La sveglia quasi non la sento, io che ho il sonno leggero e dormo poco come gli anziani. Per fortuna, mi scuotono e mi tuffo giù dal letto. Sarebbe stato un peccato perdere l’appuntamento con l’avventura. La prima volta alla Dakar, anche se si corre tutta in Perù. Anche se un conto è farla davvero, un altro è seguirla, “incrociarla”. Ma i giornalisti di quest’epoca balorda hanno meno margini dei pionieri.

Sarebbe stato un delitto anche dopo tutto quello che ci avevamo costruito intorno, alla Dakar. I video “istruttivi” con quel pirata di Manuel Lucchese; quelli formativi con Massimiliano al centro Aci Sara di Guida Sicura nello spazio off-road di Vallelunga, la sfida social per me che vivo molto meglio tranquillo dietro le quinte.

Tant’è. Doccia volante, ultimo check per le due borse da viaggio che mi faranno compagnia nel deserto del Perù. E di corsa fuori nel gelo di una Roma buia come la pece. Sono le 4.30, è notte, la sveglia dell’alba deve ancora suonare, ma quando esco, puntuale, il taxi ancora non c’è. Brivido.

Per fortuna dura poco. Smeraldo 28 “atterra” sgommando davanti a me. E già lì avrei dovuto capire l’antifona. Da Monteverde al Terminal 1 di Fiumicino in 13 minuti netti. Incurante delle buche, dei semafori, di tutto, voliamo verso l’aeroporto con una Mercedes Classe B incerta se scuffiare o se prendere di bolina il viadotto della Magliana, quello dello stesso architetto del ponte venuto giù a Genova.

Paolo, il tassista, non parla: spinge solo l’acceleratore e non ho la forza di interagire o protestare, non gli avevo mica detto che stavo perdendo l’aereo... Spero solo di arrivare a vedere il Perù. L’ultimo rettilineo lo facciamo come non ci fosse un domani, come in Formula 1 quando arrivano a ridosso di chi sta davanti e spingono il pulsante del DRS per agevolare il sorpasso! Il Terminal 1 è una landa desolata, ringraziando il Signore.

E Paolo può inchiodare, neanche avesse finito il gasolio. Ricevuta, carta di credito, Millemiglia, tutto alla velocità della luce. Secondo me era lui che aveva fretta, forse aveva un appuntamento. Mi saluta con una pacca sulla spalla e mi fa “buon viaggio” e io openso “ad arrivarci” che Dio ti strafulmini. E meno male che non avevo fatto colazione. Ma il numero me lo segno, la volta che devo fare davvero veloce, so chi devo chiamare.

Controlli lisci come l’olio, sosta rifocillante in saletta Alitalia poi tranquillo verso il gate B13, volo KLM per Amsterdam delle 6.10. Due ore e venti minuti di volo rilassante poi dentro al girone dell’inferno di Schipol, uno degli aeroporti più incasinati e vissuti d’Europa. Mi aspettano 4 ore di lungo scalo prima di rialire a bordo dell’altro volo KLM che mi porterà a Lima. La salvezza è avere la business, sai dove metterti per leggere e lavorare un po’.

Così il tempo passa, alla fine passa sempre. E finalmente arriva il momento di imbarcarsi. Aereo stracolmo, sembra che vadano tutti in Perù. Ma in fondo chissene. A noi, dopo quasi tredici ore e 11.000 chilometri di volo, ci aspetta l’avventura, il deserto, il Perù. E non capita a tutti. Alla prossima.

L’ARRIVO La prima immagine del Perù che intravedo dall’alto del Boeing della KLM - ero all’interno che sfiga, per fare una foto seria avrei dovuto uccidere un paio di passeggeri - è un cielo opaco e rossastro, un coktail di foschia e polvere che fanno riflettere il deserto sotto e poi l’accumulo di casette della sconvolgente per quanto imponente periferia.

Quella che rende Lima, la città fondata dal conquistador, Francisco Pizarro, il 18 gennaio 1535 la seconda città più popolosa del sudamerica con quasi 10 milioni di abitanti (al censimento del 2015) solo dopo San Paolo in Brasile. Senza dimenticare che è la città più grande al mondo costruita nel deserto, tra le valli dei fiumi Chillon e Rimac. Quest’ultimo capace di dargli il nome in lingua quechua (rimaq “parlatore”) che si somma alla versione aymara (lima-limaq, “fiore giallo”) entrambe lontane dal nome che Pizarro gli aveva dato in origine, la Ciudad de los Reyes (città del re o dei re magi, per questo molti spostano la fondazione al 6 gennaio...).

Ma quell’immagine della periferia di Lima con tutte le case colorate e ammassate l’una sull’altra, mi ricordano che siamo nel continente dove la povertà è una cosa seria. Le favelas di Lima sono proprio quelle casupole dove vivono una moltidudine di persone, costruite sulle colline di pietra e sabbia che qui chiamano cerros.

E la Dakar non può cancellare, far dimenticare la realtà quotidiana. Sbarchiamo veloci all’aeroporto Jorge Chavez di Lima, come veloce è il controllo passaporti. Un po’ meno il ritiro del borsone del collega, ma in media Fiumicino. E poi questo si fa fatica a considerare un aeroporto internazionale, ha solo sei nastri per il recupero bagagli e dimensioni decisamente ridotte, a occhio sembra più piccolo di quello di Bologna.

Eppure è razionale e funzionale. Cambio qualche euro, con un cambio favorevole anche rispetto al dollaro (3,502 sol, la moneta peruviana, per un euro).

E poi fuori a prendersi la prima boccata di umido di Lima, un città dal clima davvero particolare, affacciata com’è sull’Oceano Pacifico e il cui microclima si combina con quello arido e secco del deserto, che annulla o quasi le precipitazioni piovose ma regala un’umidità che nell’inverno peruviano (luglio agosto) è fissa al 100%!!.

L’impatto con Lima è caotico, è già buio e il traffico delle 8 di un sabato sera è comunque comprensibile, considerando anche le strade a due corsie, con meno buche di Roma (ci vuole poco) ma con una serie di dossi antipaticissimi, che portano fuori dall’aeroporto verso la città. In più c’è da evitare la guida... artistica dei conducenti delle miriadi di combi, piccoli minivan, quelli più grandi si chiamano couster, che sembrano nugoli disordinati di zanzare sparsi sull’asfalto.

Dopo venti minuti di questo delirio, si arriva per fortuna alla litoranea, che invece somiglia tanto ad un’immenso raccordo anulare a 8 corse complessive. Il Pacifico scorre veloce e ci porta dritti al quartiere Miraflores di Lima, prima cuore verde della città con le sue scogliere a picco sull’Oceano e ora diventato il cuore moderno, commerciale della capitale peruviana. Qui c’è il nostro albergo e finalmente scatta immediato il tuffo nella doccia e poi sul letto:.

Domani (oggi domenica) ci aspettano quasi 600 km di trasferimento fino a San Juan de Marcona nella provincia di Nazca dove arriva la sesta tappa della Dakar 2019. E davvero non aspetto altro che prendere contatto reale con questa corsa epica, di capirne lo spirito - ammesso sia possibile - dandole, come mi ha consigliato l’amico Manuel Lucchese, del lei. Le signore si trattano sempre con i guanti bianchi e poi la Dakar ha solo 41 anni