Per favore, amiamolo, teniamolo dentro di noi per sempre, ma col ragionamento e l’analisi andiamo oltre Ayrton. Perché tutta ’sta faccenda del Senna Day, della commemorazione e della straordinaria e commovente partecipazione del pubblico al giubileo dedicato al campionissimo scomparso si presta anche a un’altra lettura, freschissima, asettica e attualizzante.

Aggiuntiva e non meno sorprendente rispetto a quella immediata del culto simbolico di una figura bella, forte, profonda e spiritualissima quale “Beco” resterà per sempre.

Mercoledì 1° maggio all’interno del 25° anniversario della scomparsa di Ayrton Senna, giustamente e probamente gemellato col ricordo di Roland Ratzenberger, in realtà è andata in scena - e non è la prima volta, attenzione, perché gli stessi Minardi Days recano in filigrana lo stesso tipo di segnale nella medesima direzione -, accanto al sentimento, alle lacrime appena trattenute, al magone per i rimpianti e per i due piloti ingiustamente e fatalmente strappati alla vita e non solo per questo mai più dimenticati, è andata in scena una manifestazione che racchiude un significato simbolico aggiuntivo e non meno interessante e ficcante, all’interno della realtà delle corse e, segnatamente, di quella della F.1.

Insomma, venticinquemila per Minardi, oltre diecimila per Senna senza uno straccio di gara vera, di spettacolo iper, di superVip, hospitality, paddock club o storture del genere.

Macché. Solo pacche sulle spalle, panini alla porchetta e, tutt’al più presentazioni di libri, una mitragliata di selfie e quattro chiacchiere alla simpatica.

In altre parole, numeri, sciamate e colpi d’occhio che un qualsiasi Gran Premio iperriccone organizzato a casa del diavolo se li sogna. A colpire ancora di più, oltre alla quantità dei presenti, alla qualità dei comportamenti e alla sincera passione che ciascuno emanava, anche uno strano interclassismo anagrafico. Con la presenza non rara né frammentaria di famiglie intere, di bambini incuriositi, perfino di ragazzi nell’età del rap, del trap o di Sfera Ebbasta pronti ad acquiostare un cappellino Nacional.

Semplicemente, avere accessi a costi umani, i paddock aperti i piloti di F.1 di ieri e quasi di oggi sorridenti e belli disponibili per un selfie o una battuta, accanto al sentimento e all’empatia per chi si vuole omaggiare e ricordare, diventano ingredienti prorompentemente rivoluzionari per un motorsport che in ogni dove - a parte le sempre magiche Le Mans e Indy e all’opposto con la F.1 all’epicentro del disinteresse e dell’abbandono di gran parte dei tifosi d’un tempo, mentre i baby e i boys la disertano senza neppure sapere cosa sia - appare in crisi d’identità e in cerca di equilibri nuovi.

Con tutto questo voglio dire una cosa piuttosto semplice ma non priva di conseguenze. Attenzione, tutta questa glorificazione - meritatissima, aggiungo -, dei Minardi Days e dell’anniversario della scomparsa di Senna non sono giulive scampagnate fini a se stesse d’un popolino annoiato e in libera uscita.

No, sono segnali forti, ineludibili, contigui, vicinissimi, coincidenti e univoci di una passione di massa intatta, forte, fluviale e spontanea ma che, tuttavia, sa scegliersi teatri e personaggi veri, sinceri e veraci per sfogare se stessa in tutta serenità. E non ne può più di biglietti a costi predelinquenziali in vigore ormai in tutto l’universo mondo della F.1 moderna e futuribile, non ne può più di paddock blindati, quasi inapprocciabili e, se fortunosamente approcciati infestati, da gente che se la tira, da personaggi che non hanno niente a che vedere delle corse, cosetti col mento unto d’ostriche che se ti raccontano un aneddoto non riguarda certo Jochen Rindt o Gilles Villeneuve, ma una botta di culo in borsa o una escort che gli ha fatto lo sconto.

State piuttosto attenti, cari Signori del Vapore, caponi, capucci e capetti dell’Automobilismo con la A stra-maiuscola, perché se quasi trentamila cristiani si muovono tra Minardi Days e Senna Jubilee, vogliono dire due cose piuttosto importanti, della quale la seconda tuttora pericolosamente vi sfugge: numero uno, il popolo delle corse ha un gran cuore; numero due, il popolo delle corse di Voi si è compostamente, sobriamente ed educatamente rotto i coglioni.