Col cavolo che stavolta parlo di F.1, mgu-h, nuovi calendari e tracciati fiammanti. No, no, faccio tutt’altro, anzi, esattamente il contrario.

Discorso semplice. Mi trovo a Floriopoli, in occasione della Targa Florio Classica, e non mi accontento di gustare la bellissima sfilata delle veteran, così, rapito dalla magia del posto, comincio a gironzolare, curiosando tutt’attorno. 

Manco dal maggio 2016, ossia dal giorno della memorabile sfilata della Targa Historic, per l’edizione numero 100 della classicissima, e mi rendo malinconicamente conto che da allora non è stato fatto più niente, alle strutture. Non dico una spruzzata di vernice o un chiodo nel muro, ma neanche mezzo colpo di scopa ai bagni. 

Per contro, la vecchia torre dei cronometristi è sempre più a rischio crollo e un’antica tribuna in cemento sta in piedi solo per attrazione lunare.

Ricordo bene i discorsi di quel giorno bello e magico. 

L’Aci aveva fatto tanto, tantissimo, se non tutto: aveva riparato, rimesso in sicurezza, vivificato, fatto risorgere e lustrato l’intero complesso, restituendolo agli antici splendori, ma da lì in poi qualcuno avrebbe finalmente dovuto provvedere. Perché non sempre si può sperare su Babbo Natale. Invece niente. Quella grande opportunità che era stata data, con una ripartenza bellissima, non è stata colta né sfruttata da nessuno.

Okay, torno alla mia giornata a Floriopoli. Terminati i passaggi della Targa Classica, mi punge vaghezza di ripercorrere un giro completo del Piccolo delle Madonie, mitica sede delle Targhe Stradali iridate, con lo zenith delle sfide dal 1970 al 1973, tra Porsche, Ferrari ed Alfa Romeo scatenate. 

Non lo faccio dal 2006, quando fui passeggero del grande Nino Vaccarella con una Porsche. In quell’occasione il Preside Volante m’aveva scarrozzato lungo il leggendario tracciato, fatta salva una mini-fettuccia giusto sotto Caltavuturo, impercorribile causa frana, ma tutto sommato ben bypassata.

Bene. Staremo a vedere. 

Iniziare un giro del Piccolo è sempre uno spettacolo. Il primo tratto misto vede alternarsi curve verso il terrapieno a quelle a valle, quindi c’è l’attaversamento di Cerda, il Brasile dei Carciofi, dov’è un attimo sognarsi d’essere Siffert in prova sulla 908/3 mentre immagini uomini che ti guardano impassibili seduti a rovescio sulle sedie dei bar e donne composte, occhieggianti dai terrazzi. Dai, la realtà è diversa, meno da cartolina, ma ugualmente calda, viva, tanto che da queste parti uno di qualsiasi posto al mondo, solo se ha un pizzico di cuore e passione, si sente a casa sua. Penso poi al Conte Giulio Masetti, caduto nel 1926, soffro col pensiero di questo e con la schiena delle asperità del manto d’asfalto, a tratti destabilizzato dagli incessanti moti franosi, ma prendo atto con piacere che per chilometri e chilometri è tutto perfetto, neanche mezza buca, tant’è liscio nonché ben curato. E quando di lassù appare Caltavuturo, il gusto aumenta e poi nella ridiscesa verso valle contemplo rabbrividendo la terrorizzante curva del Paralitico, dove Redman rischiò la pelle in uno spaventoso rogo, nel 1971.

Dai che ancora ne ho di cose da vedere, compresa la ricerca di pittoresche scritte sui muri: chissà se ce ne sono ancora, belle ravvivate, perché rappresentano uno spettacolo nello spettacolo.

Ma sceso a valle, laddove tre lustri fa c’era la piccola interruzione da by pass, stavolta la strada s’interrompe del brutto, a 90 gradi. Fine di tutto. Un cartello devia il percorso seccamente a sinistra, per via dell’Onestà. Una perpendicolare a capofitto che mi getta sulla Palermo-Catania, con la possibilità di tornare entro venti minuti al Buonfornello a spararmi un piatto di pasta da Baglio. Okay, ma così facendo Scillato, Bivio Polizzi, Collesano e Campofelice di Roccella me li sogno. In poche parole, verso il chilometro trentasei dei settantadue del leggendario tracciato, c’è una ferita mortale quanto infetta e da lì in poi nulla è - e, presumibilmente, mai sarà - più come prima. Scendo di macchina e butto lo sguardo oltre il rovinoso squarcio . 

No, non è mica solo una frana, questa. È una catastrofe. Ormai mancano pezzi interi di montagna, un intero tratto del Piccolo non esiste più, perché è come se mezza torta di panna si fosse smontata, crollando tristemente e autoestinguendosi.

Un’immensa lingua di quel tracciato da sogno che fino al 1977 - cioè, l’altro ieri, mica un secolo fa -,vedeva sfrecciare Osella e Chevon in lotta per la vittoria, appartiene al mondo dei ricordi. Fino a una decina di anni fa, tutto era ancora salvabile, recuperabile, suturabile, ma ora non più. Certo, le frane c’erano anche nell’Era d’Oro, solo che al tempo, anno per anno, poco prima della corsa, arrivava l’Anas e metteva a posto tutto, ben imbeccata da politici e amministratori. Ora non più. Mai più.

E allora eccomi assalito da rabbia da improverimento ingiusto, in nome e per conto di tutti gli sportivi veri amanti del Motorsport. Perché queste strade sono sacre. Sono pelle, vene e ossa della mamma di tutte le corse. Se il circuito Grande e quello Medio sono ormai bisnonna e nonna delle corse, il Piccolo, la terza generazione agonistico-strutturale delle Madonie, ne è legittima madre.

In fondo, le corse stesse, per come le conosciamo adesso, nascono da queste parti.

Tolte le pioneristiche maratone da città a città, le quattro ruote cominciano a darsi battaglia con la Coppa Gordon Bennett e la Targa Florio, mentre le moto all’Isola di Man, sul triangolo di St. John che poi lascerà spazio, dal 1911, e in forma più compiuta nel 1920, al Mountain Circuit. E ci son cose che fanno sorridere, fili invisibili magici che legano tutto e fanno venire altri brividi. Perché i test della Gordon Bennett vennero a farli proprio all’Isola di Man, in quanto l’autonomia legislativa del luogo faceva sì che non fossero in vigore i limiti di velocità castranti delle Midland, dando così il via alla civiltà delle corse sull’Isola stessa, il cui simbolo è dato dalle Tre Gambe, The Three Legs of Mann, guarda caso lo stesso simbolo della Trinacria e della Sicilia e quindi della Targa. Come se il dio delle corse, per i suoi due tracciati stradali più meravigliosamente strappacuore, avesse deciso romanticamente d’imporre a fuoco lo stesso marchio, quand’anche la cosa è spiegabile e decifrabile in chiave ben più razionale, dalla comune dominazione e derivazione normanna.

Smettendo di carezzare miti poetizzando qua e là e tornando bruscamente alla realtà, ricordo che la Targa Stradale per le auto nasce dal 1906 e il Tourist Trophy motociclistico, l’anno dopo. 

Il TT si corre ancora ed è la corsa più antica, blasonata e pericolosa del mondo, mentre la Targa, come gara di Velocità stradale, è stata soppressa appunto nel 1977, dopo l’incidente di Ciuti.

Bene, al TT è tanto il culto, il rispetto e la salvaguardia della memoria, che i pochi tratti dell’antico tracciato sottratti alla normale circolazione, vengono comunque regolamente asfaltati e curati, tanto da tenerli agibili per utilizzarli ancora, anche se solo pochi giorni all’anno. In ogni caso, neppure un centimetro di suolo sacro potrebbe essere sottratto al senso della tradizione e alla tutela delle autorità dell’Isola, che vigilano, investono e curano qualsiasi piega del Mountain, quasi fosse religiosa e magica pertinenza.

Il Piccolo delle Madonie no. Ormai da Caltavuturo in giù è all’abbandono più selvaggio. Limitrofi centri abitati compresi. Stiamo perdendo tanto, col rischio, un giorno, di ritrovarsi privi di quasi tutto.

Un giro del piccolo, mica dico quello da record di Kinnunen, ma uno qualsiasi completo, con una Ford Fiesta come quella guidata da me, non è più possibile. E con la superfrana in corso, lo sarà sempre di meno. Tanto che ormai per arrivare all’ultimo tratto ancora in uso, bisogna tornare indietro da Collesano, girando a rovescio. 

In altre parole, ormai la situazione è mille, diecimila volte peggio di quella del Mugello Stradale, laddove il tratto finale che da Ghiereto torna alla villa medicea di Cafaggiolo è stato sostituito in parte da un lungo cavalcavia rettilineo, poiché sommerso dal Bilancino.

La verità è che una buona parte del Piccolo delle Madonie sta morendo. E attenzione, perché questo per noi Cuori da Corsa non è un posto qualsiasi, ma rappresenta per certi versi il sito achologico più ampio del mondo, così come la Valle dei Templi di Agrigento lo è per uno studioso di templi dorici del periodo ellenico.

Il Piccolo non è terraccia smossa, no, no, è sacralità delle corse, Storia, teatro di Leggende. Luogo caro alle radici di noi tutti.
E, no, non può finire così. Non deve.

E questa non è una messa in stato d’accusa per nessuno, ma un grido di dolore e allarme. Qualcuno deve fare qualcosa. Chi? Non certo l’Aci, che di suo, oltre a fare tanto, ha fatto pure troppo. L’Anas? La vedo dura. Dura, durissima pure per Floriopoli, che all’asta giudiziaria era stata acquistata dalla Provincia e, dopo l’abolizione degli enti territoriali medi, è finita in gran parte sotto l’egida della città metropolitana, ossia del comune di Palermo. Tanto che la situazione appare rischiosa, oltre che tendenzialmente votata all’abbandono.

E allora spero tanto che arrivi il gancio dal cielo, che in questo caso non può che essere rappresentato da una grande Casa automobilistica, in grado di investire per creare una sorta d’immenso tracciato di test a cielo aperto. In fondo, la Targa degli Anni d’oro tanto deve alla Porsche e non solo ad essa. E non vedo altra via.

La cara mamma di tutte le piste moderne sta male, molto male. E se ne sta andando giorno per giorno, vittima dell’indifferenza. La prima cosa da fare, in questi casi è parlarne. Dirlo. Io ci provo. Ci sto provando. Proviamoci tutti.