Ci mancherà. Per il suo modo di fare incredibilmente diretto, in un mondo artificioso come quello della Formula Uno. Per il suo linguaggio che a volte è gergale e a volte sembra addirittura in codice (è l’effetto dello slang australiano mescolato alle espressioni tipiche dei box). Per il personaggio che si è creato - a sua insaputa, magari controvoglia - con questi pochi e semplici ingredienti, Mark Webber non è mai stato un campione del mondo, e ben difficilmente lo sarà nel 2013, anno del suo addio ai Gran Premi. Probabilmente non è mai stato un campione e basta, ha vissuto tanti anni in un tranquillo anonimato, massacrato da Vettel in Red Bull non appena i due si sono ritrovati in squadra assieme. È stata questa convivenza impossibile a far maturare la decisione di Mark di lasciare la F.1 a fine stagione, a quasi 37 anni? O è stata la consapevolezza che tanto non sarebbe durata, che la squadra aveva già deciso, dopo averlo tenuto sulla corda anno dopo anno con un contratto da co.co.pro? Ne abbiamo parlato a cuore aperto con lui. F1 Grand Prix of Germany - Race Mark decide di rispondere a modo suo. «Che cos’è che vi devo dire? Io non so niente». Scherza, ma il tono è battagliero. In un certo senso il suo è un caso senza precedenti, quello di un pilota F.1 titolato che decide il salto in una categoria - la nuova Lmp1 Le Mans - che ancora, praticamente, non esiste. E a proposito di salti, Mark scherza anche sui suoi trascorsi a Le Mans, sul volo tremendo del ‘99 con la Mercedes: «Mi piace volare. Sto prendendo il brevetto per l’elicottero. Mi piace la navigazione, le carte aeronautiche...». Poi, più serio: «Quello che è succeso allora a Le Mans era il frutto di un regolamento pericoloso. Adesso le cose sono cambiate ma la sfida resta, ed è una sfida emozionante. Non vedo l’ora di esserci». F1 Grand Prix of Germany - Race - Hai detto che in F.1 potevi avere altre possibilità. Alla fine dei conti, allora qual è stata la molla che ti ha convinto a cambiare aria alla fine di quest’anno? «La consapevolezza che per rimanere in questo ambiente avrei avuto bisogno di un livello di energia che, in futuro, potrebbe non essere più così super-alto. Ma voglio ancora fare un super-lavoro - e chi sei, Superman? ndr - in una categoria che abbia semplicemente un programma un po’ più ridotto. La Porsche è un marchio super-super famoso, io sono sempre stato un loro fan. Io ho bisogno di un motivo valido per mettere giù i piedi dal letto alla mattina. Perché non mi sento ancora pronto per appendere il casco al chiodo. Ma a mollare la F.1 sì». - Ma come si è dipanata tutta la faccenda, come sei arrivato alla decisione di lasciare la Red Bull? «Senti, io sono con questa squadra dal 2006. Ma questo non significa che debba rimanerci per sempre. Arriva un momento in cui devi deciderti, pensare alla prossima mossa. Sono sicuro che ci fosse un sacco di gente, anche fra quelli che mi stanno più vicino, che avrebbero voluto che continuassi. Ero io che non volevo. Dopo gli ultimi due o tre anni sono arrivato a un punto in cui ho detto: va bene, basta così. Mi voglio godere ancora il resto della stagione, continuare a dare il massimo, far sì che tutti si accorgano che ci sono ancora, che combatto dal mio angolo del ring. Affrontare i migliori piloti del mondo dà tanta soddisfazione, ma niente dura per sempre. Bisogna accettarlo». - Ma c’è stato un momento decisivo, un punto di non ritorno nella tua decisione? «Veramente no». - E un senso di completezza, di averne le scatole piene? «Ah, certo che sì! Mica si può andare avanti in eterno: chi può dire come sarà questa squadra fra due, tre anni? Anche la Ferrari, sarà molto diversa...». - Alonso ha detto che Le Mans offre una sfida ad alto livello, ma con meno impegni. Sei d’accordo? «Credo che la 24 Ore si corra, oggi, con un’aggressività senza precedenti. È questo che, come ha detto Fernando, la rende attraente per tanti piloti. Non parlo di pericoli, nessuno in realtà li vuole. Parlo della tradizione che questo nome rappresenta. È la vecchia scuola delle corse, ha una “chimica” tutta particolare. Non voglio dire che in F.1 manchino i grandi piloti, qui c’è la gente migliore del mondo, però trovi dei grandi anche a Le Mans. Sono stato alla Porsche, c’è un ambiente fenomenale...». British GP Thursday 27/06/13 - Ti stavi stufando anche di tutta l’attenzione mediatica che c’è in F.1? «Sono in quest’ambiente da parecchi anni, c’è sempre stato qualcosa di cui parlare nella lotta per il mondiale e naturalmente i media ci si buttano sopra. Poche settimane fa abbiamo avuto il caso dela Pirelli, il test-gate, lo spy-gate, chi più ne ha più ne metta... Purtroppo è tutta roba dai giornali, noi piloti siamo solo una parte del gioco. Quando hai venticinque anni ti può andare bene, ma quando sei più vecchio, come me, come Alonso, come Button... Non è che non accetti più il gioco, però cerchi soprattutto di farti furbo, di conservare le tue energie per correre, per lavorare con la squadra, per le trasferte... Pensate a quel che è diventata l’ultima parte della stagione, si viaggia di continuo. E mi va bene, sia chiaro, ma arriva un punto in cui devi pensare alle tue energie e trovare un equilibrio». - Ti mancherà questo ambiente? «Conosco un sacco di gente nel paddock, è chiaro che mi mancheranno. E poi, le vetture di F.1 le vedo ancora come il vertice dell’automobilismo. Però aspettiamo a vedere come saranno nel 2014...». - E intanto pensiamo a questo. Come vedi la tua ultima stagione in Red Bull? «Ci sono stati week end buoni, come a Melbourne, tranne il problema con la telemetria alla partenza. Una bella rimonta dai box in Cina... Nel complesso, il momento più nero l’ho avuto in Bahrain. Per il resto, almeno come passo di gara, sento di essere andato bene. Ma servono anche una buona qualifica e un buon primo giro. Se riesco a metterli assieme, posso dare il meglio. Ma ho ancora ottime possibilità di fare grandi risultati, guardate Silverstone. Quando arriveremo a Spa, a Monza, non c’è motivo per cui non possa far bene». - Ha pesato, sulla tua decisione, quello che è accaduto in Malesia fra te e Vettel, quando lui ignorò appunto l’ordine di mantenere le posizioni in gara? «No. La decisione era presa da tempo. Da Natale». - Quanto sei stato vicino, nel 2012, a firmare per la Ferrari? «Ehm... Anche in questo caso Dietrich (Mateschitz, il capo della Red Bull, ndr) era stato informato da me. Da professionista, era mio dovere tenerlo informato. E come in tutte le trattative, ci si avvicina man mano e poi, per una serie di ragioni, il negoziato può non andare in porto. Quindi, per rispondere alla domanda: sì, avrebbe potuto facilmente accadere. Ma non è successo, alla fine». F1 Grand Prix of Germany - Race - Hai fatto riferimento al “caso gomme”. Cosa pensi di tutta la faccenda, in realtà? «Che è noiosa. Avevamo già la nostra opinione due anni fa...». - Veramente, visto che le macchine le guidate voi, è anche un problema di sicurezza. «Sì, è non ti riempie certo di gioia vedere le gomme che scoppiano, come a Silverstone. Anche perché i ragazzi a cui è successo non facevano niente di diverso da quello che stavo facendo io in quel momento in pista... Ma so che la Pirelli ci ha lavorato molto. In sostanza, è stato il momento peggiore che abbiamo mai avuto da un sacco di tempo». - Ci sono tanti giovani piloti che si affacciano adesso al mondo della F.1. Che consigli ti sentiresti di dare loro, che cosa serve per vincere? «L’esperienza fa molto comodo, ti aiuta a “mettere insieme” un Gran Premio dal venerdì alla domenica. Poi, naturalmente, serve una macchina competitiva. In carriera ti può anche capitare la gara fortunata, ma se ti interessa vincere più di un Gran Premio, allora hai bisogno di capire tutto quello che succede, capire le gomme, tutti i cambiamenti che si fanno sulla vettura. E per tirar fuori il meglio hai anche bisogno di un sostegno da parte della tua squadra». - Sul podio di Silverstone parlavi con Rosberg, dopo che lo avevi braccato fino al traguardo. Che cosa vi siete detti? «Gli ho detto che sapevo che per lui sarebbe stato più facile resistere, visto che stavo inseguendo un pilota che aveva già vinto delle gare. Ero in macchina e pensavo: mentalmente, adesso è più forte». - Sempre a Silverstone, un anno fa, avevi vinto la gara e gridato alla radio: niente male per un numero 2. Ma ti sei mai sentito davvero un secondo pilota, o volevi solo sfogarti con la squadra? «Non ha più importanza. Ne abbiamo parlato tanto, non ci voglio pensare». - L’ultima gara che hai corso, finora, è quella del Nürburgring. Proprio dove, quattro anni fa, avevi vinto la tua prima gara, all’ottava stagione di F.1. Che cosa ha significato per te? «Una sensazione straordinaria. Mi ricordo che verso la fine il tempo minacciava pioggia e pregavo perché le gocce non iniziassero a cadere. Ci sono alcune tappe fondamentali, nella carriera di un pilota. Ricordo quando ho vinto il Formula Ford Festival a Brands Hatch, ricordo i successi in F.3000. Ma vincere in F.1 significa sopravvivere in un ambiente durissimo. Pensavo a quando ero in Australia, pensavo a chi mi diceva che non ce l’avrei mai fatta. E invece ci sono riuscito». Parla solo con Mateschitz Fra i boss red bull, il titolare del marchio era l’unico interlocutore di Webber. le critiche di Marko Una domanda che spesso ci si pone quando si parla di Red Bull è: ma chi comanda davvero a Milton Keynes? Nelle pagine di questa lunga intervista, Mark Webber si riferisce sempre a Dietrich Mateschitz come suo interlocutore nelle varie trattative. Non parla di Christian Horner, che sarebbe pur sempre il team principal della squadra; né di Helmut Marko, l’eminenza grigia, il “Gran Consigliere” che è, o dovrebbe essere, sempre al corrente di quello che succede sul mercato. Fu proprio Marko, a gennaio di quest’anno, a seppellire sotto una serie di commenti non esattamente lusinghieri l’immagine pubblica di Webber. «Mi sembra che abbia una media di due gare all’anno in cui è imbattibile, ma poi non sia in grado di mantenere questa condizione per tutta la stagione. Malaysian GP Race 24/03/13 Non appena le sue prospettive di campionato iniziano ad andare bene, ha qualche problema con la pressione che tutto questo gli genera». La conclusione: «A confronto con Sebastian Vettel, che sembra sempre più in forma, mi pare che la condizione di Mark si sia, per così dire, “appiattita”. Se poi succede qualche problema tecnico, per esempio con l’alternatore, lui piomba in una spirale negativa». Non il più incoraggiante dei giudizi, soprattutto se si considera che era stato formulato proprio sulla rivista ufficiale del gruppo, il “Red Bulletin”! Forse per questo, anzi proprio per questo motivo, Mark (che nelle trattative è assistito dalla compagna-manager Ann Neal) ha preferito bypassare i vari vertici della squadra e confrontarsi col grande capo. Risulta che Mateschitz avesse pronto per Webber un piano B, nel caso in cui rinunciasse all’idea di guidare per la Porsche. Così non è stato e il mercato si è riaperto, e l’unica perplessità dell’operazione-Raikkonen è che il team vuole un pilota che possa rimanere almeno tre anni (e Kimi ne ha quasi 34) e soprattutto che partecipi alle prove al simulatore. Cosa che “Iceman” non ha mai digerito. Da Autosprint n.28 del 16 luglio 2013