Nino Vaccarella compie 86 anni. È l’uomo che più ha saputo lietamente emozionare la Sicilia, dal giorno in cui Luigi Pirandello vinse il Nobel per la letteratura.

Tre vittorie alla Targa Florio, almeno altre cinque sfiorate, trionfi brucianti alla 24 Ore di Le Mans, alla 12 Ore di Sebring e alla 1000 Km del Nurburgring. Le corse che contano. Quelle che solo vincerne una ti cambia la vita. Quelle che in gran parte neanche esistono più e oggi somigliano tanto alla guerra di Troia o a un assalto alla bainoetta a Vittorio Veneto.

Nino Vaccarella poteva anche essere nella paratona Ferrari da leggenda alla 24 Ore di Daytona ’67, ma quel giorno preferì starsene a Palermo a fare il preside dell’Istituto Oriani, scuola privata ereditata dal padre, il quale, morendo improvvisamente nel 1956, gli cambiò la vita. È da lì che Nino Vaccarella deve essere Preside Volante, visto che parallelamente può pure fare il pilota. 

La Formula 1 la appena assaggiata, in una manciata di Gran Premi e con macchine mai davvero competitive, persino con la Ferrari, ma a tempo determinato, come si direbbe ora.

Poi c’è il mito. Il milione di persone che tifava per lui in Targa, rinnovando un rito di passione quasi tribale, ma anche colmo d’un entusiasmo puro, struggente, vivo e carino, che solo chi ama la Sicilia e i siciliani può comprendere e gustare fino in fondo. «Senza volerlo ho potuto e saputo intercettare un anelito dei siciliani al riscatto coniugato in chiave sportiva, interpretando per anni questo mio ruolo con dedizione, entusiasmo e un grande orgoglio» - commenta ancor oggi il Preside.

E, infine, in quota favola, restano a tutt’oggi aneddoti che solo sentirli il cuore trema, si fa piccolo e arrocca, facendo a cambio col fegato. Sentitelo: «Sebring 1970? Avremmo vinto senza problemi, io e Ignazio Giunti. Quando Franco Gozzi, in quell’occasione direttore sportivo della Ferrari, disse che in extremis sarebbe salito per l’ultima parte di gara l’idolo locale Mario Andretti, non fummo molto contenti, perché era un trionfo che avevamo meritato in due. D’altronde capisco perfettamente le esigenze del Cavallino Rampante, che voleva una vittoria dotata della massima visibilità, quindi meglio se ottenuta anche dal nome più spendibile negli Stati Uniti, ossia da Mario Andretti». E finì che proprio “Piedone” nell’ultima convulsa fase di gara andò a riprendere  la Porsche 908/2 “Flunder” di Revson e dell’attore Steve McQueen, il quale finì sorprendente secondo con un piede ingessato causa un incidente in moto. Esprimendo a Mario Andretti nell’immediato dopogara tutta la sua rabbia, mostrandogli le famigerate “Two fingers”, le due dita segno di sarcastico disappunto. Due dita che sarebbero poi state inserite - ehm, in senso cinematografico -, nella sequenza più intensa del film cult “Le Mans”, datato 1971. 

Ebbene, in realtà, proprio le due dita erano rivolte soprattutto all’indirizzo dei piloti che più avevano sudato per vincere quell’epica gara, cioè il compianto Giunti e l’immenso Preside. 

Il quale proprio nel film “Le Mans”, che utilizza a iosa le immagini della mitica edizione 1970 della maratona della Sarthe, fa capolino nella parte iniziale della corsa, con un aneddoto tutto suo. Sentitelo: «Arrivai in Francia tardi, perché in quel periodo avevo gli scrutini all’istituto e mica potevo mancare. Salgo in macchina in extremis, praticamente a fine prove. E guarda che tuffarsi con una Ferrari 512S sui rettilinei di Le Mans 1970 sfidando tutte le Porsche 917 non è mica uno scherzo, ma io lo faccio e basta. Bang! Un giro di quelli buoni e quando manca una mezzoretta scarsa alla fine delle qualifiche lo sai chi sarebbe in pole? Vaccarella Nino proveniente dall’Istituto Oriani. Infine, le cose cambiano di poco e perdo la partenza al palo di poco, ma che importa. Il segnale chiaro l’avevo lanciato. Avevo goduto. Pazienza se poi ho rotto il motore subito, in gara. Io glielo avevo detto al termine delle qualifiche a Forghieri che il propuslore suonava strano, ma lui niente, non ci ha creduto. Peccato. Perché io ho sempre prediletto i circuiti ultraveloci. Paradossalmente sono stato amato per la Targa Florio, idolatrato dai siciliani per una corsa che come morfologia del tracciato neanche mi piaceva. Sì, certe volte la vita è strana».

Nino Vaccarella compie 86 ann esattamente nello stesso modo in cui si presentava da pilota a Sebring e a Le Mans. Alla grande. Preciso, lucidissimo e senza sbavature.

Amatissimo, invocato e un pizzico rimpianto. 

Fosse stato britannico, sarebbe Sir e avrebbe un monomento dalle parti di Trafalgar Square. Ma è italiano, «Italiano vero», puntualizza lui e si deve accontentare dell’abbraccio, dell’affetto e dell’infinita stima - non  necessariamente in quest’ordine -, di tutti noi.

E oggi quanto allora, come ti gridavano i siciliani agitandosi a bordo tracciato nei giorni infuocati della Targa, FORZA NINO!