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Ma che bello ritrovare Hamilton!

Nell’automobilismo moderno il reale valore di un grande campione non lo vedi al volante della monoposto migliore quando domina e vince. No, ormai l’importanza del mezzo è divenuta così preponderante sulle capacità personali, l’incidenza del fattore vettura sovrasta così tanto il fattore uomo, che i conti bisogna farli spesso e volentieri su tutt’altri parametri. Così il vero campionissimo emerge e lo apprezzi meglio da cosa combina quando è al volante di uno scaldabagno. Con questo voglio dire che il terzo posto e la corsa maestosa di Lewis Hamilton a Silverstone sul piano aritmetico e logico non cambiano nulla, ma sul versante valutativo secco spostano forse più d’un titolo mondiale vinto negli anni agli altri non restava che perdere.

È successo anche a Michael Schumacher nel 1996, quando aveva lasciato la vincente Benetton per andare a guidare una moribonda e problematica Ferrari. Allora sì, vedendo il Kaiser fare miracoli con una macchina dignitosa ma lontanissima dall’eccellenza assoluta (vinse tre Gp, per la cronaca) finalmente tutti ma proprio tutti arrivammo a dire che quello era un campionissimo coi controfiocchi, mica solo un pluricampione del mondo qualsiasi. Ecco, stessa cosa con l’Hammer visto di scena a casa sua, dove arriva fresco reduce da una polemica con Nelson Piquet, avvelenata e a distanza (di spazio e tempo, visto che le dichiarazioni contestate risalivano alla fine dell’anno scorso), che poco porta al blasone della F.1 e presumibilmente - e auspicabilmente -, verrà dimenticata presto. Bene, calzato il casco in testa e ripresa in mano una W13 profondamente modificata praticamente dappertutto, davanti al pubblico che lo ama più di tutti, finalmente il Sir ritrova se stesso e il sorriso dei tempi migliori, esibendosi in un weekend assolutamente imperiale. All’interno del quale, oltre a portarsi a casa una coppetta e ad assaggiare lo champagne del podio come già in Canada, già che c’era ribadisce qualche concetto importante.

Punto primo, il vero supercampione non si giudica né quando ha la macchina assolutamente migliore delle altre, okay, ma neanche con quella assolutamente peggiore rispetto alle top cars. Egli umanamente svetta altresì quando ha per le mani una vettura accettabile che finalmente gli permette di viaggiare non lontano dai primi. Premesso questo, sia in prova che, ancor più in gara, il Lewis visto a Silverstone è stellare. E se negli ultimi giri non riesce a entrare in lizza per la vittoria dopo la Safety-Car, è solo perché l’unica Ferrari gommata bene e la Red Bull di Perez ne avevano troppo di più. Bene, detto questo, Hamilton nel salotto di casa, ossia a appunto Silverstone, ha anche chiarito una volta per tutte che George Russell potrà essere forte e astro nascente quanto gli pare, ma se per caso la W13 ha una chance di lottare per le posizioni ultranobili della classifica, allora il più aguzzo dei due piloti diventa in modo inesorabile quello con sette titoli mondiali vinti in carriera, senza nulla togliere al fortissimo e sfortunato compagno di squadra.

Perché il grandissimo medesimo torna a essere tale quando finalmente ha per le mani un ferro che gli consente di riacquistare la motivazione per mordere l’asfalto. Fino a che ha avuto quella specie di sdraia saltellante delle prime gare, peraltro reduce dall’incazzatura di Abu Dhabi 2021, Hamilton gliel’aveva data un po’ su, certo che non ne valesse la pena di tirare fuori la lingua e gli occhi dalle orbite per lottare per un sesto piuttosto che per un quinto tempo in prova. Adesso, a quanto pare, lo cose si mettono in un modo diverso, perché se la W13 continua a evolversi, a correggersi e a crescere, magari sul tracciato giusto e con l’occasione buona Hammer prova l’immenso gusto di ridiventare Hammer. E, attenzione, perché in un mondiale nel quale fin da perincipio non ha nulla da sperare e da pretendere, cosa che non gli capitava da nove anni filati, proprio in Gran Bretagna lui ha potuto rendersi conto che le possibilità di togliersi il solo zero che gli dà veramente fastidio a questo punto non sono per niente compromesse. In altre parole, quest’anno, tra tutto, il baronetto tribola tantissimo all’idea di disputare per la prima volta una stagione a zero vittorie. Ebbene, a Silverstone ha (ri)cominciato ad acquisire la speranza di uscire dal tunnel, riacquistando la consapevolezza che con una Mercedes messa finalmente a posto, il giorno giusto e al momento fortunato magari un successo di tappa può uscirgli fuori eccome. Un buon motivo per guardare al resto del campionato con l’occhio finalmente di nuovo rapace e con uno smile che sembra preludere a un vicino, reiterato, promesso e temuto (dagli altri) nuovo tentativo di grande impresa.

La verità è che tutto il podio di Silverstone parla di piloti ritrovati, rinfrancati e ora di nuovo sorridenti. E se Sainz trionfando può dire d’aver chiuso i conti con una fase delicata della carriera, togliendosi la scimmia sulla spalla della mancata affermazione, se Perez può sorridere essendo diventato addirittura l’inseguitore più vicino al caposquadra Max Verstappen in classifica generale, Lewis Hamilton può essere doppiamente entusiasta, perché vivere giornate così a trentasette anni e mezzo è un bellissimo segnale, capace di salvare presente e futuro.

Forse il gesto più bello e intelligente lo ha fatto Nigel Mansell, quando ancora la gara era di là da venire, avvicinandosi ad Hammer, portandolo in prima fila, in bella vista del loggione di Silverstone e indicandolo con stima salvo poi addirittura inchinarsi a lui, in una sorta di stupendo passaggio di consegne, di certificazione di classe e anche di endorsement a mille cavalli vapore. E allora pazienza, Lewis Hamilton, se questo è uno di quegli anni in cui stai facendo l’abitudine a perdere, perché è proprio sollevandoti e luccicando prezioso in una situazione del genere, stai dimostrando d’essere un pilota immensamente di classe e, comunque vada, a prescindere, per sempre un vincente.