di Mario Donnini SECONDA PARTE - A quale ricordo istintivo collega suo fratello? «Può sembrarle strano o buffo, ma non lo vedo pilota. Mi viene in mente un bambino che fa “bruum bruum”, il rumore di un’auto da corsa. Un frugoletto che tutto il giorno gioca con le macchinine sul pavimento. Ricordo che ogni volta che nostra madre Neide gli comprava un paio di scarpe, lui aveva un modo originale di provarle. Se le infilava ai piedi, poi correva per fermarsi di colpo. Se si bloccava subito senza strisciare, se le faceva prendere, sennò diceva che frenavano male. Insomma, desiderava già calzature dotate dell’antispin!». - Ricorda il vostro ultimo dialogo prima dell’incidente? «Sì, ci fu una telefonata. ma preferisco non rivelare le sue ultime parole». 92-Senna024_13 - La Formula 1 garantì ad Ayrton una nuova vita, ma in Formula 1 Ayrton ha poi perso la sua, di vita. Come sorella, qual è il suo giudizio? «Lei ha ragione. Le corse gli hanno dato tanto e gli hanno preso tutto, compresa la vita. Ma lui conosceva i rischi, le regole del gioco e scelse liberamente di andare avanti. Quando ancora non era arrivato al mondo dei Gran Premi, nel 1981, mio padre provò a distoglierlo dalla carriera per farlo lavorare nell’azienda di famiglia. Ayrton per due-tre mesi disse addio alle corse, pensando che non sarebbe mai più rientrato in pista. Ebbene, faceva tutto meccanicamente, sembrava un morto vivente, uno zombie. Aveva completamente smarrito le motivazioni. Così i nostri genitori pensarono di rigenerarlo e di fargli tornare il sorriso permettendogli di tornare a correre in Europa». - Il lungo e complesso processo per accertare cause e responsabilità sulla mort di suo fratello francamente non ha fornito l’occasione per vedere una bella immagine del mondo della Formula 1. I “non ricordo” di Damon Hill, la delirante deposizione di Coulthard che è arrivato a dire che fosse normale che un volante potesse ballare, i dati della vettura di Ayrton in gran parte spariti, i fotogrammi immediatamente precedenti all’impatto contro il muretto del Tamburello misteriosamente volatilizzati dalla camera car... Un mondo che si chiude a riccio, insomma. Tristemente, quello stesso mondo che anche e soprattutto Senna nehli anni precedenti alla tregedia aveva aiutato a divenire infinitamente più ricco. «Sa come la penso? Ancora non sappiamo con esattezza scientifica cosa sia effettivamente successo il 1° maggio 1994 a Imola, perché mio fratello sia morto. Le conclusioni cui si è giunti non spiegano un bel niente. Non sappiamo la ragione, la vera ragione dell’incidente. Così è come essere fermi al punto di partenza, per certi versi, al di là degli esiti processuali». - Colpisce comunque che lei non reclami giustizia. A quanto pare dice che la situazione è ferma nmolto prima: all’accertamento della questione di fatto. «La mia famiglia non ce l’ha con nessuno. Sarebbe solo bene sapere con certezza assoluta cosa accadde quel giorno». - In tutti questi anni si sarà fatta un’idea. «Sì. Francamente sì, ma è una cosa privata. - Le monoposto Williams da dopo l’incidente hanno portato gli adesivi della fondazione dedicata a Ayrton, i rapporti tra l’ultima squadra del campione e la sua famiglia sono sempre sembrati buoni. «Ottimi. Con Williams, Dennis, Prost e tutta la Formula 1. Frank ha sofferto moltissimo il fatto che Ayrton sia morto al volante di una sua vettura. Insomma, le dico come la penso: è vero, sappiamo perfettamente che la monoposto si ruppe e sappiamo anche cosa cedette, ma, attenzione, questo è solo l’inizio dell’incidente. Nell’opinione di molti, non è questa la causa vera. Vede, la rottura di un piantone dello sterzo può verificarsi in una corsa di Formula 1. Il punto è un altro. Credo che non sappiamo tutto, penso che ancora manchi qualcosa». 86por_001 - Di certo resta strano che non vi siamno immagini della camera car di Ayrton immediatamente precedenti all’impatto. «Solo strano? Molto strano». - Lei crede che un giorno sarà possibile raggiungfere un livelklo accettabile di verità assoluta su quello che accadde il 1° maggio 1994 a Imola in occasione del Gp di San Marino? «Solo Dio lo sa». - Qual è stato il miglio amico di Ayrton, nella vita e nelle corse? «Per la prima parte dell domanda, rispondo nostro padre Milton. Per la seconda, Gerhard Berger». - Ci parli dellistiuto da lei gestito e intitolato a Ayrton. «L’idea di fare qualcosa per i meno abbienti, soprattutto bambini, nacque parlando con lui tre mesi prima dell’incidente. Mi disse di pensare, di riflettere sulle modalità di un possibile impegno. Così dopo la sua morte io e la mia famiglia abbiamo deciso di portare avanti l’idea della Fondazione. Alla quale è stato destinato il 100% del guadagno proveniente dal marchio Senna, del personaggio a fumetti Senninha e dei diritti di sfruttamento dell’immagine di Ayrton in tutto il mondo». - Un programma collegato alla situazione socio-politica del Brasile, che, al di là del recente grande sviluppo economico, resta la patria delle grandi diversità tra ricchi e povere e dei destini più divergenti. «La mia nazione è tra le prime potenze economiche del mondo quanto a capacità potenziali di futura crescita ma resta oltre la cinquantesima posizione secondo la graduatoria Onu degli indici di sviluppo sociali. È come avere un Paese che allo stesso tempo è un po’ Svizzera e un po’ Afghanistan. Due realtà stridenti, spesso separate solo da una strada o da un fiume. Da noi il problema non è quello della crescita economica, ma quello dell’incremento delle qualità della vita individuale. Dobbiamo occuparci di milioni di persone che vivono nella parte “afghana” del Brasile, per insegnargli la via “svizzera”. Il grande sogno di Ayrton e quindi, quello nostro, da lui ereditato, era quello di creare chance per i meno fortunati. In fondo lui ebbe una famiglia in grado di dargli valori, educazione, alimenti e, soprattutto, la possibilitità di essere sino in fondo se stesso». - Ha avuto un seguito il personaggio a fumetti Senninha, a lui isprato? «Sì, è divenuto un modello per i bambini brasiliani. Dal 2003 è pure divenuto un cartone animato trasmesso su Rete Globo». Senna_1988_orsi_21 - Quali erano le canzoni, i libri, i film preferiti da Ayrton? «Adorava la musica. Tina Turner, i Queen, Phil Collins, Enja. Non era un divoratore di libri. Leggeva giornali dedicati alle corse e a volte la Bibbia. Aveva un debole per i film d’azione, visto che lo era, un uomo d’azione. Anche quando andava in spiaggia, non faceva che scorrazzaresul jet-ski, la moto d’acqua». - Tra gli sportivi italiani, a due decenni dalla sua scomparsa, resta il rimpianto struggente per non averlo visto in Ferrari. «In quei tempi la Rossa non era in grado di essere vincente da subito, mentre Ayrton aveva fame di successi. Rifiutò una grande somma da parte della casa di Maranello, preferendo guadagnare meno e avere una monoposto al top come la Williams, per affrontare da vincente la stagione 1994. Ma, ricordatelo, il suo sogno era guidare un giorno per la Ferrari». - La sera dei Caschi d’Oro di Autosprint 2001, al suo ritorno in Italia dopo anni di assenza, Piero Ferrari l’ha abbracciata e le ha detto alla mia presenza: «Abbiam fatto di tutto, al tempo, per portare Ayrton alla corte di maranello. Peccato...». «Ricordo un pomeriggio a Montecarlo, poco prima dell’icidente. Passeggiavamo sul lungomare e lui mi disse: “Adess devo vincere con la Williams. Poi la mia prossima e ultima sfida sarà quella di portare al trionfo la Ferrari”. Purtroppo è andata diversamente». - Le capita mai d’incontrare Ayrton in sogno? «Sì, mi capita». La prossima volta che lo vede, gli dica che gli vogliamo bene. Fine seconda parte - Leggi la prima