Una ricorrenza che evoca tristezza ma nello stesso tempo accende anche di felicità. I 50 anni di Michael Schumacher (compiuti il 3 gennaio), festeggiati e ricordati in tutto il mondo da giornali e tv, suonano però come qualcosa di contraddittorio.

Perché 50 anni sono un traguardo importante per qualsiasi uomo, ma di solito quando si festeggia questo compleanno si è nel pieno della vita e del vigore fisico; si raggiunge quell’ideale mix tra esperienza, maturità e forza fisica e quella perfetta mescolanza tra l’entusiasmo giovanile e la riflessività che permettono di affrontare con maggiore saggezza e meno spreco di energie le peripezie della vita. A 50 anni ci si sente solidi fuori ma ancora giovani dentro.

Purtroppo questo non si può dire di Michael. Il più grande pilota della storia dell’automobilismo giace in una specie di limbo dal 29 dicembre 2013, cinque anni fa. Per colpa di uno stupido e assurdo incidente sugli sci a Maribel, in Francia, che lo ha costretto a una parziale immobilità e gli ha lasciato tracce permanenti nel cervello.

È triste rendersi conto che - quasi per un macabro contrappasso dantesco - proprio il pilota che aveva cambiato i paradigmi di questo sport eleggendo la preparazione fisica a suggello della perfezione di pilotaggio, sia lo stesso che ora sta soffrendo una grave immobilità corporale.

Un crudele scherzo del destino che lo vede in parte accomunato a Frank Williams, che negli anni ‘70 era uno dei più accesi fan della corsa podistica e del jogging e proprio lui divenuto tetraplegico a causa di un incidente stradale trent’anni fa. Mentre però Williams è stato colpito soltanto nel fisico ma non nella testa che ha continuato a pensare, macinare progetti e gestire abilmente la squadra che porta il suo nome, Schumacher non ha ricevuto questo dono dal destino. Il suo cervello è rimasto offeso.

E con lui gran parte delle funzionalità legate all’attività cerebrale: il movimento dei muscoli, la reattività agli stimoli, l’attività sensoriale, la capacità di pronunciare parole ed elaborare frasi. Oggi Michael vive in un limbo protetto, nella residenza-fortezza di Gland, in Svizzera, dove la famiglia s’era trasferita già alla fine degli Anni Novanta. Metà casa trasformata in una sorta di clinica, con macchinari moderni e personale medico che si alterna al suo capezzale ogni giorno per assisterlo e curarlo da millecinquecento giorni. Sotto l’occhio vigile della moglie Corinna, che dopo l’incidente è diventata la custode scrupolosa e impenetrabile dell’esistenza del marito.

E con l’aiuto di Sabine Kehm, l’assistente storica di Michael. La donna che gestiva le pubbliche relazioni di Michael sui campi di gara, le interviste e i rapporti con la stampa, e che ora mantiene con Corinna alta la cortina di discrezione sul decorso di Michael.

E segue anche la carriera nelle corse di Mick, il figlio 19enne di Michael. Di Schumacher e delle sue condizioni fisiche sappiamo poco e indirettamente. La famiglia ha compiuto la scelta di non rilasciare dichiarazioni ufficiali né bollettini medici, chiusa in un muto riserbo che dura da cinque anni. Quel poco che si è saputo, al di là delle speculazioni, viene dalla parole affettuose degli amici che lo vanno regolarmente a visitare.

Sappiamo che Michael non è più in pericolo di vita dopo essere uscito dal coma alcuni mesi dopo l’incidente, ma sappiamo anche che molto difficilmente tornerà quello di una volta. Le lesioni cerebrali, secondo tutti i medici, purtroppo non lasciano molta speranza. Si diceva che all’inizio fosse diventato magrissimo, sotto i 40 kg per via dell’immobilità forzata, ma la costante terapia dei fisioterapici cui viene sottoposto quotidianamente gli ha fatto riprendere col tempo un po’ di tono muscolare. E anche il viso, secondo chi lo ha visto di recente, è quello di un tempo; forse soltanto un po’ più pieno per via dell’effetto dei medicinali che riceve.

Si diceva giacesse immobile a letto, invece le voci recenti ci dicono che regolarmente riposa su poltrone o sdraio, fissando la tv o in terrazza guardando il panorama delle montagne svizzere con l’aria assente. Ci dicevano fosse privo di conoscenza invece è sveglio, con gli occhi aperti, anche se non completamente vigile. Ci dicevano non reagisse agli stimoli esterni, invece si sussurra qualcuno abbia visto lacrime sgorgare dai suoi occhi per l’emozione quando è stato sottoposto a stimoli che gli hanno risvegliato dei ricordi. Oppure hanno visto per un attimo un moto di attenzione quando gli è stato fatto ascoltare il rombo della sua Ferrari.

Il vero problema, quando c’è di mezzo una lesione al cervello che limita le reazioni fisiche ed emotive di una persona, è che quando si stimola il malato non si riesce sempre a capire la differenza tra riflesso incontrollato e reazione diretta e cosciente alla stimolazione. Questo è anche il punto oscuro della condizione di Schumacher. Sbagliato illudersi di una sua prossima guarigione perché profondi ematomi al cervello non regrediscono secondo la scienza attuale. Se non accade nelle primissime settimane dall’evento, difficilmente può capitare dopo. E dall’incidente di Michael sono già passati cinque lunghissimi anni. Cure costanti hanno portato a una stabilizzazione, anche ad un lieve e costante progresso ma è illusorio pensare a una totale guarigione.

Purtroppo a volte certe speculazioni scandalistiche gettano illusioni dannose sullo stato di Michael. Come quando qualcuno travisò le parole di Jean Todt, che gli fa spesso visita a Gland, e che qualche settimana fa rivelò l’emozione di aver visto in sua compagnia l’ultimo GP del Brasile F1 in tv. Quelle parole furono distorte e restituirono l’immagine illusoria di uno Schumi completamente ristabilito, in grado di guardare una corsa in F1 e commentare amabilmente quello che accadeva in pista con la persona al suo fianco. Purtroppo non è così e il riserbo calato dalla famiglia sulle sue condizioni serve anche a non alimentare simili false illusioni.

Ironia della sorte, fa tristezza pensare che a fare più danni nella testa di Michael, il giorno dell’incidente con gli sci a Mirabel, non sia stata l’imprudenza ma proprio al contrario la sua pignoleria; quella sua maniacale ossessione per la precisione che era sempre stato il suo punto di forza da pilota. Si racconta che quel giorno Michael abbia deciso di montare sul casco una action cam, una telecamerina per riprendere le evoluzioni con gli sci. Ma non l’abbia fissata al casco con l’adesivo come si fa normalmente, ma con una solida vite proprio per diminuire le vibrazioni delle riprese video in velocità e ottenere una qualità migliore.

Quella vite che nella caduta avrebbe contribuito a sfondare l’imbottitura interna amplificando le lesioni al cervello. Di Schumacher ci resterà per sempre il ricordo delle emozioni indicibili che ha procurato ai tifosi della Ferrari e dei record battuti che lo proiettano in vetta alla classifica dei migliori di ogni epoca della F1. I record sono fatti per essere battuti, e come Michael ha infranto quelli di Senna, Fangio e Prost in fatto di pole, titoli iridati e vittorie, anche i suoi 91 Gran Premi vinti un giorno, forse, verranno eguagliati e superati da Hamilton o da chissà chi. Ma mentre i record vanno e vengono, i campioni restano per sempre.

Oggi i 50 anni di Schumacher fanno pensare anche alle simili ricorrenze e ai destini diversi di tanti altri campioni di F1. Fangio, vero esempio di longevità agonistica, a 50 anni era ancora nel pieno delle forze e aveva appena smesso di correre dopo aver vinto il quinto titolo mondiale; Mario Andretti a 50 anni addirittura gareggiava ancora: partecipava alla 500 Miglia di Indianapolis proprio come Emerson Fittipaldi, che si sarebbe ritirato dalle corse poco prima del fatidico compleanno per un grave incidente su un ovale americano.

Senna invece, a quell’età non ci è mai arrivato, proprio come Jim Clark, entrambi vittime uno a 34 e l’altro a 32 anni, di incidenti dovuti al cedimento tecnico delle proprie monoposto in corsa. Mentre James Hunt perì ancor prima dei 50 anni per un attacco cardiaco, forse conseguenza della sua vita sregolata. A volte viene da pensare a quella rituale frase che pone il dubbio se sia meglio un anno da leone o cento da pecora. Nel caso di Schumacher, pur in tutta la tragicità della situazione attuale, almeno si può dire che i primi 45 anni di vita se li sia vissuti e goduti al massimo.

Dalla vita, fino a quel drammatico dicembre 2013, ha avuto davvero tutto quanto: successo, gioia, ricchezza, prestigio, emozioni, fama e celebrità. E non ha mai neanche inquinato la sua immagine con vicende negative. Diceva Montezemolo che in fondo Schumi, nonostante le sue vittorie e la sua ricchezze, restava un uomo soprattutto semplice. Che aveva tre sole vere passioni nella vita: stare con la famiglia, guidare le auto e giocare a calcio.

Fino a 45 anni il destino gli ha concesso di concretizzare tutti i suoi sogni. Poi, bruscamente, gli ha voluto togliere proprio quello che a un padre sarebbe piaciuto di più. L’orgoglio di vedere il proprio figlio crescere e avere successo nel suo stesso mestiere. Quanta tristezza ci fa oggi rivedere una foto di qualche anno fa: uno Schumi in tuta Mercedes, portare sulle spalle con l’orgoglio di un fiero papà il suo biondo bimbo 11enne sognando forse per lui un futuro da pilota.

E rendersi conto di come quel papà non sia mai riuscito a vedere Mick percorrere le tappe da pilota automobilistico che lo hanno portato quest’anno fino al titolo europeo di F3. Non c’è cosa più crudele che il destino possa imporre a un padre del non poter spartire gioie, divertimenti ed emozioni con il proprio figlio. E questo probabilmente a Michael mancherà più che vivere una vecchiaia in salute.