Venti anni. Tanti ne sono passati da quell’inatteso trionfo di Michele Alboreto alla 24 Ore di Le Mans 1997, ottenuto quando il pilota milanese aveva appena varcato i 41 anni d’età e in teoria sembrava ormai ai margini dell’automobilismo che conta. E già fuori da fine 1994 da quella F.1 alla quale sentiva di non aver più nulla da dare, dopo avergli dedicato i momenti migliori della carriera, sfiorando il titolo mondiale nel 1985, su Ferrari. Ma è dall’inizio della seconda metà degli Anni ’90 che Michele inizia un percorso del tutto nuovo, che è anche la testimonianza più bella del suo infinito amore per l’automobilismo da corsa.

Piuttosto che piantarla gloriosamente lì, eccolo saggiare il Dtm con l’Alfa Romeo e nello stesso tempo programmare in chiave 1996 il suo attacco alla 500 Miglia di Indianapolis, con un plan parziale che lo vede in scena con una Lola del team Scandia di Andy Evans negli Usa laddove, e alla 24 Ore di Le Mans al volante della Wsc Porsche Twr Porsche by Joest, un vecchio progetto ex Jaguar Gr. C poi gestito dalla Mazda e infine confluito in un riciclo di materiale da parte di Renhold Joest, che mette insieme un agguerrito prototipo in due esemplari dotati del classicissimo e eterno motore Flat Six Turbo.

Nel 1996 Michele, che corre insieme a Piero Martini e a Didier Theys, è costretto al ritiro mentre la vettura gemella di  Reuter-Wurz-Jones s’aggiudica a sorpresa la classicissima gara. E per il 1997 la Porsche ufficiale sfila una delle pericolose barchette a Joest e la infila nel museo di Stoccarda per toglierla di mezzo e spianare la strada a una fortemente voluta affermazione dell’arma più fresca, la 911 Gt1 all’attacco in forma ufficiale e affidata anche a un nugolo di team privati.

Michele si ritrova quindi sull’unico prototipo Twr by Joest superstite e a pochissimi giorni dalla 24 Ore, prevista nel weekend del 14-15 giugno, non è neanche sicuro dell’esatta composizione del suo equipaggio. Al suo fianco, quasi a rinverdire per un’ultima volta i giorni più belli, ci sarà l’altro veterano Stefan Johansson, coetaneo e soprattutto compagno di squadra in Ferrari nell’intenso e indimenticato biennio 1985-1986. Il terzo posto disponibile, misteriosamente libero fino alle ultimissime ore delle verifiche in piazza dei Giacobini, nel vecchio centro di Le Mans, rimane contrassegnato da una X sino a che in extremis esce fuori il nome del pilota designato: il quasi sconosciuto danese Tom Kristensen, all’epoca pilota del team AutoSport Racing in F.3000 Internazionale, alla corte dell’italianissimo Gianfranco Bielli.

Kristensen è un novellino di Le Mans e sembra tanto il punto debole dell’equipe. Non importa: il resto lo racconta direttamente Reinhold Joest, il più glorioso, blasonato e autorevole team boss nell’era moderna dell’Endurance, non solo capo della sua squadra ma successivo punto di forza della saga Audi alla Sarthe e nella che cambierà volto all’intera categoria: «Michele fu fantastico con Tom. Invece che trattarlo con distacco e superiorità si atteggiò subito a compagno di squadra caldo, aperto e generoso, non lesinando consigli e aiuto nella delicatissima fase di acclimatamento. Anche perché lui a Le Mans aveva corso già quattro volte, tre delle quali con la Lancia, sia in Gruppo 5 che in Gruppo 6 e in Gruppo C. Ebbene, grazie a lui la nostra struttura iniziò la sfida in uno stupendo clima di motivatissima collaborazione. E il resto della trama di quell’emozionante gara ci avrebbe dato ragione».

Parliamoci chiaro, sembra tanto sia la gara di Bob Wollek e della sua Porsche 911 Gt1 ufficiale. Il 54enne alsaziano forse è alla sua ultima posibilità di riuscire a vincere la 24 Ore che gli sfugge da quasi 30 anni e insieme agli altri veterano Boutsen e Stuck non lascierà nulla d’intentato pur di farcela. L’altra 911 Gt1 della Casa vede coinvolti Kelleners, Collard e Dalmas, l’equipaggio più giovane tra quelli top.

La gara, fortunatamente risparmiata dalla pioggia, vede sostanzialmente un’appassionante fuga delle due 911, con il prototipo Wsc che si mantiene nella loro scia, vera spina nel fianco, quasi una goccia che scava nelle due 911 fuggitive come una goccia buca la pietra. E alle 8 di mattina della domenica tocca a Wollek uscire catastroficamente alla secca piega destrorsa di Arnage, rovinando il suo sogno di vittoria. Il pilota sembra sotto accusa, ma anni dopo il tecnico Singer confesserà che si è trattato di un’avaria alla trasmissione.

Okay, ora in testa passa la vettura gemella ufficiale, sempre seguita come un’ombra dalla Wsc di Alboreto-Kristensen-Johansson, i quali stanno dando vita a una gara regolarissima, priva di noie e incredibilmente consistente, peraltro senza ancora attaccare la Porsche lepre.

Le Mans, domenica 15 giugno, mezzogiorno in punto. La 911 Gt1 di testa si mette a fare fuoco e fiamme, quindi si stoppa malinconimcamente a bordo pista. Il pilota Kelleners scende, si appoggia a una rete e piange. È finita. La Porsche ufficiale ha perso la 24 Ore di Le Mans e in testa ora c’è incredibilmente Michele Alboreto col vecchio prototipo di Joest che marcia come un orologio.

Non lo riprenderanno mai più. Coadiuvato meravigliosamente da Tom Kristensen, rookie con un grande avvenire davanti - diventerà futuro recordman di vittorie alla Sarthe con 9 stordenti centri comlpessivi - e dal vecchio amico Johansson, Michele porta la Twr Wsc by Joest sotto la bandiera a scacchi, cogliendo una vittoria inattesa, meritata e in grado di nobilitare una carriera, quella del pilota milanese, già meravigliosa di suo e che con questa ulteriore iniezione di gloria e entusiasmo potrà prolungarsi ancora per anni. Sì, fino a un brutto giorno di primavera del 2001 al Lausitzring, ma questa è un’altra storia.

La chiusa di quella meravigliosa trama della 24 Ore di Le Mans 1997 spetta di dritto al grande Reinhold Joest: «In quel weekend capii fino in fondo sul piano del pilotaggio e su quello umano quanto poteva essere grande la classe del campione e dell’uomo Michele Alboreto. Se qualcuno mi chiede fino a che punto io l’abbia apprezzato, posso rispondere con i fatti: la sua foto campeggia tuttora in ufficio, dietro la mia scrivania. Tutto ciò perché sono orgoglioso di confessare che così facendo io di un uomo come Michele ho il privilegio di vederne l’immagine e di ricordarne la storia ogni mattina, tutti i giorni della mia vita».