Caro Alessandro Zanardi, Anzi, semplicemente, caro Alessandro. Forse è sbagliato leggere nelle date, nei numeri o nelle coincidenze dei segnali, dei colpi di specchio che lanciano messaggi in codice quasi magici quanto affascinanti. Dai, forse è solo colpa della fantasia. Eppure oggi fa un certo effetto pensare che il tuo compleanno viene festeggiato proprio il giorno dopo del podio negato a Max Verstappen in Texas, per aver superato illegittimamente i track limits nella sua lotta con Kimi Raikkonen. In fondo, se fosse possibile riassumere la carriera di un campione con un sorpasso, la tua - bypassando mille altre prodezze -, potrebbe essere sintetizzata e zippata in qualcosa di filosoficamente simile, ossia tutta in quell’infilata mitologica a Bryan Herta, nel finale della gara Cart a Laguna Seca 1996.

Cavolo, c’è tanto Zanardi da Castelmaggiore in quel gesto. Creatività, coraggio, precisione da killer, voglia pazzesca di vincere, autoconsapevolezza di poterselo permettere, fame d’affermazione meritocraticamente accertata e giustificabile, attitudine all’impresa e perfino una certa dose di menefreghismo delle possibili conseguenze. Niente di relativo alla sicurezza, no, ma solo dedicato alla possibile incazzatura che Chip Ganassi avrebbe potuto far pesare in caso di fallimento clamoroso della manovra. Della serie, se va, va e se non va, in fondo - per dirla alla Raz Degan dei bei tempi andati - sono solo fatti miei. Poi tanti citano Valentino su Stoner al Corkscrew 2008, dimenticando che infilare una Reynard in un fuoripista in contropendenza è un pochino più scomodo che fare lo stesso con una moto, anche se a vantaggio di Vale va riconosciuta alla grande la magia di non aver perso l’equilibrio nell’atto di piazzare la volatile prodezza su due ruote iperansiogene.

In ogni caso, le eliche del dna di Alex Z stanno nel colpaccio al Cavatappi. Magari il Corkscrew, avvitato com’è, somiglia a un’elica del dna di Alex Z, chissà. Anche perché, si diceva, quella vecchia storia di Laguna Seca è la metafora di una vita. Cioè, il tempo a disposizione sta per finire, tu saresti anche bravino ma di questo passo col cavolo che vinci e, sul più brutto, t’inventi una magia così il film che ti vede protagonista cambia genere a poche scene dai titoli di coda. Sembrava un documentario su uno momentaneamente con un po’ di sfiga e si tramuta last minute nel biopic su un eroe che spiega spettacolarmente al mondo d’esserlo. A volte, per chi conosce Alessandro Zanardi da decenni, tutta la rimonta umana dal dramma del Lausitzing in poi, è solo l’estrinsecazione esistenziale di ciò che il soggetto aveva già agevolmente mostrato di poter fare in pista. Curve quali sinonimi di difficoltà, rivali metafore di problemi, classifica sconfortante a mo’ di simbolo di possibile depressione da evitare in fretta. E Alex Z via che rimonta. Come a Long Beach 1998.

Lui vincitore uscente che piomba ultimo e doppiato ma improvvisamente si scorda d’esserlo dando vita a una rimonta sconcertante, che lo porta negli ultimi giri a attaccare Herta e Franchitti andando a vincere tra decine di migliaia di facce sbigottite. Occhio, nella leggenda di Alex Z c’è sempre una fregatura involontaria e sportivamente lecita da tirare a Bryan Herta. Certa è come l’omino piccolo e baffuto perennemente buggerato dalla Pantera Rosa. O Mario Castellani quando fa la spalla nei film di Totò. Va be’, non divaghiamo. Tutto questo per dire che il pilota Alessandro Zanardi aveva già vissuto le corse come simulazione della vita, specializzandosi in America con un Master nella gestione costruttiva e epicizzante dell’improbabile. Poi il resto, brutto e quindi meraviglioso. Da lì il suo alzarsi in piedi la sera dei Caschi d’Oro 2001 davanti a un pubblico sbigottito e il successivo, progressivo, inarrestabile elevarsi a icona del saper vivere all’interno di sfide sempre nuove. Non più Laguna Seca, ma Wtcc, Gt, handbike, Tv, Iron Man e chissà cos’altro, in prospettiva.

Vita vera, insomma. Con un ragazzo che è restato sempre e comunque stupendamente lo stesso. Spontaneo quanto costantemente lieve e educato. Dai tempi in cui, a metà Anni ’90, dopo i primi timidi, validi ma sfortunati assaggi in F.1 sembrava un pilota finitissimo e telefonava in redazione perché aveva piacere si pubblicasse la notiziola del suo anonimo quanto estemporaneo ritorno in gara al volante di una Lotus Gt. Ecco, per chi lo conosce la cosa straordinaria è che Alex Z, se chiede o se dà, lo fa sempre con la stessa pura e squisita delicatezza. E festeggiarlo oggi, appunto nel giorno dopo della bocciatura del sorpasso fuoripista di Verstappen a Raikkonen, magari è un altro segno del destino. Il quale ci spiega che certe cose potevano accadere una volta e ora no. Mai più. Perché l’infilata di Zanna a Herta al Cavatappi 1996 ormai è come quando andavamo al cinema e fumavamo o filavamo in motorino senza casco o sfrecciavamo in macchina senza cinture. Cose che si facevano e non si fanno più. No, mica te le fanno più fare.

E se solo t’azzardi a riprovarci ti penalizzano togliendoti dal podio. Per carità, evitiamo nostalgie, soloniche tirate o zaffate felpate di reducismo. Semplicemente il mondo è diventato questo. Fittissimo di regole, sicurezze soffocanti e divieti ammoscianti. Cioè di stradine già tracciate e finali scritti in anticipo. Tanti anni sono passati da quando eri solo un giovane pilota, Alessandro Zanardi. Ed è sempre un piacere seguirti. Starti vicino anche solo col pensiero. Perché mentre il mondo cambia e spesso peggiora tu resti il vero, originale, sano e entusiasmante simbolo protagonista di una meravigliosa serie a sfondo umano. Capace di proporre a ogni finale di stagione un colpo di scena che rende orgogliosi di starti vicino per seguire l’inizio della prossima. Buon compleanno, Alessandro.