E così Ed Carpenter su Dallara-Chevy si è aggiudicato la pole position a Indianapolis, in vista della 500 Miglia di domenica prossima, più l’allegato assegnone da centomila dollari, girando alla rispettabile media di 229.618 miglia orarie (vale a dire 369.533 kmh), nelle quattro tornate su cui si calcola la prestazione per lo schieramento.

Così facendo, Ed non passa per ora alla storia ma alla cronaca certo che sì, perché questa è la sua terza pole a Indy, essendo partito al palo anche nel 2013 e nel 2014.

L’impresa lo colloca infatti al quinto posto nella lista dei poleman di tutti i tempi - a pari merito con Mario Andretti, John Rutherford, Tom Sneva, Arie Lyendyk e Scott Dixon - , sopravanzato con sei partenze al palo nella classicissima del Memorial Day da Rick Mears, seguito da Rex Mays, Aj Foyt e Helio Castroneves con quattro.

Ed Carpenter, 37enne veterano residente a Indianapolis, con 165 presenze di Indycar all’attivo e tre vittorie, ormai da cinque stagioni svolge un programma ristretto di gare, concentrando il suo target proprio sulla Indy 500, segnatamente e realisticamente in chiave pole.

Gestisce un suo team, che quest’anno schiera anche Spencer Pigott e Danica Patrick, rispettivamente sesto e settima in griglia, a testimonianza di ottimi assetti realizzati per la Fast Nine, la più estrema delle sessioni diretta proprio a configurare le prime tre file dello schieramento.

Ed Carpenter è figliastro di Tony George già boss di Indy e fondatore della Indy Racing League, pertanto è direttamente imparentato con la famiglia Hulman/George che dal primo dopoguerra gestisce il magico superspeedway dell’Indiana. È uno di casa, insomma.

In quattordici presenze sul catino è entrato in top ten solo tre volte, 5° nel 2008, 8° nel 2009 e 10° nel 2013 e non sembra quanto a passo gara tra i più bollenti candidati per la vittoria finale. Per la quale spiccano ben sei precedenti vincitori iscritti, ovvero il tri-coronato Castroneves, Rossi, Sato, Dixon, Kanaan, Hunter-Reay o, più in generale, uno dei 14 piloti Usa o dei 21 rest of the world driver, poco importa.

E sono tante le storie che potrebbero emozionare, domenica prossima. L’ultimo hurrà di Danica, l’ennesimo tentativo di Will Power che a quasi 40 anni vuole uno shot vincente dopo che si dette alla IndyCar appena provata una Minardi, il primo assaggio dello stupefacente rookie Wickens o il tuffo dell’altro canadese Hinchcliffe - se il compagno di team Howard gli cederà la macchina, di fatto ripescandolo dopo la mancata qualifica -, la ricerca del premio alla carriera del commovente Bourdais, Marco Andretti che cerca di rinascere, Ed Carpenter che ormai ha solo Indy nel mirino per sbalordire i parenti della famiglia Hulman-George padrona di casa, il colombiano Munoz ignorantissimo sui superovali, Pagenaud che vuole rilanciarsi - in fondo l’ultimo francese a far festa fu René Thomas nel 1914 -, Newgarden che non può non cercare gloria per confermarsi leader della nuova scuola Usa, e Jr Hildebrand che passerà la vita a lavare l’onta del 2011, quando si ritirò a pochi centimetri dalla vittoria, Oriol Servia che ormai ha quarantatré anni e non pensa ad altro o il british Ed Jones che se per assurdo trionfasse lascerebbe l’America a bocca aperta, perché originario di Dubai, tanto da divenire il primo nato negli Emirati Arabi a vincere una classicissima Stars and Stripes.

Benvenuti a Indy, quindi. Classica grandiosa, gara che cambia la vita a chi la vince e capsula di conservazione del Rischio consapevole. Ciò detto, Ladies and gentlemen, domenica prossima belli pronti alla laica liturgia di Indy: start your Tv & pop corn.