Il messaggio chiarissimo Valtteri Bottas lo ha inviato via radio nel giro di rallentamento, subito dopo aver vinto la gara australiana: “A coloro che li riguarda, andate affan...”. Chiaro, no? Un messaggino mica tanto in codice regalato in diretta ai criticoni dell’anno prima. E in effetti ciò che è accaduto nel Gp di Melbourne deve rappresentare una lezione tosta e un bagno d’umiltà non tanto e non solo per Lewis Hamilton - il quale appena sceso di macchina aveva la faccia di un negoziante che ha le Fiamme Gialle in bottega -, ma soprattutto per tutto il Circus e noi giornalisti in particolare.

Perché dal weekend australe, il primo di una lunga stagione che ci vedrà in prima linea fino a inizio dicembre, esce esaltato, riabilitato e aggiungo giustamente valorizzato il pilota più pericolante dell’intero Circus iridato.

Quello che era dipinto come una specie d’ingiallito nonnetto con l’avvoltoio sopra la spalliera, leggasi il terzo pilota del team Mercedes Esteban Ocon, il quale ha assistito con muto imbarazzo per tutta la gara alla torrenziale cavalcata vincente di Bottas, dallo spegnimento dei semafori ala benedizione del sistema elettronico che da questo Gp ha reso solo di parata la bandiera a scacchi. 

L’Ocon medesmo che poi ha rivolto al suo caposquadra e patron Toto Wolff uno dei sorrisi più finti nella storia delle labbra arcuate, dal giorno in cui Alain Prost ne abbozzò uno smile a Marlene Knaus, moglie di Niki Lauda che gli aveva appena fottuto il mondiale per mezzo punto, a Estoril 1984. A proposito, perché vedi, la mente vaga, ma non sempre a sproposito: forza Niki, torna presto, perché per evitare di dire e pensare banalità questo mondo della F.1 ha sempre più disperatamente bisogno del tuo ritorno sulla scena, pensante e bello parlante.

Reduce da un brutto periodo


Anche perché è da più di un anno che di cavolate se ne sentono dire a bizzeffe. Per esempio che Valtteri Bottas fosse un mezzo paracarro pericolante, in attesa d’essere collocato ai servizi sedentari, quando in realtà il finlandese dal 2017 a oggi rappresenta la soluzione perfetta alla situazione interna della Mercedes. Basterebbe storicizzare e tornare agli ultimi giorni del concitato 2016 per ricordare un team Mercedes vincente ma dal clima irrspirabile, dopo il mondiale vinto da Nico Rosberg, il finalaccio litigioso con Hamilton nei team radio di Abu Dhabi, seguito dall’inatteso ritiro per rinuncia psicologica nel neocampione che lascia inquietantemente vacante l’abitacolo più ambito del mondo. E chi ti arriva? Valtteri Bottas, il pilota che non sogna nessuno. Tranquillo, felpato, con quel sorriso timido tipico di chi si vuol scusare d’esistere. 

Boy della scuderia manageriale di Toto Wolff e proveniente dalla neomoribonda Williams, quindi, figuriamoci, deve baciarsi i gomiti e non stufarsi mai di dir grazie e ringraziare tutti, madonna di Pompei included. Ebbene, lo ricorderete, alla prima stagione Valtteri Bottas fa tutto ciò che da lui è lecito e auspicabile attendersi.

Andando a vincere già alla quarta gara con la Mercedes, a Sochi 2017, facendo il bis in Austria e il tris nel finalone di Abu Dhabi, tanto da piazzarsi buon terzo nel mondiale. Garantendo un clima tranquillissimo nel team, pur sopravanzando non spesso ma benvolentieri a tratti il disumanamente bravo Hamilton in qualifica. Quindi arriva il disgraziatissimo 2018, nel quale Valtteri - peraltro meno in palla della stagione precedente, questo sì -, diviene improvvisamente il puntaspilli dell’anno. Anzitutto perché non vince neppure un Gran Premio, pur trovandosi al volante della pigliatutto Mercedes.

Cioè, momento: il Raikkonen del ritorno in Ferrari ci mette una vita a vincere una gara - e meritatamente - ad Austin 2018, poi e prima il nulla per quasi cinque stagioni, ma Kimi merita la stima e l’affetto dell’universo mondo, ci mancherebbe. Perché a Montecarlo e Ungheria 2017, quando avrebbe trionfato a occhi chiusi, è stato costretto a rinunciarci per fare un favore al capitanissimo Vettel lanciato verso (ehm, quasi) l’iride.

Ecco. Se il ragionamento vale a scusare e a giustificare, anzi anche per certi versi giustamente a compiangere e a indignarsi nei confronti dei mancati successi del malcapitato ma fedelissimo Raikkonen, per quale motivo la stessa esimente, scriminante e giustificazione non dovrebbe valere per Valteri Bottas?

Un 2018 da dimenticare


Perché per lui il 2018 si rivela catastrofico non solo e non tanto per quanto va o non va in pista, ma per come viene utilizzato dalla squadra tedesca. Ossia pervicacemente e implacabilmente nel ruolo di assistman, laddove assistman è un termine elegantissimo che potrebbe anche essere sostituito in modo elegantissimo con quello meno charmant di scopetto del cesso. perché tutte le volte in cui c’è da far da tappo a qualcuno, da distruggere la gara di un rivale o da cedere una posizione buona, buonissima a uso e consumo del caposquadra, è a Bottas Valtteri che tocca e zitto. Il quale ubbidisce e zitto ogni volta con la nuvoletta sopra il casco che reca scritto “I keep familiy” (ahò, tengo famija). Però due pole le strappa comunque, mentre l’anno prima era partito al palo quattro volte. Niente male, no? Dai, su se pensate che sul giro secco contro Hamilton, a parità di macchina sia facile fare 7 a 13 nel 2017 e 6 a 15 nel 2018, provate pure, poi ne riparliamo. E dello scorso anno in gara ne vogliamo parlare davvero? In Cina può trionfare ma gli distrugge la gara la Safety Car, a Baku sta vincendo, quando una foratura della quale non ha nessuna colpa gli impedisce la gioia del trionfo e a Sochi, tracciato sul quale ogni anno si dimostra belva incontenibile - occhio che gli gusta pure l’A1 Ring, in Austria -, in qualifica tiene dietro il compagno di squadra di 145 millesimi, ma poi in corsa è costretto ancora una volta a comportarsi come da copione, ossia seguendo team orders che lo vogliono ovviamente cedere il passo a sua maestà, Hamilton, il Sciur padrun da li beli braghi bianchi. 

Baku e Sochi. Due vittorie meritatissime e sfumate per motivi che non hanno nulla a che vedere con le sue capacità di guida, eppure finire il 2018 a zero tituli equivale a dover essere messo in croce per manifesta indegnità. 

La verità un po’ scomoda è che noi italiani spesso e non sempre ragioniamo a cavolo di cane. 

Mettiamoci d'accordo sul metodo


Quando cede il posto e una vittoria un ferrarista al suo capitano, è un gesto nobile di virile e cameratesca consonanza d’amor del più bello dei color. Quando a comportarsi nello stesso identico modo è obbligato uno della squadra rivale e per questo non certo amata, ecco che costui diventa un cameriere, signorsì, moscione e antisportivo puro e odioso. Con l’aggravante che se poi all’occorrenza è pure utilizzato per fare da tappo, apriti cielo. Mentre, che ne so, quando Rob Smedley pregava ostentatamente il ferrarista Felipe Massa di distruggere la gara di Lewis Hamilton a Singapore 2011 - dicendo sportivissimamente un memorabile e udito in mondovisione: “hold Hamilton as much we can. Destroy his race as much we can, c’mon, boy! -, aveva reso il brasiliano ancor più simpatico proprio poiché ben uso ad obbedir tacendo. Dai, a volte è così che va il mondo. Se poi Valtteri a Monza 2018 ammette candidamente: “Eh, sì, per strategia del team dovevo rallentare la corsa del ferrarista Raikkonen”, ecco che viene giù il teatro. 

Chiudiamo con l'emotività da bar...


Smettiamola di giudicare in base all’emotività da baretto, all’implacabilità di quando scolpiamo sul granito i presunti torti vergando furbamente sulla cancellabilissima polvere gli stessi identici sgarri, quando sono gli altri a subirli. 

Ritariamo queste bilance, please, approfittando proprio del weekend di Melbourne, per dire, semplicemente, onestamente e oggettivamente che Valtteri Bottas da Nastola è un signor pilota, un gran bel gregario e il meritatissimo vincitore del Gp d’Australia 2019.

Gran Premio che per la settima volta nelle ultime otto edizioni va al pilota che non deteneva la pole position. Quanto a Valteri Bottas, il solo che ha titolo per giudicarlo adesso è proprio Esteban Ocon, che sperava e ora solo sogna di prendere il suo posto sulla seconda Mercedes W10. Il sorriso teso, contrito e disperato con cui il francese dal box accanto a Toto Wolff ha accolto il quarto successo in F.1 del biondo pilota titolare della Mercedes è la miglior recensione alla ritrovata stima e autostima di Valtteri. Che non sarà il più bravo del mondo, ma resta uno che quando si sveglia bene e si trova sul circuito amico e nel momento giusto, poi son dolori per tutti. E la prossima volta che ci tocca parlare di Bottas non pensiamo a lui come un paracarro o peggio ancora da cameriere. Assumendo per lezione quanto altre volte, parlando male di lui, abbiamo rischiato d’essere noi i camerieri: camerieri dei nostri pregiudizi e dei nostri paraocchi.