In un mondo che guarda sempre più avanti, spasmodicamente alla ricerca di chissà quale nuova verità, a volte è il caso di fermarsi ponendo l’occhio a ritroso. In fondo, per dirla alla Leo Longanesi, non c’è nulla di più inedito di ciò che è già stato pubblicato. Perché da certe pagine antiche di Autosprint promana, oggi come ieri, il fascino unico della storia delle corse, quello che non è fatto solo di rombi selvaggi, colori rutilanti e sorpassi strappacuore, ma sorprendenti dialoghi a cuore aperto. L’idea di riscoprire una collezione antologica imperdibile di interviste dimenticate a campioni e personalità del Motorsport, parte da un assunto semplice. Questo: per svelare nell’intimo un grande pilota o un personaggio indimenticabile delle corse, non c’è momento migliore dell’alba della sua carriera. Quando ancora è giovane e aperto, geneticamente sincero e voglioso di farsi conoscere. Poi, con gli anni e i trionfi, le cose cambiano. L’uomo sulla cresta dell’onda diventa più visibile ma assai meno penetrabile. Sfugge, svicola, non vive ma sopporta il contatto con la stampa. Parla di più, ma dicendo di meno. Oggi più che mai, nelle vie larghe dell’informazione che fa vivere il mondo come Villaggio Globale. E Autosprint da sempre parte con un vantaggio immenso, rispetto a qualsiasi altro mezzo di informazione cartaceo o digitale: non solo c’è, ma c’era. Sì, c’era quando i volti più entusiamenti e noti dell’automobilismo erano solo nomi quasi anonimi. E allora come oggi As aveva la curiosità di scoprire e conoscere, andando ad accendere luci e riflettori dove ancora nessuno sta cercando. mansell Da qui lo spunto. Salire sull’immaginaria De Lorean del film “Ritorno al futuro” e viaggiare in ere non più vicine, rivivendo in diretta gli stati nascenti dei grandi dell’automobilismo di oggi e di sempre, per poi cucirli insieme, l’uno vicino all’altro, quasi fossero capitoli preziosi di un unico, imperdibile romanzo. Si comincia con la prima vera, lunga intervista al 25enne Niki Lauda, a metà Anni ’70 ultimo arrivato in casa Ferrari, posto in parallelo al grande Clay Regazzoni, per l’occasione suo compagno e pigmalione. Il tutto corredato dall’introduzione e dalle domande secche e ficcanti del grande Marcello Sabbatini, padre costituente di Autosprint e direttore per antonomasia. E poi si prosegue, a fine 1977, con la primissima intervista italiana di Gilles Villeneuve, strappata in Canada col fiuto del segugio da un altro grande direttore della storia di As, Carlo Cavicchi, al tempo rampante inviato nel Mondiale rally. È solo un antipasto a ciò che viene dopo: nel 1980 Frank Williams vince il primo titolo con Alan Jones e subito dopo si lascia andare a una stupenda confessione da ex povero della F.1, raccontando una storia palpitante e commovente: la sua. Noi ve la riproponiamo. E James Hunt? Ora tutti lo rimpiangono, dopo averlo visto fascinosamente rappresentato nel film “Rush”, invece Autosprint, nella seconda metà degli Anni ’70, ospitava addirittura - quanti la ricordano? - una sua colonna scritta dall’abitacolo e qui lo ripropone in un’intervista fiume nella quale il campionissimo si mostra più sopra le righe che mai. Perché non necessariamente, per capire un uomo, bisogna leggere la sua prima intervista. In certi casi bastano pennellate successive, più recenti ma esaustive: per questo i ritratti di chi sempre e comunque dice la sua senza vincoli o mediazioni - gente come Bernie Ecclestone, Dietrich Mateschitz e Gian Carlo Minardi -, risalgono a momenti maturi, nei quali è possibile tracciare un primo bilancio delle loro lunghe esperienze, comunque ricche di target e nuove sfide. Eppure sono i campioni ancora allo stato semi-embrionale a colpire: per esempio Nelson Piquet intervistato da Ercole Colombo a caldo, a fine 1981, dopo il primo mondiale vinto in un parcheggio del Caesar Palace di Las Vegas, piuttosto che Alain Prost, Nigel Mansell, Michael Schumacher, Jenson Button, Kimi Raikkonen, Fernando Alonso, Lewis Hamilton e Sebastian Vettel, quando ancora erano ben lontani dalla prima consacrazione iridata. Roba rara, rarissima e balenante di un’autenticità spontanea ineguagliata. Poi ci sono perle pescate in anfratti nascosti, che brillano di luce loro e delle quali noi e voi lettori andiamo orgogliosi. Per esempio, l’intervistona - anno 1982 - di Catherine Spaak a Enzo Ferrari, dove il Drake, tutt’altro che insensibile al fascino dell’altra metà del cielo, si mostra, per una volta, più aperto e deliziosamente ciarliero che mai. Oppure l’ampio reportage, di fine 1988, sul debutto agonistico assoluto di Jacques Villeneuve, propriziato, caldeggiato e appoggiato proprio da As. Per non tacere della confessione-bilancio dell’immenso Alboreto sulla stagione 1985 appena trascorsa, che l’ha visto sfiorare il mondiale con la Ferrari, piuttosto che delle confidenze di Ayrton Senna, dal buen ritiro di Angra dos Reis, a cavallo tra il difficile 1989 e il rigenerante 1990. Queste due ultime pennellate sapienti sono dovute all’inviato più longevo - oltre che tra i più apprezzati - di As, Cesare Maria Mannucci, a oggi in servizio effettivo permanente, a dare un senso di continuità al tutto. Il piatto è ricco, insomma. Per non dire ricchissimo. Gustandolo, non solo proverete come noi un senso pungente di nostalgia, ma avrete la possibilità di riflettere e di capire meglio il presente. Non solo. Scorrendo le pagine che seguono, proverete, oltre al piacere puro della riscoperta, la sensazione di sfogliare uno stupendo album di famiglia che accomuna i campionissimi ai lettori ad Autosprint. A rinnovare un caldo legame che ci piace pensare sia per sempre. Mario Donnini