Tutte le volte che si arriva alla vigilia del Gp del Belgio a Spa, mi frego le mani solo al pensiero della bella gara e della sfida vera che avremo la possibilità di gustare, nel weekend agonistico delle Ardenne. Con due possibili varianti: se il meteo è bello, il Gran Premio sarà bellissimo. Se il meteo mette pioggia, il Gran Premio sarà meraviglioso. 

Perché quand’anche la trama di gara in sé fosse pallosa - e può capitare ed è già capitato, neh -, con uno in fuga per un’ora e mezzo e tutti gli altri a inseguire a posizioni blindate, sai comunque che la lotta sull’asfalto è terrificante, il ritmo elevato e lo spettacolo saporito.  

Godo, fantastico, mi faccio film assurdamente strepitosi immaginando le scocche sparate a vita persa fendendo Eau Rouge, Raidillon, Pouhon e Blanchimont e poi, infine, pianto una risatina compiaciuta, concludendo rassicurato che non c’è alcun bisogno di spaziare con la fantasia, perché Spa Francorchamps c’è davvero.

E allora arriva quella frasina che ogni anno sussurro, romantico e estasiato, all’indirizzo dell’iconico circuito belga: per fortuna esisti. Roba da sdolcinato paroliere neomelodico, lo ammetto. 

Poi - e, giuro, il processo mentale ormai è ripetitivo, ciclico e implacabile -, vengo assalito da una nuova sensazione, stavolta inevitabilmente pungente, deprimente e bastarda, incarnata da un terribile e rovinoso retropensiero a mo’ di sottotesto. 

Ossia questo: però, cara Spa Francorchamps, se esisti tu, traslando il concetto, facendo campo lungo con mente, memoria e discernimento, allora, se è stato possibile concepirti, aggiornarti, preservarti e mantenerti, è anche vero che guardando alla stragrande maggioranza degli altri circuiti, soppesandoli, valutandoli, comparandoli al dna, all’istologia, al senso ultimo e alla filosofia che ti caratterizza, esimia Spa, ecco, da decenni quasi tutti altrove ci stanno semplicemente e clamorosamente prendendo per il culo.

Perché Spa non è solo Spa. No, è un calibro, un piano di riscontro, la prova vivente che è possibile innestarsi su un tracciato classico, antico e anacronistico per razionalizzarlo, sottoporlo a cosmesi, ritrasformandolo in un prodigio che rappresenta compremesso sublime tra la spietatezza del passato e le sfide del presente.

Spa dovrebbe essere presa come pietra di paragone e canone stilistico dalla Fia e da Liberty Media per spiegare a tutti coloro che stanno per concepire una pista in posti esotici e danarosi come si devono muovere. Prendi il Bahrain con Sakhir, raccontato in due parole. A inizio del nuovo millennio possono concepire un tracciato in peno deserto, nel bel mezzo del nulla. Gran cosa. Potrebbero rifare, para para, la Nordschleife del Nurburgring ma senza ostacoli fissi, ossia il sogno sublime degli appassionati da quasi un secolo a questa parte. Soldi, spazio e possibilità ce ne sarebbero a dismisura. Invece niente. Questi piantano giù una pistaccia tecnica e semicunicolare, soffocata e deludente come quasi tutti i tilkodromi sono, ché neanche il parcheggio dell’EsseLunga. Ma andate a scopare il mare, va’, che è meglio.

Poi c’è il discorso del Rischio.

Spa-Francorchamps è la prova provata che si può ottenere equo dosaggio tra rischio ragionevole e sicurezza garantita. In altre parole, tutti sanno, i piloti per primi, che se hai un casino a Spa al momento sbagliato e nel posto sbagliato, ti fai male eccome, ma molto, molto male. Tenere giù a Blanchimont è un piacere immenso anche perché sei consapevole che se ti parte la macchina poi tutto il resto apparterrà a un film di sensazioni e ricordi che ti faranno compagnia per tutto il resto della vita, che vada bene o che vada malino fa lo stesso.

E Spa è pure la testimonianza inscalfibile che gli interventi conservativi e modernizzanti sono in grado di produrre, se effettuati da esperti che sono anche appassionati veri, un lay-out fresco, strepitoso, longevo e per certi versi ancora più ammaliante del lunghissimo ed eroico disegno primigenio. Cioè, a Spa hanno fatto un capolavoro creando un gioiello di tracciato, mentre a Hockenheim hanno compiuto un vergognoso, insultante ed esecrabile scempio. Ai danni di uno dei pistoni più veloci, cattivi e storicamente importanti di tutta la storia del Motorsport. Puah. In altre parole, a ben guardare, la sede tradizionale del Gp del Belgio non è neanche solo una pista, ma rappresenta un bengala nobile nel cielo griglio della mediocrità, un segnale di pensiero forte, un trattato di filosofia annegato nell’asfalto, tra curvoni e terrapieni.

Ah, ecco. Curvoni e terrapieni. 

Quanti ce ne sono più, in Formula Uno? La sfida del motorsport nasce proprio per misurarsi in quelli che un tempo, con immaginifica metafora, venivano ellitticamente definiti anfiteatri naturali. 

Una Formula Uno che rununcia a curvoni, dossi, cunette e dislivelli, si candida a diventare una disciplina atta a cimenti pseudoaeroportuali, su superfici piatte che creerebbero perplessità financo all’organizzatore di una Festa de L’Unità o a un centro di vita associata che indice una gnoccata serale. 

Ecco perché dico sempre, tipo slogan: dieci, cento, mille Spa. Averne, cavolo.

Provate a chiedere a qualsiasi pilota di ieri, oggi o domani qual è il suo circuito preferito e vi dirà Spa-Francorchamps. Poi, se state zitti e col silenzio sollecitate chiose, costui aggiungerà che la Nordschleife sarebbe meglio ancora e pure Suzuka è niente male. Ma Spa è l’unico posto al mondo che per correrci resta bello d’una bellezza che va a braccetto con l’eternità sostenibile.

Ecco perché, su, diciamocelo, Spa-Francorchamps è anche un tracciato scomodo. Scomodo assai, suo malgrado, come il sedere di Belén capace di ridimensionarne milioni d’altri pure bellini o gli occhi blu di Paul Newman che ancor oggi rendono umili tutti coloro che hanno la fortuna d’averli celesti. E in una Formula Uno come questa, per chi comanda, Spa è bestia strana. Meno male che c’è, però, uffa, il confronto con ciò che si trova altrove risulta puntualmente insultante, perché insieme a Monza - diciamolo - il luogo è tale da far capire con entusiasmo cosa ancora il Motorsport ci può riservare, ma anche spiegare con malinconia come ci siamo ridotti, nel 98 per cento delle altre location.

Infine, Spa è il tracciato su cui tutto torna. Perché nessuno mai ci vince per caso. Tanto che fare due conti nelle Ardenne, significa aver chiaro il quadro della Formula Uno moderna. 

Michael Schumacher, sei vittorie. 

Ayrton Senna, cinque vittorie.

Poi, tra i piloti in attività, Kimi Raikkonen quattro centri e, staccati di una lunghezza, a pari merito, Lewis Hamilton e Sebastian Vettel. Già, è il tipico posto che dà sempre sentenze da accettare senza appello, quasi fossero leggi promulgate di fresco a maggioranza qualificata. Quest’anno il circuito di Spa-Francorchamps nel nuovo lay-out compie esattamente quarant’anni, perché il primo ritorno iridato nella location ammodernata fu effettuato dal motomondiale proprio nel 1979, mentre la Formula Uno è rientrata solo a partire dal 1983. Quarant’anni di una nuova vita iridata, quindi, in cui le sole delusioni sono state procurate dal manto d’asfalto sbagliato, oleoso o friabile, sia in quel 1979 per le moto che nel 1985 per la F.1, ma per il resto, chapeau.

Teniamocelo stretto, il circuito più bello del mondo. L’unico che metta d’accordo gioiosamente nei giudizi vecchi, giovani, nonché finiti vecchi e finti giovani.

Dobbiamo volergli bene, a Spa-Francorchamps, perché ormai è uno degli ultimi tracciati del pianeta Terra capace di spiegare che il Motorsport, la Formula Uno e l’automobilismo tutto, volendo, possono essere ancora una cosa seria, pulita, crudele e bellissima.