C’è un dolce paradosso nel bilancio del Cavallino Rampante, nel bel mezzo di questa stagione tutt’altro che fortunata. Quella di Binotto, presumibilmente, è la Ferrari più simpatica, umanamente gradevole e dialetticamente quieta vista negli ultimi decenni. L’impressione generale è di trovarsi di fronte a quelli che, con una terminologia post ottocentesca desueta ma non inutile e tutt’altro che vuota, si definiscono galantuomini.

Sì, galantuomini e pure molto preparati, oltre che dedicati e per niente altezzosi, schifati o permeati da prosopopea. Nada di ciò. Gran belle persone, valide quanto genuine. E tutto ciò è bellissimo. Perché questo team Ferrari verrebbe voglia di abbracciarlo e basta, sia quando perde che quando quasi vince, anche se nella storia della Casa, purtroppo, geneticamente non vincere equivale a prenderle del brutto e le vittorie mancano dallo scorso anno.

Ferrari, ancora zero vittorie

Ma andiamo oltre. Ormai, dopo il Gp di Germania, qualsiasi diagnosi tentata e intentata da sola non spiega tutto ma solo una parte della faccenda. Perché il weekend di Hockenheim purtroppo ha dimostrato che di e in questa Ferrari, intesa come entità ellittica e avvolgente, quindi nessuno escluso, a turno praticamente tutto è vulnerabile. Dal primo Gp della stagione di certo c’è solo il numero di vittorie, zero. Ed è un grande peccato, perché la Sf90 non è una monoposto tale da potere o dover morire vergine di trionfi. Ma il punto è un altro. Al termine del Gp di Germania, guardando a ritroso, tenendo conto del passato prossimo e anche del presente appena consegnato all’archivio, la terribile morale è che in questa Ferrari 2019, così stylish e friendly tutto si può rompere e tanto, tantissimo, troppo, diventa facile e puntuale tallone d’Achille.

Anzi questo Achille ha talloni ovunque, manco fosse disegnato da Picasso. Si sbagliano tattiche non infrequentemente e questo ci può stare perché errori di strategia prima o poi ne fanno quasi tutti, però, il problema, è che la genialata con capita mai. Cosa intendo per genio? Lo lascio dire agli Amici Miei di Monicelli: è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione. Ecco, questo a oggi in pista dalla Rossa se n’è visto poco. Per contro, gli errori di muretto, sia in qualifica che in gara, non mancano e con essi quelle robe che fanno montare rabbia sorda e impotente, tipo il taglio di Leclerc in qualifica a Monaco o l’unsafe realease di Charles medesimo in uscita dal cambio gomme in Germania, fortunatamente ascritto al contabile del team e non al pilota, sennò guai. Poi, non c’è niente da fare, la Sf90 si rompe spesso e solo quando non dovrebbe assolutamente rompersi.

Se è una gara del cavolo, sulla carta persa fin dal primo giorno di prove, stai pur certo che la macchina dura e fila che è una meraviglia. Se è un piazzamento del piffero quello per cui stai lottando, nessunissima microcomponente per niente al mondo t’abbandonerà e tutto lavorerà per conquistarla, quella posizione sciapa che non sposta niente. Invece, se stai lottando per il top in qualifica o per la vittoria, prima o poi, a qualcosa o a qualcuno un nonsoche succederà. Magari una roba da niente, perfino qualificarsi con la mescola meno opportuna - ma in questa F.1 esistono davvero cose da niente? - un guaietto beffardo tipo gremlins ipo o ipertecnologico, ovvero un errore a turno di uno dei due piloti, un liscio e ciao Romagna. Succede in qualifica, vedi doppia inquietante debacle di Hockenheim, quando non c’è rimedio, accade in gara, laddove la vittoria sembra in vista, vedi Bahrain, Canada, Austria e Germania che poi fanno quattro gare su undici, ossia tante, troppe e allo stesso tempo abbastanza per cominciare a tirare qualche conclusione. In questa Ferrari sbagliano tutti, a turno e solo quando servirebbe non farlo.

Le occasioni non sfruttate

Ossia nei pochi giorni in cui la Mercedes cicca la gara e c’è la concreta possibilità di approfittarne e alla fine ne approfittano sempre e solo Verstappen e la Red Bull- Honda. E allora non resta che mangiarsi le mani, perché la Ferrari SF90 e in assoluto la Rossa con Binotto al timone, a oggi rischiano di passare allo storia come la nidiata tecnico-umana che vanta la maggior differenza tra le gare che avrebbe potuto meritatamente vincere e quelle che effettivamente ha fatto sue. A oggi, appunto, siamo già a quattro contro zero. Troppo.

E la caccia alle streghe ormai non serve a niente. Verissimo Vettel, al di là del weekend positivo (ma sfortunato alla radice) nella corsa di casa, continua ad essere un pilota che deve fare ben altro per risollevarsi, mentre, nel frattempo, lo stesso Leclerc compete ormai con lui non solo sul giro secco ma anche quanto a errori terribili. Insomma, nessuno, in Ferrari e in questa Ferrari, a qualsiasi livello, è esente da colpe e responsabilità.

E allora, che fare? La parte successiva del ragionamento va affrontata con cautela giacché colma di rischi e insidie, ma l’asetticità dell’analisi può e deve pur condurre da qualche parte. Quindi, punto primo, questa Rossa deve avere coraggio e dignità di dichiararsi in crisi, smettendo di fare finta di niente. Basta dire con irreale nonchalanche stiamo migliorando, siamo tanto ottimisti, ogni volta è un passo avanti. Non è così. Forse è meglio riconoscere che non ci siamo proprio e che è tempo di azzerare, resettare psicologicamente e ripartire da capo. Senza pregiudizi, gerarchie soffocanti o soverchie pressioni. Pari dignità tra Vettel e Leclerc, con Seb in ogni caso non più pressato dall’obbligo di fare il supercapitano (Hockenheim non mi ha fatto cambiare idea circa i troppi errori recenti di Seb, anche se stavolta il tetracampione ha pagato problemi non suoi). E soprattutto, l’ammissione dello stato di crisi deve passare attraverso altri due passaggi fondamentali.

Le soluzioni

Quali? Il primo: questa Ferrari non ha bisogno di teste che rotolino, ma di energie nuove che si aggiungano a quelle che già pensano, lavorano e si impegnano in ottica Rossa. Sì, la valida e simpatica Ferrari di Binotto ha bisogno di iniezioni, rinforzi, campagna acquisti di consolidamento, necessità uomini in più capaci di garantire altrettante opportunità. Simone Resta è già un bel passo avanti, ma non solo. Ci vuole dell’altro e trasversalmente, andando a toccare e vivificare tutti i segmenti della squadra, perché laddove si rompe non tutto ma di tutto, è ovunque che bisogna intervenire, tamponare e rinforzare. Maggiore affidabilità, controllo qualità, prestazionalità, sviluppo e reattività, al muretto e oltre.

Anche nei confronti dei piloti Ferrari, i quali da anni e anni in pista sembrano, - non so se lo pensiate anche voi -, attaccabili, con lo sguardo vulnerabile, schiacciati dalla pressione e, ciascuno, tra i campioni più soli e aggredibili nell’intera storia dei grandi piloti di F.1. Sì, è tempo di fare qualcosa e non solo di puntare genericamente sull’orgoglio Ferrari. Perché la Sf90 ha grandi problemi a marciare sempre come un orologio, specie quando conta. Perché Vettel è un problema. Leclerc, questa è la novità, può diventare un problema pure lui. Questa Ferrari ha tanto, e quasi tutto per tornare grande, ma qualcosa le manca e abbisogna di tante piccole-grandi iniezioni vivificanti, che permettano di salvare tutto il buono che c’è - e non è poco - mettendolo in risonanza virtuosa con la consistenza di nuovi arrivi, a rendere meno leggerino un organico che non può e non deve più permettersi passi falsi e occasioni perdute.

Operazione "simpatia vincente"

La Ferrari di Binotto ha tutto per vincere, perfino restando simpatica. C’è solo da mettere a punto il meccanismo non negando il bisogno di shopping antidepressivo e consolidante, facendo di tutto per esprimere il potenziale che c’è già. E allora non ci sarà bisogno di abbracciare Binotto & C. perché sono dei galantuomini che meriterebbero di più, ma potremo avere il privilegio di applaudirli perché in grado di cambiare le sorti di una gran battaglia, ritrovando la propria identità senza perderne la parte migliore.

In bocca al lupo, ragazzi: a voi il compito non facile dell’autocritica, la più efficace e intellettualmente onesta delle armi, che non vediamo l’ora di vedervi usare a costo, da parte nostra, di rinunciare alle critiche sterili, distruttive e sciacallesche. Forza, Ferrari di Binotto, l’Hungaroring non è il peggiore dei posti per reagire bene a questo crudele, beffardo e anche un po’ insincero 2019.