Quella di Hockenheim non è una sentenza definitiva e fortunatamente neppure una sentenza appellabile. Definiamola soltanto una semplice ordinanza contestabile per ricorso gerarchico, che è meglio. Ricorso che sarà discusso direttamente il prossimo weekend all’Hungaroring. Ametterla giù così ci si arrabbia meno e si guarda al futuro con più positiva forma di mente e pensiero, ecco. Però un paio di dati di fatto restano.

Nel momento umanamente più delicato nella storia recente della Ferrari, con l’artefice del team Sergio Marchionne in condizioni gravissime, Seb Vettel ha buttato via una gara quasi vinta. Senza scusanti e senza alibi, come del resto da lui molto sportivamente ammesso, quando, nel dopo gara, ha anche chiesto scusa alla squadra. Quarto errore rilevante in tre mesi, considerando il mancato sorpasso a Bottas nel Gp di Baku, la bottarella (penalizzata) allo stesso Valtteri in Francia, l’involontario e sanzionato impiccio causato a Sainz nelle qualifiche austriache e infine proprio la marchiana e inopinata uscita alla Sachs Kurve di Hockenheim. Già.

Da solista spietato a stella del liscio. Al contrario, Lewis Hamilton continua a non sbagliare nulla, anche se la sua tagliata trafelata alla corsia d’incanalamento ai box apparirebbe francamente meritoria di ben più penetranti attenzioni, se è vero che pari violazione in tempi diversi - vedi Raikkonen a Baku 2016, “for crossing the pit-entry line” - fu giudicata oggetto di penalty e non di semplice reprimenda come stavolta, ossia, in definitiva, di niente. A questo s’obietta che come fonte del diritto fanno fede di volta in volta le note programmatiche di Charlie Whiting che in questo caso non avevano sottolineato la gravità d’eventuali violazioni del genere e espressamente previsto sanzione automatica; dai, andando oltre si capisce bene che così facendo ci si inoltra in un labirinto pericolosamente e olezzosamente leguleio nel quale non ha senso andarsi a incastrare per abbaiare alla luna.

Così come poco conta starsi a scervellare se il guaio in qualifica all’idroguida ha causato l’uscita di scena anticipata di Lewis o è stata la grossolana scordolata l’origine dei mali. Lo sapremo con ragionevole certezza solo quando qualcuno ufficialmente lo ammetterà al di là delle logiche patinate e carine dei comunicati stampa, prima son solo chiacchiere e distintivo a tre punte. La morale secca è che LH44 è stato ritenuto non colpevole - sia dai commissari sportivi che dalla Mercedes - per quanto avvenuto in prova e in gara e questo e solo questo conta.

Per farla breve Lewis Hamilton non sbaglia mai e Sebastian Vettel ultimamente lo fa spessino. Per tenerla corta, la Ferrari Sf71H va che è una meraviglia, è prestazionale, affidabile e adattabile a qualsiasi circuito, mentre la W09 resta spesso ostaggio delle sue fragilità e non vanta più il fiero cipiglio dominante delle gloriose & pluriridate consorelle.

In due parole, in questo preciso momento, la vera sfida tra eccellenze vede contrapposti la Ferrari e Hamilton, mentre paradossalmente gli anelli deboli delle rispettive catene appaiono la tenuta psicologica di Seb Vettel e quella della componentistica della W09. Un bel rompicapo, laddove si contrappongono l’umana forza del campionissimo anglo-caraibico alla ricrescita tecnologica della Casa più blasonata, a fare il paio con la vulnerabilità della teutonica regina in carica e i momenti di blackout che fanno capo all’alfiere rosso.

Cosa dire: tutto ciò è ansiogeno, strappacuore, un filino torturante e sostanzialmente sembra tanto un inno all’ipocondria tecnico-agonistica. Detto in un altro modo, stiamo vivendo, un mondiale bellissimo. E di tutti questi problemi non v’è nulla che non si possa curare, mentre niente garantisce che gli assi nella manica possano indefinitamente continuare a essere tali gara per gara, sino alla fine delle ostilità. Alcune cose, tuttavia, fin da ora sono certe.

Lewis Hamilton è campione epocale, molto più importante e grandioso di quanto gli sia stato fino ad ora riconosciuto. A volte l’essere jet set maniac, chic boy e fashion victim distoglie da una verità inconfutabile: il britannico è il talento più vincente e il rullo compressore più devastante del dopo Schumacher, il che è tutto dire. Dal canto suo, Sebastian Vettel è grande. Vettel è Vettel.

Però è anche ora di cominciare a dire che Vettel non è Schumi. Nel senso che problemi del genere per mesi e mesi filati Schumi non li aveva mai avuti. Poteva commettere uno svarione a Montecarlo, uscendo al Portier inzuppato d’acqua al 1° giro nel 1996, ma poi mai più, riga. D’altronde Maradona sbagliò rigori e Senna uscì al Portier medesimo nel 1988, beffardamente a rovinare il weekend più dominato. E da lì in poi i campionissimi divennero ancor più forti, mettendo cemento, rabbia e carattere nei punti di sutura.

L’augurio è che ora lo stesso capiti a Vettel, che dovrà lavorare tanto e in poco tempo per resettarsi e arrivare bello carico ma non troppo in Ungheria, dove tra poche ore si riaccenderanno i motori. Seb può ancora tranquillamente vincere questo mondiale perché ha abbastanza classe per sfruttare la meravigliosa Ferrari Sf71H che Marchionne, Arrivabene e Binotto hanno propiziato. E per riuscirci fino in fondo dovrà superare non solo Lewis Hamilton, ma anche il rivale più inatteso e pericoloso che potesse pensare d’incontrare nel mondiale 2018, l’uomo in più a tratti improvvisamente e sorprendentemente contro: se stesso.

In bocca al lupo a tutti.