di imporre nulla a Raikkonen. Perché il finlandese non dovrebbe più far parte della squadra del Cavallino nel 2019. Questa sarebbe la decisione finale presa da John Elkann, presidente del Cavallino. Gira voce che Elkann l’abbia comunicato in gran segreto al pilota e alla squadra proprio nel week end di Monza. Raikkonen a fine stagione dovrebbe lasciare il posto a Leclerc, tanto che Kimi avrebbe già avviato le trattative con un’altra squadra (inglese) di prestigio per correre nel 2019.

Ovvio a questo punto che la Ferrari, scaricando di fatto il suo pilota, non poteva certo imporgli giochi di squadra né tantomeno un sacrificio a Monza. Infatti da tutto il comportamento del week end, sia in pista che fuori, Raikkonen è apparso per la prima volta libero di farsi i propri interessi in pista e di non doversi assoggettare alle necessità di Vettel. Questo spiega anche il nervosismo palpabile del pilota tedesco fin dal sabato, quando aveva preso male la pole del compagno perché probabilmente si immaginava le complicazioni successive.

La telenovela del rinnovo di Raikkonen andava avanti da mesi. A giugno sembrava certo che Marchionne avesse deciso di non riconfermarlo per promuovere invece in Ferrari Leclerc, ma la morte improvvisa di Marchionne aveva rimescolato le carte. Arrivabene, che invece voleva tenere il finlandese, stava lavorando per il rinnovo della fiducia a Kimi. Ma all’ultimo John Elkann, il nipote dell’avvocato Agnelli che ha assunto la presidenza della Ferrari ed è l’azionista di riferimento, avrebbe deciso di seguire la strategia che voleva Marchionne. Quindi fuori Raikkonen, dentro Leclerc nel 2019. Ma questo delicato passaggio è stato gestito male a Monza nella frenesia della corsa ed ha finito per complicare la vita alla Ferrari e a Vettel proprio nel momento topico del campionato.

Il tedesco poi ci ha messo del suo per amplificare il problema. Sappiamo come si comporta Vettel quando gli si “chiude la vena”. Da attaccante puro si trasforma in un mezzo pasticcione. È successo a Baku, è capitato al Castellet ed a Hockenheim. Tutte gare e punti “pesanti” persi perché, nel momento topico, Vettel perde la freddezza del tedesco e si comporta da latino focoso. A Monza ha fatto lo stesso. Ha visto rosso quando Raikkonen è scattato davanti a lui ed invece di temporeggiare è andato all’arrembaggio di Kimi due, anzi tre volte in quel primo decisivo giro. E si è ostinato a resistere a Hamilton quando poteva accodarsi e superarlo sfruttando la velocità della sua SF71H nei passaggi successivi.

Come altre volte, il nervosismo in Vettel ha avuto la meglio: Vettel era turbato dalla consapevolezza di non sentire più Raikkonen come un alleato che lo aiutasse nella corsa al mondiale ma di colpo un rivale che vuol farsi la propria gara e mira ai propri interessi. Un avversario in casa. E adesso scopre di colpo che dovrà battersi da solo e iniziare una complicata rimonta su Hamilton correndo anche “contro” il compagno di squadra. Rimontare 30 punti a Hamilton in queste condizioni è un’impresa ostica. Anche se hai la macchina più veloce del mondiale.