L’automobilismo da corsa è un mondo vedovo

L’automobilismo da corsa è un mondo vedovo

Ci avete fatto caso? I campionissimi che potevano diventare dei vecchi saggi se ne sono andati o son silenti quasi tutti...

11.12.2023 10:00

Ci sono volte in cui vedo aprirsi il dibattito sui temi più caldi e interessanti del mondo delle corse e improvvisamente provo una sensazione di acuta manzanza di qualcosa e poi mi rendo conto che in realtà è proprio il senso dell’assenza di qualcuno. E neanche uno solo, ma tanti. Fateci caso. Quando si parla di presente e futuro del mondo racing, gli autorevoli, gli espertoni, i guru sono pochi e perlopiù decisamente improbabili, compresi noi giornalisti, mentre nell’aria s’avverte una specie di triste e malinconica lacuna. Il silenzio, dico io, di chi dovrebbe parlare, dirci, illuminarci e invece non può. Non so se è il caso o il destino, però l’automobilismo da corsa è la disciplina che più avverte il lutto intellettuale vedovile di generazioni di campioni precocemente assenti o forzatamente muti e questa è una delle più grandi sfortune del nostro Sport.

L'automobilismo rimasto senza i Campioni del passato

Sinceri: tutte le volte in cui si tratta un argomento sensibile del pianeta racing di chi vorreste conoscere l’opinione, l’orientamento, il consiglio e la presa di posizione?

Il più delle volte ascolto chi prova a dire la sua e resto deluso, perché, per quanto mi riguarda, godrei come un riccio a sentire cosa ne pensa Jim Clark, oppure, che so, Graham Hill, James Hunt, Niki Lauda o Mike Hailwood.

Meglio ancora, mi chiedo a che livelli sarebbe arrivata la coscienza critica di un campionissimo quale Ayrton Senna. Dove allignerebbe ora? Sarebbe capo di stato? Ambasciatore Onu per il volontariato? E un Michael Schumacher, in condizioni di salute accettabili, quanto avrebbe potuto dare all’automobilismo e al motorsport in veste di padre spirituale, di autorità pensante?

E, sinceramente, su, quanto manca Alessandro Zanardi? Quale sarebbe stato il posizionamento dell’automobilismo italiano nello scacchiere internazionale, se avesse potuto contare sull’autorevolezza di Michele Alboreto? Oppure al giorno d’oggi in veste di opinionista e fonte d’esperienza quanto avrebbe spostato uno come Elio De Angelis? E Andrea De Cesaris? E i fratelli Rodriguez, Pedro e Riccardo? Dai, con un pizzico di sfortuna in meno pure gli svizzeri Clay Regazzoni e Jo Siffert sarebbero ancora dei nostri.

I custodi dei principi racing non ci sono più

E invece no. Chi per un motivo, chi per l’altro, chi volato via e chi ancor presente ma allo stesso tempo forzatamente muto e lontano, nessuno di loro può essere dei nostri. Ebbene io vi dico che non c’è Sport al mondo più vedovo e orfano dell’automobilismo da corsa.

Gli altri, tutti gli altri, hanno le loro icone vive e vegete, i loro santoni, i padri spirituali, le coscienze critiche a formare un vero e proprio senato immaginario che nobilita calcio, ciclismo, atletica, tennis, motociclismo e quant’altro.

L’automobilismo no. Da noi non tutti dei grandi ma tanti, troppi, non ci sono più e non solo perché un tempo la mortalità in gara era quella che era. No, tra i silenti e i silenzi forzati ce ne sono molti che semplicemente hanno avuto sfortuna nella vita e la loro, di sfortuna, è anche la nostra: quella di non poterli ascoltare più.

Da questo punto di vista il pianeta car racing è penosamente, tristemente, dolorosamente e collettivamente orfano di una classe pensante purtoppo venuta a mancare. L’intellighenzia, nelle corse, in gran parte è perduta e resta soprattutto la nomenklatura.

Tendenzialmente da noi pochi possono portare con dignitosa decenza il potere del pensiero e a esprimersi è soprattutto chi ha il pensiero del potere. Peccato, maledizione. Quando vedo tanto smarrimento e perdita d’identità della Formula Uno che viene stirata come la pelle dei cosiddetti, indebitamente forzata e mutata con cambiamenti da circo Barnum, quando noto l’endurance soffrire per le storture del BoP, tutte le volte in cui mi rendo conto che i teatri di gara più belli e affascinanti quali l’Osterreichring, l’Hockenheimring lungo, Brands Hatch, Imola senza varianti, Zandvoort pre-amputazione, ma anche Interlagos prima versione, be’ ecco, dicevo, in tutti questi momenti mi viene da pensare che da noi, nel nostro mondo, tanti di quelli che avrebbero potuto battere i pugni e dire la loro per difendere l’essenza più dura e pura del racing world, sono irrimediabilmente e credo per sempre condannati al silenzio. Da noi i grandi custodi dell’istinto da corsa e dei princìpi racing non ci sono più. E ormai Jackie Stewart è un po’ stanco, Bernie Ecclestone, quando parla, parla quasi solo per fare casino e Mario Andretti e Aj Foyt si occupano soprattutto d’America, perché è giusto così, mentre Jackie Ickx si è perfin stufato di dire frasi sagge, ché troppe ne ha pronunciate senza nessuno che gli desse ascolto.

La solitudine degli appassionati di F.1

C’è una storia indicativa e terribile che a volte mi mette i brividi. E risale all’11 settembre 2001, al giorno maledetto dell’attentato alle Torri Gemelle. Il secondo aereo s’è appena schiantato. I danni sembrano ingenti ma gestibili e nei due grattacieli vengono irradiati appelli a stare fermi, a non muoversi, perché l’evacuazione inizierà in tempi compatibili e con la dovuta disciplina.

Tanti stanno fermi, aspettano e sarà proprio questo che li fregherà. Invece c’è un cieco, tirato da un cane, che non dà ascolto a nessuno. Esce, non resta sotto le macerie, perché il cane lupo stesso, forte del suo istinto, lo trascina via, lo porta all’esterno pochi secondi prima che tutto si sfaldi. Che nulla resti in piedi, travolto dalla distruzione. Ecco, molte volte quando ascolto dibattiti importanti sul futuro delle corse mi sembra di sentire quei vuoti annunci di stare tranquilli, di non preoccuparsi, che è tutto a posto e perfettamente sotto controllo. Tutti gli appassionati sono, anzi siamo, quelli che non vedono abbastanza, che vanno a tentoni, ispirati solo dalla passione, dalla nostalgia e poco possono. A mancare, appunto, sono proprio loro, quei grandi che col loro istinto racing, con classe, esperienza e autorevolezza avrebbero potuto aiutarci a preservare il pianeta racing, facendolo restare un mondo migliore.

Per questo, quando si celebrano giubilei e anniversari della scomparsa o della mancanza di questo o quel campione del volante, si certifica solo la metà visibile del danno subito. Poiché tutti costoro non solo sono forzatamente mancati alle corse, ma per tutti gli anni a venire e per sempre, le loro menti illuminate non potranno darci luce. Per questo, se Enzo Ferrari diceva che nelle corse la sfortuna non esiste, io dico che di sicuro ha ragione lui, ma, al di fuori della situazione gara, nell’universo racing la sfortuna è esistita eccome e - per cause ben diverse da quelle naturali -, ci ha lasciato privi dei più grandi, in pista e nella vita.

E adesso, altro che annoiati dalla F.1 monocorde: la verità è che ci sentiamo sportivamente, umanamente e intellettualmente, tanto soli.

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