In questo momento Lewis Hamilton è il pilota più forte della F.1 moderna. Il più grande del post Schumi, con questo 2017 incaricato di dirimere l’interessante eliminatoria tra lui e il rigenerato nonché ancor più pluriridato Sebastian Vettel, per averne se non definitiva almeno chiara conferma.

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L’anglo-caraibico è pole sitter-seriale ormai a un soffio dai gloriosi bottini in qualifica di Ayrton e Michael, oltre a fregiarsi dei master in sorpassologia, guida fine sul bagnato e offensivologia su sequenze martellanti di giri veloci, che gli valgono il preoccupante - ma solo per gli avversari - epiteto allitterante di Hammer. Chapeau. 

Ma non è questo il punto.

La verità è che, preso atto della sua classe di guida immensa e d’un curriculum già da indimenticabile dell’automobilismo, la sua postura mediatica tendenzialmente improntata al buonismo fintarello e untuosetto ha francamente rotto le scatole e passato il segno della sopportabilità. 

Ovvio, qui dall’oggettivo e dal plaudente si passa al soggettivo e al perplesso, eppure la mia opinione più che sconfinare nella cieca arbitrarietà affonda le radici in dati di fatto e comportamenti certificati.

E’ da dieci anni esatti che Lewis Hamilton veicola inesorabilmente l’immagine del tenero ragazzo indifeso possibile e passibile preda e vittima di lupi cattivi. Nel 2007 il suo dualismo con Alonso all’interno della Mclaren fece epoca, ebbe l’epicentro nel weekend del Gp d’Ungheria e l’epilogo triste e perdente per entrambi in Brasile.

Con Lewis proteso a spiegare al mondo col faccino della finta vittima che lo spagnolo cattivo voleva divorarlo per la rabbia di non essere altrettanto veloce.

Il che in parte e in certe occasioni era stato pure vero, con la differenza che Fernando è sempre stato lupo fin troppo ululante truccato da lupo ululante, mentre Hamilton da due lustri veste mediaticamente le pelli del coniglietto mannaro che gronda da ogni artiglio sorrisi innocenti, carinerie lubrificanti, sofferenze episodiche ostentate e vittimistiche frammiste a improvvisi impeti di sportività plateali ma ben poco sostanziali e credibili.

Lewis vs Nico, Lewis vs Mercedes, Lewis vs universo, ogni volta, anche nel passato recente, il campionissimo s’è messo a fare gli occhioni da cerbiatto inseguito dai bracconieri con l’aplomb Pucci-Pucci dello scoiattolo bagnato.

Quest’anno, poi, l’atteggiamento sfiora ormai il parossistico. E’ da tre Gran Premi, da quando la Ferrari è tornata alla vittoria, che Lewis non fa che sperticarsi in spettacolari elogi a Seb e alla Rossa, che neanche la comare di Seb e la zia più estroversa di Arrivabene s’azzarderebbero mai a propagandare. Che senso ha? Che bisogno c’è?

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Facciamo un esempio di scuola. E’ come se uno di noi avesse problemi di vivibilità in condominio con un nuovo e inatteso residente che è anche avvocato di grido e per ciò stesso dichiarasse: “Dottore, sono felicissimo che abbia acquistato questa casa a fondello con la mia, perché lei sarà un avversario fantastico. Io e lei daremo vita a dispute memorabili, a riunioni, lettere, ricorsi e sfide da pianerottolo che passeranno alla storia se non alla leggenda della convivenza condominiale”. Cioè, dico, ma scherziamo?

Essere tranquilli, sereni, carini e misurati è un conto, prodursi ogni tre per due in sparate fintissime della serie “Sono orgoglioso e caricatissimo dal misurarmi con un grande come Vettel” è un altro.

Addirittura nell’immediato dopo Gp di Cina Hamilton s’è lanciato in un abbraccio torrenziale a Vettel medesimo appena battuto, che neanche Gigi Reder nei panni della tentacolare mamma della Belva Umana, nell’omonimo capolavoro filmico di Giandomenico Fracchia al secolo Paolo VIllaggio. 

Figghiu, figghiu mio bbello, fatti baciare!

Al che Vettel, che è uno pronto e profondo, il primo gesto che ha fatto ridendo e scherzando, con simpatica dolcezza paracula, è stato alzare la visiera a Lewis per scrutargli gli occhi, quasi istintivamente a voler dire sottotraccia “Fatti leggere lo sguardo col mio sguardo, sia mai che reciti”. Altro che sia mai...

E in Bahrain? Grande esternazione di Lewis sul podio e in conferenza stampa per lodare la squisita signorilità di Bottas che per due volte si è fatto da parte in gara, regalandogli la posizione come il furgone del latte incalzato dall’ambulanza del 118 con sirena e lampeggiante.

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Tutto ciò mentre Bottas medesimo nel dopogara aveva la faccia silente e offesa di uno al quale le truppe d’assalto degli ussari avevano appena violentato ripetutamente un'ipotetica nonna invalida.

Ecco. Roba così. Eddai. Lewis Hamilton è un grande ma passati i 32 anni d’età queste cosine dovrebbe smetterle di fare.

Sì. Deve smettere le tipiche movenze del ragazzino furbetto e piantarsela una volta per tutte di fingersi unico verginello tra gli scopatori.

E' tempo che la maturazione dell’uomo vada di pari passo con l’immensa classe del pilota, mettendolo finalmente in grado di mostrarsi davanti a tutti per ciò che ogni campioniwssimo da sempre realmente è: un amabile, perfetto e immarcescibile figlio di buona donna.