C’è un aspetto che corre parallelo alla memoria, alla passione e al senso dell’empatia verso i campioni più amati del nostro automobilismo. E si chiama Rispetto. Rispetto per la storia, per i risultati, per il sacrificio di chi incarna un ruolo, addirittura un’epoca. Sto parlando di Michele Alboreto, protagonista compianto e amatissimo del nostro automobilismo, Vice Campione del mondo 1985 al volante della Ferrari, vincitore della 24 Ore di Le Mans, della 12 Ore di Sebring, della Petit Le Mans oltre a 5 Gran Premi di F.1, con 23 podii su 194 gare disputate nel mondiale, dal 1981 al 1994.

Questo basterebbe a definirlo un monumento dell’automobilismo nazionale, se non fosse che a caratterizzarlo ancor meglio c’è la sua eredità morale, comportamentale e personale fatta di stile, galantomismo, cultura per le corse e delle corse, oltre a un’autorevolezza e un prestigio personale di consistenza specchiata e adamantina. Perché lui resta un pilota e un campione in cui trofei vinti valgono tanto, tantissimo ed esattamente quanto la scala valoriale che ha sempre contraddistinto la carriera e la sua stessa esistenza.

Cosa ci resta a vent'anni dalla scomparsa di Alboreto

Michele Alboreto se n’è andato il 25 aprile di venti anni fa, per un incidente nel corso di un test Audi al Lausitzring quando, oltre che 44enne pilota ufficiale, era anche Vice Presidente della Csai, ovvero della nostra Federazione, impegnato nello studio di una nuova categoria promozionale che nelle sue intenzioni avrebbe consentito ai giovanissimi nuove e più accessibili opportunità d’ingresso e crescita nell’automobilismo da corsa.

Ma non ha senso parlare solo dei punti d’arrivo, perché la vita di un uomo si misura dal punto di partenza e per Michele l’avvio fu dal primo gradino della scala, anzi, dal nudo pavimento su cui la scala era poggiata, percorrendo poi, sudando, tutti i pioli, uno ad uno. Da pilota ricco di classe ma non certo di famiglia.

Michele Alboreto, in sintesi, è simbolo meraviglioso, meritocratico e puro di un’Italia da corsa che rimpiangiamo e continuiamo ad amare. Non solo. A volte arrivano i numeri e il calendario a dare colpi di specchio in codice, segnali celebrativi e dalle suggestioni quasi cabalistiche, che ispirano gesti, prese di posizione e spunti di riflessione. Così è bello e carezzevole notare che, al di là dell’anniversario triste della scomparsa, a inizio maggio ricorreranno i quarant’anni dal debutto di Michele in F.1 con la Tyrrell sponsorizzata da Imola Coop Ceramica, nella prima edizione del Gp di San Marino.

Una curva per Alboreto

Già, quarant’anni tondi tondi. Bene, questa rubrica è dedicata stavolta al gusto della rimembranza non fine a se stessa, ma valida e utile come spunto di sensibilizzazione e, dicevo, Rispetto. Contenendo un suggerimento, un appello che vuole essere anche un dolce augurio, rivolto a tutti coloro che hanno non solo il potere, ma anche l’autorevolezza, la sensibilità e il senso della giustizia per accoglierlo: vi prego, andate oltre il bel fatto che ad Alboreto è già dedicata la Scuola Federale Aci Sport a Vallelunga, e intitolate una curva di un importante autodromo italiano alla memoria di Michele.

Fatelo non solo per lui, ma soprattutto per noi e per chi verrà. Sì, per tutti noi che l’abbiamo conosciuto e apprezzato, non importa se frequentandolo o solo stringendogli la mano ovvero guardandolo sfrecciare da dietro le reti o da davanti la Tv.

E fatelo anche per chi, troppo giovane per averlo vissuto, lo apprezza magari leggendo queste righe, vecchi articoli o gustando filmati di corse belle e toste, su YouTube o in ognidove. Dirò di più. Se c’è un circuito e un luogo chiamato più di tutti a rendere omaggio a Michele, per storia, cultura e vissuto reciproco di pilota e impianto, non può che essere quello di Monza. Sì, Monza.

L’autodromo su cui lui iniziò a correre proprio nella formula promozionale che porta il nome stesso del tracciato, da pilota tutt’altro che supportato, anzi, da ragazzo da corsette club, come tanti. Uno qualsiasi che certi giovedì torna a casa anzitempo perché non s’è neanche qualificato. E che tre lustri dopo arriva in scia al compagno di squadra Berger a festeggiare una leggendaria doppietta Ferrari a pochi giorni dalla morte del Drake.

Segno di rispetto

Poi mi piace non fermarmi, spingendomi anche oltre, individuando un sito simbolico. La prima Variante. Sinonimo della voglia di disinnescare per sempre la sfida ma anche il pericolo letale del Curvone. Uno dei grandi segnali dati dal Motorsport che era ora di cambiare, in nome della sicurezza e della tutela delle vite dei piloti, a due, tre e quattro ruote, pure a sei, considerando la Tyrrell P34. Ebbene, Michele Alboreto è stato da sempre e per sempre anche uno dei portabandiera nobili e dei testimoni più concreti del culto della sicurezza. E sottolineerei in quel delicato e per certi versi terribile 1994, quando lui correva per la Minardi, la sua scelta, a un certo punto, di autoregolamentarsi nella velocità in pit-lane, a esclusiva tutela della sicurezza degli addetti ai lavori. Un potente segnale di umanità e di etica al di là della competitività e dell’istinto alla competizione. In una scelta come questa c’è tanto del Michele uomo che sa arrivare d’un soffio prima del Michele pilota. È una posizione matura, importante, che dà un senso al tutto e che definisce appunto una scala di valori e una scelta di vita per un uomo ben deciso a dedicare tutto se stesso al suo Sport amatissimo, senza mai perdere di vista le cose che nella vita contano davvero.

Così tutto quadra, tutto ha un senso.Adesso la parola passa alle Autorità, ai soggetti competenti. Come si dice in questi casi, a chi di dovere. Intanto, per non lasciar passare il tempo invano e per fare a nostra volta un gesto concreto, sentito e colmo di passione tracimante anche tanta commozione, stiamo lavorando sodo per fare uscire a fine aprile un numero monografico di Autosprint Gold Collection di oltre 130 pagine, interamente dedicate a Michele.

Alboreto is racing again.