In attesa del Gran Premio di Monaco, abbiamo recuperato dal nostro archivio uno dei duelli monegaschi più significativi della Formula 1 moderna, quello del 2011 tra la Red Bull di Sebastian Vettel e la Ferrari di Fernando Alonso raccontato da Alberto Antonini.

Bagno di gloria

MONTECARLO - Eccole di nuovo. Ferrari contro Red Bull, il duello annunciato alla vigilia e che finora si era visto solo a sprazzi, quasi mai significativi. Stavolta il duello è vivo, reale, e consegna alla storia uno dei più bei Gp di Monaco mai corsi, forse, dai tempi di WIlliam Grover-Williams (vincitore nel ‘29, quando la F.1 era di là da venire, e fucilato dai nazisti nel ‘45 per la sua attività di spionaggio: altra generazione). Da una parte una squadra che ha tutto da guadagnare e un pilota che ha vinto cinque gare su sei. Dall’altra un pezzo di storia dei Gp che ormai non ha nulla da perdere e una pantera del volante, sempre a caccia di prede.

Sebastian Vettel e Fernando Alonso: non li separano solo i punti in classifica - 143 contro 69 - o i sei anni di età. Li divide, adesso, tutto il modo il cui affronteranno le prossime quattordici (o tredici, nel caso dovesse saltare il Bahrain) gare di campionato. Bastava guardarli domenica, dopo la gara, per capire. Seb tutto composto, tranquillo, intento a ripetere per l’ennesima volta che non è finita e che la stagione è lunga e difficile. Fernando con l’aria della belva che vuole intimidire la sua vittima, quando diceva «avevo già studiato un paio di punti per attaccare nel finale: non ho più niente da perdere, se devo andare a sbattere sbatterò».

Lo sa, Alonso, che in questo gioco di psicologia è l’altro che subisce di più. Ma sa anche che non ci saranno poi troppe occasioni per arrivare negli scarichi - pardon, nei diffusori - dell’avversario. Lo sa e dice che «per adesso, recuperare il divario è impossibile. Quando si prende un secondo di distacco in qualifica, poi bisogna inventarsi le strategie strane, indovinare le partenze (e anche stavolta ce l’ha fatta, scavalcando Webber). Pensare a vincere, oggi, forse sarebbe troppo ottimistico. Dobbiamo continuare a sviluppare e vogliamo lottare per il podio». Ma al momento ci sono 74 punti di distacco fra Vettel e Alonso: che vuol dire che in ciascuno dei 6 Gp Fernando ha ceduto all’avversario qualcosa come 12,3 lunghezze: più o meno la distanza fra un primo e un quarto posto.

Però quello di Monaco è stato anche il miglior risultato per la 150° Italia - la Ferrari non vince a Montecarlo da dieci anni -da dieci anni - e anche senza la bizzarra interruzione della gara a otto giri dalla fine. Anzi: se il Gran Premio non fosse ripreso, con una seconda partenza - lanciata - a tutti gli effetti e la possibilità per tutti di montare gomme nuove, Alonso pensava di potercela fare. Perché Vettel sarebbe arrivato sul traguardo con la bellezza di 62 giri sulle sue gomme più dure (le soft “gialle”, nel caso specifico), mentre lui le sue avrebbero avuto 44 giri perché Fernando lr aveva montate al 34esimo passaggio. Ci sarebbe riuscito davvero? I punti in cui Fernando pianificava l’attacco erano i soliti: la staccate di Sainte Devote e della chicane fuori dal tunnel.

La prima - anche con l’aiuto del Drs - richiede, notoriamente, un avversario molto collaborativo: Gilles Villeneuve ci era riuscito trent’anni fa contro Alan Jones, Hamilton ce l’ha fatta domenica contro Schumacher che aveva tutto un altro passo, negli altri casi ha soprattutto combinato guai. Invece alla chicane del Porto - dove non si poteva utilizzare l’ala mobile - Alonso era risultato un po’ più veloce di Vettel sul rilevamento della velocità massima - (283,6 contro 281,1, nel medesimo giro) proprio all’uscita della galleria. Probbilmebte non abbastanza per dire che avrebbe potuto infilare la Red Bull. Anche perché neppure le gomme della Ferrari stavano benissimo, come testimonia un quasi-dritto proprio in quel punto. E inoltre, Fernando aveva dietro Jenson Button, a distacco azzerato: e sa bene che a Monaco un attacco andato male si paga quasi sempre caro, in queste circostanze.

La Ferrari, con Domenicali, ha chiarito subito: «Fernando aveva via libera». Meglio rischiare per un primo posto che pensare alla classifica, a questo punto. Però, senza fare della dietrologia, si può tranquillamente dire che il distacco finale, di un secondo e 138 millesimi, non sarebbe stato troppo diverso senza la safety- car finale e la gara “sprint” degli ultimi giri. E c’è una bella differenza fra un secondo e il giro abbondante rimediato una settimana prima a Barcellona. I detrattori di Aldo Costa, spuntati improvvisamente come funghi (velenosi) dopo il suo allontamento, avranno tratto linfa vitale da questo risultato. Come se, sparito il suo direttore tecnico, la Ferrari avesse risolto tutti i mali. Una panzana bella e buona, naturalmente: la Ferrari non ha risolto i suoi problemi semplicemente perché era identica a quella di Barcellona, fatto salvo lo sfogo posteriore che somiglia in effetti a quello Red Bull, ma è solo un cofano diverso per evacuare aria calda in una gara da bassa velocità.

Quello che è cambiato, per la Ferrari, sono le gomme e la pista. Una monoposto con poco carico aerodinamico, come la 150°, deve affidarsi all’aderenza meccanica. Per questo la Ferrari soffre le gomme dure, che faticano ad andare in temperatura. E per questo, oltre che per la mancanza di curve veloci, Domenicali guarda con fiducia a Montréal. Dove le mescole saranno le stesse di Monaco. Fermo restando che la battaglia fra Alonso e Vettel non è la stessa delle rispettive, e ormai acclarate, seconde guide. Webber è palesemente in difficoltà con la guida della Rb7, Massa ha sbattuto nel tunnel la sua vettura già danneggiata (proprio da Webber, ma incolpevolmente), ma in tutti i casi non sarebbe andato oltre il quarto posto. C’è ancora, per fortuna, una lotta di piloti dentro gli abitacoli.