Intendiamoci, sempre meglio vincere che perdere. Tuttavia, se Seb Vettel si mettesse a sostenere la tesi d’aver volutamente speronato Valtteri Bottas alla prima frenata del Gp di Francia proprio per evitare il podio e l’obbrobrio offerto per premio, qualche fondamento di tesi difensiva l’avrebbe. Perché, benché l’estetica per definizione mai si giovi di giudizi oggettivi e assoluti, quel che s’è visto offerto alla premiazione è ben peggio di una tapirata di Staffelli. Anzi, il Tapiro medesimo in confronto ai gorilla urlanti del Ricard sembra disegnato dal Bernini e rifinito da Burri.

Eppure l’opera è stata realizzata dal celebre scultore francese Richard Orlinski. Ma al di là del pedigree, dire che sia adatta e consona al vincitore di un Gran Premio è quantomeno opinabile, se non sconcertante

Ma che succede, in F.1? Okay, la bruttezza dei premi, l’imbarbarimento progressivo del concetto di trofeo sono una realtà da anni, ma quando si va oltre il limite - e non è mica la prima volta - è bene suoni un campanello d’allarme, che in questo caso andrebbe trasformato in un grappolo di campanili con campanoni suonati a distesa da sacrestani sudati.

C’erano una volta coppe che valevano quanto il trionfo, oltre a simbolizzarlo.  Il Trofeo George Vanderbilt, vinto da Nuvolari nel 1936, era talmente bello, grandioso, solenne e prezioso, che quasi sovrastava il Mantovano Volante nelle foto ricordo. Non a caso è stato acquistato dal Museo Nicolis a imperituro ricordo dell’impresa e dell’immensità del campione, perché raffigura ampiamente entrambe, più d’ottanta anni dopo.

Da sempre, nella storia delle corse, la spartizione dei premi e l’assegnazione dei medesimi rappresenta uno dei motivi di vibrante contrattazione preventiva tra piloti e Case. 

Ron Dennis negli anni d’oro della McLaren ha sempre tenuto a conservare in sede tutte le coppe vinte, mentre un campione come Graham Hill non ha mai dato troppa importanza a medaglie e onorificenze. Tanto che non era infrequente per gli amici andare a trovare a casa il “Baffo Volante” e notare che il piccolo Damon stava giocando sulla sabbia col trofeo d’un qualche prestigioso Gran Premio. 

Opinioni. Scelte. Diverse sensibilità. Ma da sempre - chiedere a Vincenzo Florio - organizzare una corsa prestigiosa era un tutt’uno con lo scegliere e il predisporre un premio financo artisticamente adeguato.

Adesso no. Non più. Mai più. Vinci una gara iridata di F.1 e ti danno un bambolotto che perfino un giostraio si vergognerebbe a rifilarti dopo un tiro a segno felice con le palle di pezza, il venerdì sera agli autoscontri.

Dai, così non va. Non è tanto sgomento da social, levata di scudi e di fischi per il cattivo gusto, ma qualcosa di più grave e profondo. 

Perché sotto la patina dell’estetica e del buon gusto in pericolo alligna di peggio e ben altro. La svalutazione del concetto di sfida, il Gran Premio desacralizzato, commercializzato, lunaparkizzato, bonificato dal senso di pericolosità, di sfida, di sacralità del rischio che imponevano una solennità plastica anche nel simbolo della vittoria da consegnare al vincitore. 

E, restando nell’ambito della comparatività tra manifestazioni che contano sempre meno e, viceversa, le vere perle del Motorsport ancora tutelate e adamantine, val la pena ricordare che le tre corse più antiche, prestigiose e rischiose, continuano invece a rispettare con salmodiante devozione i rispettivi rituali, alla faccia delle festicciole sciatte della F.1.

Alla Indy 500 dal 1936 si beve latte in Victory Lane, vezzo inaugurato dal triplo vincitore Louis Meyer e poi formalizzato, accanto all’esistenza dell’imponente Borg Warner Trophy che riporta i volti stilizzati di tutti i vincitori della classicisima dell’Indiana.

Di stile completamente diverso il trofeo assegnato ai vincitori della 24 Ore di Le Mans, ma comunque simbolo d’un potere antico e di una tradizione forte, scintillante e radicata.

Addirittura magnificente il Mercurio Alato del Tourist Trophy dell’Isola di Man - ideato e messo in palio dal marchese de Mouzilly St.Mars - che dal 1907 premia il vincitore della Senior race.

In poche e altre parole, ovunque nel mondo delle corse a due, tre e quattro ruote la capacità di difendere i valori fondanti del motorismo passa anche attraverso la tutela formale dei rituali. Laddove a Le Mans e sull’Isola di Man esistono ancora le premiazioni con le bellissime corone d’alloro, le amatissime e mai altrove abbastanza rimpiante “garland”, ovunque abolite, dalla F.1 in primis perché aborrite dagli sponsor, in quanto impallavano le scritte da mostrare in mondovisione. Capito che tristezza?

Quindi l’avvento dei gorilla lilla in F.1 è solo l’ennesimo calcio sul sedere al concetto di sacralità e solennità della categoria, la metafora buffa e fuori contesto del fatto che, perdendo sempre più il culto della sostanza, parallelamente si finisce per smarrire financo il decoro della forma.