Domenica prossima si va a correre a Spa-Francorchamps e meno male.  Sì, meno male che c’è. Perché Spa non è solo un tracciato fantastico, ma rappresenta una delle ultime prove provate che l’automobilismo è sport estremo con sfide vere, piloti con le palle quadrate e banchi di prova attendibili e tosti.

A Spa, manco fosse il Jurassic Park del Brivido, trovi cose che altrove sono estinte da decenni e che sulle Ardenne miracolosamente vivono e rivivono, manco fossero T-Rex incazzati e ruggenti. Discesoni, depressioni, compressioni e controsalitoni, rettilinei su cui i motori latrano a vita persa, curvoni e controcurvoni ignoranti da medie e percorrenze più che ultrautostradali. Robe mai più viste altrove.

Spa è il paradiso o forse sarebbe meglio dire il purgatorio del meteo mutevole, in due possibili accezioni. Il tempo bello può anche esserci, ma dura poco. E se c’è in una sezione della lunga pista, complessivamente la più lunga del mondiale, magari da un’altra parte sta piovendo, un po’ come accade da sempre sulla vecchia Nordscheife del Nurburgring o sul Mountain dell’Isola di Man.

Spa oltre che per i piloti è il tracciato più bello del mondo per gli stessi spettatori. Un pomeriggio sull’altura di Pouhon, con il colpo d’occhio che garantisce, può dare un senso a un’intera esistenza da race fan, tra l’altro a prezzi ben più onesti rispetto a qualsiasi spellante, vampiresca e insulsa tribuna centrale di qualsivoglia Gran Premio su un tracciato più moderno, corto, asettico e bello sciapo.

Un incidente high speed a Spa non è il crash che si vive altrove. No, è esperienza mistica il più delle volte tellurica, roboante e spaventosa. Anche se tendenzialmente sicura, perché l’immensa quanto precaria magia del tracciato vuole che la sfida per quanto esaltante resti contraddistinta da un coefficiente di rischio più che ragionevole. In altre parole, Spa, a detta della stragrande maggioranza dei piloti e degli appassionati di automobilismo da corsa, è il tracciato più bello e affascinante del mondo.

Vogliamo andare oltre? Ormai, tra computer e parametri, tutto è emulabile, riproducibile, copiaincollabile, eppure mai nessuno s’è preso la briga di prendere il miracolo delle Ardenne e elevarlo a canone, a modello nobile, a fonte seppur parziale d’ispirazione. Al contrario, nel passato anche recente, nel 2003 e nel 2006, prima per questioni inerenti le leggi sul tabacco, poi per problemi riguardanti lavori, Bernie s’è perfino preso il lusso di non farci correre la Formula Uno.

Magari, sotto sotto, per dimostrare che il Circus tutto sommato può perfino fare a meno di Spa. Campando, prosperando e godendo comunque. Perché per gli pesudobuonisti ammoscianti e economicamente vampireschi - quelli che avrebbero voluto e vorrebbero trasformare i Gran Premi e le corse in genere in frivole vetrinette per sponsor, paddock club, hospitality, pubbliche relazioni e sfilate di nulla all’insegna del più becero fast & glamour, cioè in oziose e innocue processioni -, un posto come Spa fa ombra. Tanta ombra. 
Impiccia. Peggio. Destabilizza.

Perché solo sussistendo e continuando orgogliosamente e meravigliosamente a esistere, Spa dimostra senza tema di smentita che l’80% dell’automobilismo - gran parte delle corse altre, sì, tante delle corse altrove -, rappresenta semplicemente una totale e sciatta presa per il culo.

Per questo, per una volta, pensando che il prossimo weekend la Formula Uno torna a correre a Spa, mi viene spontaneo alzarmi in segno di rispetto, esattamente come quando mi trovo di fronte a un qualcosa molto importante, che rappresenta un che d’unico e grande.

Vinca chi deve vincere, nella prossima Spa F.1: per una volta non potrebbe fregarmente di meno di chi riuscirà a piazzare il colpaccio tra Ferrari, Mercedes, Red Bull o chi altri.
Perché Spa è un tracciato del quale ci si può fidare ciecamente

Là giunge primo chi merita, punto.

E alla fine a vincere davvero è sempre il circuito e la sua aria incantata e spruzzata all’eau di conifere.

Primo secondo e terzo a piacere, stavolta.

Ma una, cento, mille Spa.