Una sosta anticipata al 15° giro e l’azzardo di montare gomme ultrasoft così presto hanno rovinato la corsa di Vettel a Singapore e gli hanno fatto perdere un secondo posto sicuro. Ma perché la Ferrari ha tentato quella mossa disperata invece di scegliere le più affidabili e costanti gomme soft come ha poi fatto un giro dopo di lui Hamilton? E come lui quasi tutti gli altri top driver, da Verstappen a Raikkonen a Bottas?

Dietro questa strategia rischiosa non c’è la follia di un momento. È stata una mossa lucidamente pianificata quella del Cavallino, anche se estremamente rischiosa. Le probabilità di riuscita erano pochissime. Infatti la mossa non ha funzionato. Ma era anche l’unica cosa da tentare per smuovere una situazione che non aveva altre vie d’uscita. Diciamo che è stato un azzardo estremo, una scelta del tipo: “o la va o la spacca”. E infatti ha “spaccato”, nel senso che ha fallito e ha finito per fare perdere a Vettel anche la seconda posizione faticosamente guadagnata in pista al primo giro con un deciso sorpasso su Verstappen. Ma vediamo di capire cosa è passato per la testa degli strateghi Ferrari.

Prima di tutto una considerazione: Singapore è una pista dove non si sorpassa praticamente mai. Si è visto a inizio gara, quando Hamilton per risparmiare le gomme girava da taxista in 1’48”, ben 12 secondi più piano del suo tempo della pole. Eppure nessuno riusciva a infastidirlo. È un fatto dovuto alla conformazione del circuito. In più la pista corre fra alti muretti che, quando si viaggia in “trenino”, creano una specie di tunnel dove l’aria calda generata dalle vetture ristagna e non si dissipa. E danneggia particolarmente chi è dietro. Molto più che in altri circuiti. Infatti tutti quelli che seguivano da vicino un’altra monoposto hanno sofferto di problemi di raffreddamento freni e difficoltà nel mantenere a temperatura costante le gomme (Vettel su Hamilton, Raikkonen su Bottas, Ricciardo su Raikkonen e così via). A Singapore chi è davanti fa l’andatura e gli altri devono adeguarsi. Per questi motivi, superare è quasi impossibile. Per cui è troppo importante - rispetto alle altre piste - fare la pole e partire in testa. Qui è dove Vettel e la Ferrari al sabato hanno compromesso la corsa.

Visto che non si poteva superare in pista, a Vettel restava una sola, labile opportunità: tentare un sorpasso nel gioco dei pit stop. Per questo che la Ferrari al 15° giro ha tentato l’undercut sulla Mercedes. Ma perché l’undercut funzioni, bisogna montare una gomma estremamente performante che permetta di coprite subito due giri a ritmo da qualifica e annullare il gap dall’avversario davanti. Qui entrano in gioco le tattiche del muretto. Ferrari sapeva che Mercedes al primo stop avrebbe montato la soft gialla perché i tedeschi l’avevano già sperimentata in prova. Per cui, conoscendo i piani degli avversari, il box Rosso ha cercato di eseguire una strategia alternativa. Se infatti Vettel avesse montato anche lui le gialle (che sono soft per modo di dire, in realtà piuttosto dure per resistere a lungo) la mescola avrebbe impiegato alcuni giri a entrare in temperatura e Vettel non avrebbe mai chiuso il divario su Hamilton. In più Vettel si sarebbe trovato nella seconda parte di corsa in pista dietro il rivale a parità di gomme. Quindi nell’impossibilità fisica di superarlo. Perché a parità di pneumatici mai e poi mai avrebbe potuto cambiare ritmo e concretizzare un sorpasso. Serviva qualcosa di diverso. Ecco perché gli strateghi Ferrari hanno arrischiato sulla Ferrari n.5 le ultrasoft viola. Mescole ultramorbide che potevano dare quel pizzico di performance in più nei primi giri. Una scelta ragionata ma molto molto rischiosa. Con pochissime possibilità di riuscita.

Vettel in quel momento era staccato di soli 2” da Hamilton e con la gomma viola più performante, che dovrebbe garantire un margine di almeno un secondo al giro sulla hypersoft degradata che montava in quel momento Hamilton, avrebbe potuto in teoria azzerare in un paio di giri il distacco e scavalcare Lewis. Invece cos’è successo? Ci si sono messe di mezzo due disavventure enormi e disastrose ai fini del risultato.

La prima è che la Ferrari ha calcolato male il momento del pit stop e ha ributtato Vettel in mezzo al traffico, alle spalle della mina vagante Perez. Che lo ha rallentato facendolo girare nel suo primo giro lanciato in 1’49”3 invece che nell’1’44” o 1’45” che il team sperava. Secondo problema, la gomma viola su cui tanto puntavano i ferraristi, si è rivelata inefficace nei primi giri lanciati. Ci ha messo più di quattro tornate per entrare in temperatura invece che uno soltanto. Per cui liberatosi di Perez - e già era tardi! - Vettel invece di volare, si è trovato ad arrancare con una monoposto che scivolava con gomme che non facevano presa. Dai tempi sul giro si vede la crisi di Vettel e delle gomme viola. Seb ha coperto i tre giri successivi al sorpasso di Perez con questi crono: 1’46”1, 1’47”9, 1’45”8. Mentre Hamilton, con le hypersoft ormai consumate, aveva girato in 1’44”4 prima di fare il pit stop e Verstappen a sua volta viaggiava sul passo di 1’45”2. Vettel avrebbe dovuto invece percorrere due giri sul ritmo di 1’43” per passare davanti a tutti. Invece a quel ritmo (lento) ha finito per perdere anche la seconda posizione da Verstappen nel gioco dei pit stop. Anche se Hamilton nel giro di ripartenza con le gialle è andato molto piano per scaldarle, girando in 2’07” - ben 4” più lento di Vettel nel suo giro di ingresso pista – lo svantaggio accumulato da Seb in quei primi giri con le viola è stato decisivo. A quel punto la gara è virtualmente finita, anche se si era ad appena un quarto della distanza.

Ma cosa avrebbe potuto tentare la Ferrari di diverso? Beh, almeno due cose. Visto che ai box hanno la posizione di tutte le macchine in pista grazie al Gps, gli strateghi potevano lasciare Vettel in pista con le hypersoft uno o due giri in più - diciamo fino al 16° o 17° giro - facendogli forzare il ritmo prima della sosta per scrollarsi dall’ostacolo Perez. Ma il box Rosso temeva che vedendo Vettel andar forte per due giri di seguito, la Mercedes avrebbe capito la mossa che stavano preparando e avrebbe anticipato a sua volta i tempi praticando l’undercut vanificando la sorpresa Ferrari.

L’altro errore del box Ferrari è stato l’aver sopravvalutato la performance potenziale delle gomme ultrasoft viola. Già in qualifica la Ferrari aveva cercato di superare la Q2 con quegli stessi pneumatici viola che si erano rivelati invece lenti sul giro (ben 1”3 peggiori delle hypersoft) e difficili da portare nella giusta finestra di temperature di utilizzo. Possibile che ai ferraristi non fosse venuto in mente che anche in gara le viola avrebbero fatto fatica a scaldarsi? E che avrebbero impedito a Vettel di compiere i due disperati giri a ritmo da qualifica necessari per sopravanzare Hamilton e difendersi da Verstappen?

C’è un ulteriore dettaglio che forse spiega perché Vettel avesse una scelta obbligata di gomme. La Ferrari aveva un solo treno di gomme soft a disposizione nel week end di Singapore; a differenza di Hamilton che ne aveva a disposizione tre. I team hanno dovuto scegliere le gomme per Singapore ben 13 settimane prima del GP. Addirittura l’8 giugno! È una richiesta di Pirelli che vuole avere un margine di tempo elevato per costruirle. Maranello ha quindi selezionato i 13 treni di gomme regolamentari per il GP Singapore ben prima dell’estate. In un periodo in cui la SF71H sembrava particolarmente a proprio agio con le mescole più soffici, per cui ha puntato su ben 9 treni di hypersoft rosa, 3 di Us e optando per 1 solo treno di soft. Mentre la Mercedes aveva divisioni più equilibrate: ha scelto 3 soft - mesocla con cui la W09 ha sempre marciato bene - poi 4 ultrasoft e solo 6 hypersoft.

Nel week end del Gran Premio la Ferrari si è così ritrovata con ben 9 treni di gomme Hs che si usano solo in qualifica e appena uno di soft. Perciò non l’ha utilizzato in prova e può darsi che a quel punto non si sia sentita di arrischiarla in gara puntando sulle Us di cui ne aveva a sufficienza. A conti fatti, anche la scelta delle gomme pre-gara si è rivelata un azzardo che ha finito per influire e compromettere la performance.