In visita pastorale a Sochi in occasione del weekend del Gp di Russia, Bernie Ecclestone, oltre a salutare l’amico Vladimir Putin, col quale ha seguito dal vivo il Gp in tribuna d’onore, se ne è uscito con alcune dichiarazioni che hanno subito smosso le acque altrimenti stagnanti del paddock. Segnatamente a proposito della Ferrari che rischia anche quest’anno d’essere battuta dalla Mercedes sia per quanto riguarda il campionato Piloti che quello Costruttori. 
Ebbene, Bernie in proposito non fa certo mancare la sua opinione. Questa: «La Ferrari è troppo italiana. Come ho già dichiarato di recente, è come se la Casa italiana fosse tornata ai vecchi tempi». 
In questo caso vecchi tempi è una definizione ellittica che sta per digiuno iridato infinito, dal 1979 di Scheckter al 2000 di Schumi, limitando l’analisi al mondiale piloti, sennò tra i Costruttori la dieta durò dal 1983 al 1999, fino all’inizio del nuovo ciclo Montezemolo- Schumacher-Todt-Brawn-Byrne. 
Ecclestone aggiunge infatti: «Al tempo ci adoperammo affinché Todt passasse alla Ferrari per mettere a posto le cose e gestire una rinascita, quindi così facendo la Casa non era troppo italiana e Michael era il punto di riferimento e il fulcro, quindi tutto era diverso da oggi. E sinceramente credo che manchi questo tipo di assetto, al presente».
Peccato che l’analisi presti il fianco a considerazioni ben diverse.
Al tempo della lunga e grande crisi la Rossa correva con mezzi superati e inaffidabili, dibattendosi in una crisi tecnica e gestionale senza precedenti.
La Ferrari dell’anno di grazia 2018, invece, con la Sf71H ha a disposizione se non la migliore monoposto del Circus, questo no e non sempre, senz’altro una grande protagonista che nella prima parte della stagione, dichiamo fino al Gp di Germania, è stata in superiorità relativa nei confronti della Mercedes W09. Se un organico di F.1 partorisce una monoposto del genere, automaticamente va al di sopra di qualsiasi sospetto. La Ferrari orizzontale, fortemente voluta dal compianto Marchionne privilegiando la rivendicata e prevalente italianità, nella sua più intima essenza ha un punto di vanto e d’orgoglio, non certo di debolezza.
Non è il Tricolore l’anello debole della catena.
Paradossalmente, a ben guardare, il problema della Ferrari 2018 è esattamente il contrario di quello individuato da Bernie: il solo non italiano messo nella posizione più strategica di tutte, ossia l’indiscussa prima guida Sebastian Vettel, con una sfilza d’errori a ripetizione, aventi per epicentro la vittoria buttata alle ortiche in Germania, ma con scosse d’assestamento ben più ampie e durature, s’è rivelato il problema più grande della squadra.
E considerando che anche l’anno prossimo non muterà nulla o quasi, se Seb non si scuote dal torpore da knock down, rischia di diventare non un problema, ma IL problema della Ferrari.
Se a parità di macchina Seb le prende da Lewis, che senso ha andare avanti così? Quindi, o Vettel dà segnali forti e rassicuranti ovvero i piani futuri della Rossa andranno affrontati con ben più crudo realismo. 
Ma non è certo l’italianità a dover finire nell’occhio dell’ipotetico ciclone di turno. Dirò di più. La coppia di piloti Vettel-Raikkonen non vale a oggi l’armada Mercedes Hamilton-Bottas. E meno male che dal 2019 partirà la fiducia Rossa a Leclerc.
Piuttosto su una cosa Ecclestone ha totalmente ragione.
Nella “sua” F.1 uno stallo del genere lo avrebbe superato alla grande. Perché nel corso del suo regno lunghissimo, il ruolo che s’era ritagliato non era solo quello di padre, padrino e padrone, ma anche di soggettista e sceneggiatore di tutte le svolte narrative in pista
Bernie a metà Anni ’90 per avere uno show ideale e attaraente non poteva permettersi una Ferrari moscia e così propiziò come un deus ex machina o Steven Spielberg in un suo film l’arrivo di tutta una serie d’attori blockbuster e d’effetti speciali da urlo che resero la Rossa di nuovo leggendaria e al top per anni, facciamo cinque.
Ecco, in questa F.1 un Bernie Ecclestone non c’è più, sennò, interventista com’era e com’è, stavolta avrebbe senz’altro propiziato con tempismo - stracciando contratti in essere e muovendo mari e monti -, la sola mossa che avrebbe reso il mondiale 2019 il più arrapante di tutti. 
Quale? 
Questa: Sebastian Vettel alla Mercedes e Lewis Hamilton alla Ferrari. 
Stesso ballo, ma scambiamoci ballerine, poi vediamo chi si muove meglio, a parità di musica.
Con Bernie, creativo, furbo, senza pace, vulcanico e geniale, tutto ciò, statene sicuri, sarebbe successo.
Invece con i Liberty Media boys, immobili, immobilisti e lenti peggio del perdono, tutto questo ce lo possiamo scordare.
Niente Vettel su Mercedes contro Hamilton su Ferrari.
Vedi, Bernie? Da questo punto di vista manchi e ci manchi.
Perché con te i biglietti erano cari, certi teatri brutti e sciatti, la mungitura di chiunque esasperata e a tuo vantaggio, ma la qualità dello show e la distribuzione di parti agli attori brillavano ogni volta per essere semplicemente perfette.
Quindi lascia stare la Ferrari, perché italiana lo è nell’accezione più bella e inorgogliente.
I guai stanno venendo dalla parte straniera. E grossi.
Comunque, per cortesia, già che ci siamo, accetta in anticipo gli auguri calorosissimi per i tuoi stupendi 88 anni che compirai il 28 ottobre.