A Le Mans c’erano 13 piloti italiani, una decina di americani e un’infinità di francesi. Ma soltanto due neozelandesi. Eppure proprio questi due, Brendon Hartley, 28 anni e Earl Bamber, 27 anni, erano al volante della Porsche 919 Hybrid che ha vinto la 24 Ore (nell'immagine i due in trionfo con Bernhard, al centro col casco). La Nuova Zelanda, paese agli antipodi dell’Europa e considerato da molti erroneamente come una specie di immensa nazione agricola (il numero delle pecore e degli animali da allevamento è dieci volte superiore a quello degli abitanti!) non smette mai di stupire.

La tradizione del motorsport in questo piccolo paese dall’altra parte dell’emisfero è fortissima, altrettanto che in Europa. Basti pensare che proprio a Le Mans nel 1966 - quindi 51 anni fa - a vincere la 24 Ore con la Ford GT40, la prima vittoria del prototipo americano nelle vorse di durata fu proprio una coppia di piloti neozelandesi (allora a Le Mans si correva soltanto in due). E che piloti: si trattava di Chris Amon e Bruce McLaren. Non certo dei comprimari: Chris Amon sarebbe diventato l’anno dopo il pilota numero uno della Ferrari fino al 1969, mentre McLaren era il pilota-ingegnere che fondò nel 1966 la celebre scuderia F1 che oggi dopo Ferrari è la squadra più famosa e carica di tradizione della F1.  

Ma la storia di Hartley e Bamber, neozelandesi affiatatissimi che hanno portato al successo la Porsche 919 Hybrid, è ancora più curiosa. I due si conoscevano fin da bambini: provenivano da due paesini dell’isola nord della Nuova Zelanda: Hartley da Palmerston North e Bamber da Wanganui. De paesi distanti nemmeno cento chilometri, e i due fin dall’età di sette anni hanno frequentato lo stesso club di karting e hanno sempre gareggiato insieme rafforzando la propria amicizia. Come Hamilton e Rosberg. Ma una volta maggiorenni e avviati all’automobilismo, le loro strade si sono divise. Un pilota che cresce in Nuova Zelanda sa che prima o poi dovrà passare per il continente europeo, la culla del motorsport dove ci sono i costruttori automobilistici, se vuole trasformare la sua passione in una attività professionale. Così Hartley è emigrato prima in Italia, poi in Germania e quindi in Inghilterra per inseguire il sogno della F1 mentre Bamber ha puntato sulle vetture GT a ruote coperte ed è rimasto a correre nel continente asiatico.  

Più che un pilota, Brendon Hartley sembra un cantante rock: alto, magro e biondissimo. Poco atletico a vederlo, longilineo com’è. Ma le capacità e il talento alla guida lo hanno portato a bincere nel 2007 il campionato World Series Renault e di lì a un soffio dal concretizzare il sogno della F1. Ingaggiato dalla Red Bull, che supportava il campionato, è diventato uno dei piloti-tester dei team Red Bull e Toro Rosso con la promessa di entrare appena possibile nella squadra ufficiale. Era l’epoca in cui la Red Bull passavano decine di giovani talenti “stagionali” che dopo un anno o poco più lasciavano il posto ai nuovi arrivati. A quell’epoca Red Bull metteva sotto contratto per farli crescere decine e decine di piloti per stagione piazzandoli nelle varie formule promozionali per allevarli alla F1. Ma per ogni campione che sarebbe poi esploso, molti più ragazzi di talento venivano sacrificati dopo pochi mesi in un giro vorticoso di sostituzioni e rimpiazzi.

Brendon Hartley stava per avere la sua occasione, ma in quel periodo in Red Bull esplose il fenomeno Vettel per cui il neozelandese dopo una serie di test, collaudi e promesse non mantenute, fu scaricato. Fu recuperato dalla Mercedes che lo ingaggiò per due anni come test driver F1 nel 2012 ma a quell’epoca il team stava passando da Schumacher a Hamilton e cambiò anche il management, da Ross Brawn a Toto Wolff. Per cui le chances di Hartley di entrare in F1 si dissolsero rapidamente. Hartley poteva essere uno dei tanti talenti “bruciati” dalla Red Bull. Invece lo ha recuperato nel 2014 la Porsche, che al ritorno nell’Endurance lo mise in squadra con Timo Bernhard, suo pilota di punta e veterano del team - che ha vinto Le Mans con lui - e con Mark Webber che con la Porsche in Endurance ha concluso la sua carriera di pilota. Dai due campioni più esperti Hartley ha appreso moltissimo, si è formato ed è diventato velocissimo maturando esperienza e autocontrollo. A 28 anni ha vinto 8 gare di mondiale Endurance, si è laureato nel 2015 campione del mondo WEC e finalmente la gara più importante di tutte: la 24 Ore di Le Mans. Dove ha ritrovato quest’anno il vecchio amico d’infanzia dei tempi dei kart, Earl Bamber.  

Bamber a sua volta, dopo aver corso tanti anni nelle gare GT prima con Audi RT8 poi con Porsche 911, ha disputato il campionato Porsche Supercup, quello che gareggia di contorno alle gare F1. Ha vinto quel campionato nel 2014 e come premio la Porsche gli ha proposto un test con il prototipo 919. In quel etst è stato bravo e veloce ma sembrava fosse finita lì. Invece, alla vigilia di Natale Bamber, che era tornato a vivere in Nuova Zelanda, ha sentito squillare il telefono. Era la Porsche che visti i risultati del test gli chiedeva se se la sentisse di guidare la terza vettura prototipo 919 H che la Porsche avrebbe schierato nella sola gara di Le Mans. Bamber racconta ancora oggi che ha risposto ai tecnici dicendo loro: “L’unico problema è che fino ad oggi ho guidato una macchina con due soli bottoni sul volante, mentre questa ne ha venti! Dovrete spiegarmi bene come usarli!”. Ha imparato a usarli talmente bene che sei emsi dopo avrebbe vinto al debutto su un prototipo P1 la 24 Ore 2015 sulla Porsche 919 insieme a Tandy e Nico Hulkenberg. Ma c’è voluto il ritiro di Webber a fine 2016 e la scadenza dei contratti degli altri piloti Porsche più veterani, Dumas e Lieb, per rimescolare gli equipaggi Porsche nel campionato 2017 e mettere insieme nella stessa macchina i due amici d’infanzia, Bamber e Hartley, per la 24 Ore 2017. E i due vincendo insieme la 24 Ore hanno dimostrato che non necessariamente nell’automobilismo professionistico l’amicizia nata tra bambini cresciuti assieme in karting debba finire e trasformarsi in rivalità aspra come successo tra Rosberg e Hamilton.