Ogni film ha una genesi, un innesco, una scintilla. Ciascuna scintilla fisicamente nasce da un acciarino, anzi - siamo meno antichi, va’ -, un accendino, il quale deve il suo potere incendiario a una piccola pietra appositamente graffiata. Ecco, fuor di metafora, nel film “Quando corre Nuvolari” v’è tutto un gioco di rimandi ab origine, di specchi, sogni e soggetti, all’interno del quale ciascuno ha la sua parte.

Immaginate, in poche parole, un lungo e complesso cammino con un inizio, un lungo sviluppo e un approdo. L’inizio è quello che vede Tazio Nuvolari, vecchio e malato, al via all’ultimo momento nella 1000 Miglia edizione 1948, al volante di una Ferrari 166 Sc, ingaggiato addirittura durante le verifiche tecniche a Brescia, da Enzo Ferrari in persona. Il quale gli mette al fianco in veste di co-pilota il giovane e coraggioso Sergio Scapinelli, di fatto un intrepido meccanico-collaudatore.

Sembra una partecipazione sottotraccia e malinconica, viste le premesse, invece diventerà ben presto una delle cavalcate più leggendarie, poetiche e entusiasmanti nella storia dell’automobilismo da corsa. Perché il vecchio pilota, che ha perso due figli per malattia, dato per finito e considerato ormai una nota a margine nella corsa delle corse, dopo un inizio guardingo si lancia all’attacco all’altezza del Furlo, quindi al transito per l’Italia centrale dà vita a una progressione irresistibile, che lo colloca clamorosamente in testa alla gara.

L’Italia intera, alla radio, si commuove nel sapere che l’eroe delle tre decadi è ancora lui, pronto a scrivere un’altra, indimenticabile pagina della sua storia. E Tazio Nuvolari la scrive eccome, anche se la sua macchina va in pezzi, perde il cofano, un parafango, si sbriciola, diviene simbolo ferito dell’Uomo che non s’arrende, sempre più carezzato e incitato dall’Italia che spera nella prodezza del vecchio campione. Fino a che, a Villa Ospizio di Reggio Emilia, cede una balestra e il Campionissimo si ritira, davanti a un bimbo di nove anni d’età, Romano Prodi. Fin qui la storia. Da qui e oltre la leggenda.

Da bambino mio padre mi raccontava, al posto delle favole, questa vicenda, ma ci metteva in mezzo una parte sconosciuta alla storia ufficiale. Del tutto ignorata. Al passaggio di Tazio Nuvolari a Gualdo Tadino, in provincia di Perugia, ossia la mia città, all’altezza della frazione di Rigali, Tazio Nuvolari perdeva il cofano che voleva via schiaffeggiato dal vento a oltre duecento all’ora. E la storia di mio padre andava ben oltre, divergendo ancor più dalla vulgata ufficiale, perché quel cofano veniva raccolto da uno spettatore locale, Gildo Remigi, il quale decideva di tenerselo per ricordo. Salvo, tanti anni dopo, cederlo al proprietario di un distributore, in cambio di un ciclomotore usato. Quest’ultimo, il gualdese titolare della stazione di servizio Chevron, ossia Federico Cirelli, è da sempre grande amico di mio padre. Passano anni e anni ancora e succedono un po’ di cose.

Smesso d’essere bimbo, inizio a scrivere articoli per il settimanale automobilistico Rombo e mi torna in mente la favola con la quale mio padre mi dava la buonanotte. Confrontata con la storia ufficiale fa un effetto strano, perché in realtà nessuno la conosce, è una specie di buco nero della cronaca leggendaria della 1000 Miglia 1948, così mi metto a far ricerche come un investigatore, incontrando decine di testimoni e arrivando, alla fine, a una verità piuttosto sorprendente. Il cofano esiste ancora, conservato e nascosto tra le macine di un vecchio frantoio dell’olio e, insieme a esso, c’è tutta una ricostruzione che scrive una pagina ben diversa da quella ritenuta fin lì quella giusta dai libri di storia, con Gualdo Tadino e la frazione di Rigali che meritano di essere al centro di uno degli episodi più entusiasmanti nella storia delle corse.

Per me è un buon punto di partenza e, dopo averci scritto un articolo, vado avanti, trovo di tutto e di più e ne faccio nascere un libro, “Il Rombo del Cigno”, edito da Giorgio Nada nel 2006. Non è finita. Passano altri anni, quando una sera a Bologna, il regista cinematografico Tonino Zangardi a cena con il cantante Lucio Dalla e il nobile interfaccia Roberto Roversi si sente raccontare la storia del cofano ritrovato, viene colpito dalla scintilla creativa e decide di partire da essa, per realizzare un film che da quell’episodio risalga in flashback alla storia di Tazio Nuvolari.

In poche parole, il mio libro diviene punto di partenza per una narrazione che poi Tonino fa sua, sviluppa autonomamente e rende in uno stupendo bianco e nero, appunto segnale cromatico del flashback d’un racconto vissuto a ritroso, mentre il presente storico della narrazione - che è poi cornice, ouverture e finale del film - viene girato a colori. E la storia del ritrovamento del cimelio è condensata incentrando tutto su un unico personaggio,

Mario - interpretato da Alessandro Haber -, il quale recita una parte che unisce colui che raccoglie il cofano, il suo detentore successivo e il giornalista che poi riporta il cofano a Mantova, dandolo in comodato al museo di Tazio Nuvolari, cioè il sottoscritto. Mario, quindi, è il mio nome e per sintesi narrativa tutto riassume anche se in verità la vera storia ne comprende, come abbiamo visto, almeno altri due. Infine, l’incontro felice tra Tonino Zangardi, il produttore Mauro Venditti e la Format, diviene fucina creativa e sintesi in grado di dar vita a “Quando corre Nuvolari”.

Opera delicata, coraggiosa, gioiellino da cinema indipendente che racconta un Tazio Nuvolari più persona che personaggio, più uomo che mito, più fallibile, dolce e dolente che non invincibile, osannato e verticale. E il film diviene - aggiungo purtroppo - anche testamento artistico del regista Tonino Zangardi, venuto a mancare proprio quando poteva finalmente vedere apprezzato anche dagli spettatori il frutto della sua fatica e della sua non comune sensibilità artistica.

Più introspettiva e carezzevole che non stordente, perché non troverete effetti speciali, clamori e clangori abbacinanti in “Quando corre Nuvolari”, ma la poesia della provincia umbra, la poesia d’un vecchio pilota, la poesia d’un ragazzo che lo ammirava e che intanto è diventato vecchio e la poesia stessa d’una storia che da settant’anni esatti viene raccontata e suscita ogni volta clamori e sorrisi struggenti. La poesia di una storia che da bambino, tutte le sere in cui mi veniva raccontata prima di prender sonno, consideravo, semplicemente, la favola mia.