E se per la Williams il senso di questa stagione fosse molto più profondo e struggente di ciò che sembra? Perché la crisi immane della Fw42 potrebbe anche essere letta e interpretata come l’ultima stagione attiva del glorioso marchio fondato da patron Frank, il quale col suo cognome è attivo nel mondiale da mezzo secolo orsono, ossia da quando faceva il gestore privato di una Brabham indipendente pilotata dall’amico e coetaneo Piers Courage.

I piloti 2019 Kubica e Russell lo ammettono senza problemi: i mali della macchina son così tanti e profondi, che con ogni probabilità la Fw42 finirà in ultima fila in tutti i Gran Premi, fatte salve impreviste sfighe altrui. In gara, poi, si salvi chi può. 

Insomma, una stagione del tutto buttata, con lo spettro in fondo al tunnel di un’attività in F.1 ormai al capolinea. 

A meno che non arrivi qualcuno con una paccata di soldi a rilevare tutto dando vita a una ripartenza auspicabile ma a oggi improbabile e difficile assai, fin solo da immaginare.

E allora cosa attende la Williams? 

L’impressione è che i mesi siano contati - fatta salva una guarigione miracolosa che nelle corse e nella vita sempre ci può stare, ma, boh, i presupposti proprio non ve ne sono, a oggi -, e che anche l’ultimo dei gloriosi “garagisti inglesi”, come Enzo Ferrari appellava i suoi acerrimi rivali, sia ormai al lumicino. 

La Tyrrell, altro celeberrimo e pluriridato team indipendente, giusto venti anni fa divenne Bar, che si trasformò in Honda, che si fece Brawn, che vinse il mondiale e infine trasmutò, pensa te, in Mercedes la quale vince ancora e chissà per quanto.

La McLaren, invece, ha seguito una metamorfosi tutta intracutanea, passando dall’era Bruce a quella di Teddy Mayer, per poi andare in mano a Ron Dennis, associatosi a Mansour Ojjeh che l’ha poi estromesso, consociandosi al fondo bahrenita sovrano Mumtalakat. Con Zak Brown che in queste ore minaccia l’uscita dalla F.1 se le condizioni finanziare offerte dal promoter non saranno sufficientemente allettanti per il futuro...

La Brabham, lasciata a se stessa da Ecclestone a fine 1987, è poi risorta e passata di mano tre volte, prima di finire in liquidazione a fine 1992 e solo ora pare risorta (anche nella sigla) grazie alla supercar sfornata da David Brabham, rampollo del fondatore “Black” Jack.

La Lotus dopo la morte di Colin Chapman è stata tenuta in vita per dodici anni, poi è annegata di debiti nella gestione Collins, divenendo un solo alito di voce con David Hunt fino a trasformarsi in adesivo sulla carrozzeria delle Pacific nel 1995. 

Il suo ritorno in ballo prima quale team di Fernandes con tanto di disputa del marchio e quindi come rebadge delle ex Renault, grazie a Genii Capital, ha fruttato un paio di vittorie in più con Raikkonen, dal 2012 al 2015, ma la squadra di Enstone con quella by Norfolk sul piano storic-tecnico e culturale ha in comune solo il nome. E dal 2016 rilascia campo libero al ritorno del marchio Renault, quindi fine.

No, la Williams è la sola superstite, in quanto squadra gestita ancora dalla famiglia originaria, ancorché quotata in borsa, dell’antica progenie dei garagisti d’Albione e come tale vale ancora la pena di gustarla, a prescinderne dall’atroce e triste destino tecnico-agonistico di oggidì.

Attenzione, quindi.

Quello di quest’anno potrebbe essere un travaglio che nasconde un addio in ventun rate.

Lo storico commiato differito in tanti weekend quali e quanti sono quelli del mondiale, dall’Australia a Abu Dhabi, a inizio dicembre 2019. 

Poi chissà. Forse la fine della storia, forse no.

Comunque vada, fin da adesso vale la pena di prenderne coscienza e riservare e donare l’8% simbolico del nostro tifo a questa strana monoposto che caracolla nelle ultime posizioni perché rappresenta qualcosa d’antico, di bello e di grande che pare sempre più pronto a arrendersi all’incedere del tempo e delle ere.

È stato bello stimarti, cara Williams, e anche un pizzico odiarti quando vincevi tanto, tantissimo e pure troppo, così quanto sta diventando dolce carezzarti adesso che occupi senza speranza le ultime due posisioni, presumibilmente con la sola alternativa di spegnere i motori per sempre, chiudendo i conti con la civiltà della F.1 dopo averne segnato un’epoca.

Tifando d’aver torto e sperando di tutto cuore di sbagliare vaticinio e tuo destino, ci giochiamo in questa riga il nostro 8% del Bahrain: Forza, Williams!