A volte non v’è nulla di più mal compreso e mal veicolato di ciò che accade in F.1. Per esempio dal weekend di Abu Dhabi se ne esce, a mo’ di luogo comune, con due verità che suonano più o meno così: la prima dice che Alonso ha chiuso la carriera in Formula Uno, la seconda recita che Bottas ha chiuso la stagione in modo catastrofico, senza neppure riuscire a ottenere mezza vittoria, pur disponendo della Mercedes W09 campione del mondo Costruttori. Be’, in verità Fernando Alonso semplicemente s’è stufato di prendere schiaffoni in mondovisione e a 37 anni d’età ha deciso un ragionevolissimo e momentaneo passo indietro. In attesa che qualche top team si trovi all’improvviso in situazione d’emergenza, tanto da richiamarlo in servizio. Ove ciò non accadesse nel giro dei prossimi due anni, allora sì, buonanotte suonatori.

Quindi tutta la grancassa dell’addio alla F.1, del commiato, le musichine alate, i passaggi esistenziali e la malinconica poesia del tempo che passa, sono solo cavolate scenografiche. Matador è un campione che va verso i quaranta e vuole vere chance o niente. Tanti anni fa ad Aceto, al secolo Andrea Degortes, il più noto fantino nella storia del Palio di Siena, chiesero perché si fosse fatto da parte. E lui, molto intelligentemente rispose: «Non certo perché sono troppo vecchio. Quello no. Il mio mestiere lo so ancora fare. È che per varie ragioni non ho più la certezza di correre per vincere come un tempo. E quando alla mia età non sei più sicuro di battere tutti, è meglio che le corse le vedi da davanti una televisione». Chiaro no? Alonso è in fase Aceto. Con la differenza che gli basterebbe essere chiamato da una grande squadra, per tornare nello stato di grazia di colui che potrebe tornare a fare buone cose in un Gp. Nell’impossibilità di riuscirci con la McLaren-Renault - e soprattutto visto come la McLaren è in declino - avendo a torto o ragione rotto i ponti con tutti gli altri, lo spagnolo fuori si chiama in attesa di chance migliori. Col suo palmares, paradossalmente, si logorerebbe di più passando altri due anni lottando per l’undicesima piazza, che non impugnando la spada del distacco e pungere tutti con la sua nobile assenza.

In tre parole: ha fatto bene. Comunque vada. Benissimo. Era ora. Poi che sarà, sarà. Ma di certo Alonso non si è ritirato da un bel niente. L’addio, facendo tondi a Abu Dhabi, l’ha dato solo alle figuracce agonistiche senza colpa alcuna.

Quanto a Bottas, tanti, troppi si affannano a stroncare la sua stagione, quando invece il finlandese in qualifica, l’unico momento in cui è liberissimo d’andare come vuole e come può, una volta su cinque è stato davanti al caposquadra Hamilton. Non è certo neanche il minimo per sfidarlo, ci mancherebbe, ma dà la misura del fatto che Valtteri non è affatto un paracarro. Anzi. E, leggendo con onestà intellettuale la sua stagione, contare le zero vittorie per tirare conclusioni non è mica tanto corretto. Perché a Baku avrebbe certamente e meritatamente vinto, se non avesse incontrato un invisibile detrito, a stopparlo, proprio nell’ultima parte di gara. E a Sochi, dove aveva dimostrato ancora una volta d’essere il più in palla di tutti fin dalle qualifiche, è stato solo un severissimo team order a fermarlo.

Quindi nessuna stroncatura. Aveva due Gp in canna, tutti suoi e gli sono stati negati, il primo dalla sfiga , il secondo da Wolff. Bottas è alla Mercedes non per entrare nella leggenda, ma per far da guardaspalle a Hamilton, dopo la catastrofica esperienza del team circa la filosofia delle due punte e dei due capitani, che ha rischiato di sfasciar tutto nel 2016, conducendo comunque lo stufissimo Rosberg al ritiro, cinque giorni dopo il mondiale vinto.

Da lì la scelta di Bottas, una rivoluzione giusta o sbagliata. Ma tesa ad avere in macchina uno che non deve minimamente preoccuparsi di vincere ma solo di dare ascolto. Cosa che il biondo fa fin troppo. Detto questo, non può essere valutato richiedendogli blasone, risultati e consistenza da top driver. Doveva e deve essere il gregario più fedele del mondo? Lo è. Punto. Non è un fenomeno ma neanche un somaro. È semplicemente uno che sta facendo ciò per cui è stato messo sotto contratto. Quindi okay. Niente bufera. Zero problemi.

Da questo punto di vista, se solo a Wolff venisse l’idea di mettere presto in macchina al suo posto il terzo pilota Ocon, col temperamento e le intemperanze che francese si ritrova, ben presto per la Mercedes 2019, per dirla alla Tex Willer sarebbero guai grossi come montagne.

Dai, Alonso tornerà e Bottas non va cacciato. Dal valzer dei luoghi comuni di Abu Dhabi è tutto.