L’ultimo mistero glorioso di questa strana Formula Uno Anni ’20 riguarda non una monoposto o un circuito, ma il destino di un uomo: Charles Leclerc. Di lui una sola cosa è certa: come pilota ha classe immensa e geneticamente predisposta, vanta l’attitudine meravigliosa alla velocità, la vocazione all’impresa strappacuore e un carattere tosto, tignoso, d’immensa consistenza, più un’ottima idea di se stesso e un’autostima che sotto sotto ogni volta contraccambia felice, anche quando davanti alle telecamere è costretto ad ammettere: «Mi spiace, ho sbagliato io, quando capita non ho alcun problema ad ammetterlo».

Il punto è un altro. C’è qualcosa che va oltre questo. Perché nel narrato di Charles, nella trama del suo vissuto sull’asfalto, si sta facendo strada una cifra romanzata tutta propria, che prende, affascina e appassiona, rendendolo a suo modo unico. Charles Leclerc - e dopo Silverstone ancora di più -, è l’uomo della Ferrari vulnerabile, della Rossa seria, solida ma in fatica d’ossigeno, in carenza di competitività schiacciante e non blindatissima quanto adaffidabilità. Entità fascinosa ma agonisticamente feribile, quindi, che ha per ora qualche bella chance ma nessuna certezza. Né di risultato né disicurezza d’imperforabilità tecnologica. Il monegasco allora non è un semplice pilota Ferrari ma qualcosa d’assai diverso. Giovanissimo, allevato nell’ambito della Rossa, ha gli occhi tristi e il viso per bene, è cittadino monegasco ma è tra i due o tre al mondo nati lì e che non ci sono andati per risparmiar tasse. E soprattutto arriva in Ferrari non perché è il migliore da accoppiare a una monoposto vincente o quasi vincente, ma un ragazzo di buone speranze adocchiato da una Casa in cerca di rilancio e in netta fase di ristrutturazione tecnologica, agonistica e motivazionale. Charles Leclerc è figlio della speranza priva di certezze. Di una Ferrari non dominante ma neanche minimalista, all’interno di un’unione che piace e commuove perché in ogni caso commistione di reciproche aspirazioni a scontrarsi con rivali devastanti ma squadra attaccabile, sensibile, questa Rossa, con nessuna garanzia d’essere imperforabile per tutto l’arco di gara.

Leclerc: "Fa male perdere così. Ho evitato Hamilton, non volevo fare come Verstappen"

Questa, insomma, non è mica la Ferrari di Schumi, né quella di Alonso o di Vettel appena arrivato, ma creatura nuova, tutta in divenire, ancora ben da sperimentare, all’interno di un gran progetto che usa il presente come premessa del futuro, per dirla col Presidente John Elkann. In altre parole Charles Leclerc, e con lui anche il suo compagno di squadra Carlos Sainz, sono i primi due piloti di una Ferrari completamente diversa da quella solita, usuale nei secoli dei secoli, tetragona,fantastica e certificata, appartenendo a un’entità che al momento tutti sanno da dove viene e nessuno sa dove approderà.

E così eccoci al centro narrativo, allo strumento d’espressione, al prodotto sublime del personaggio Leclerc: le fughe. Come tutti, Charles ha momenti sì e momenti no. Quelli no, dipendono il più delle volte dai problemi o dalle crisi della sua monoposto, ma quando tutto va bene - e questo a dire il vero lo scorso anno è capitato ben di rado e nel 2021 a intermittenza - ecco allora che alla Belva dagli Occhi Tristi si presenta la grande occasione, che lui sfrutta come può. O inqualifica o in gara. Ed è allora che in prova tira fuori il giro della vita, si gioca il tutto per tutto alla o la va o la spacca, che in posti come Monaco o Baku può pure andare a segno, meravigliando il mondo.

Ma il vero bello della questione sta altrove. A far commuovere e a muovere il cuore sono il prodotto più prezioso, entusiasmante e tipico di Charles: le fughe disperate. Trama semplice. Lui che dà il tutto per tutto, una muta d’avversari scatenati, mai così indiavolati, e Charles li saluta e se ne va. Bahrain, Spa, Monza 2019, Silverstone 2020. Cose così. A volte va bene, altre no, ma cosa importa.

La trama è la stessa.Charles davanti a tutti e noi tutti con un nodo in gola a chiederci: ce la farà, non ce la farà?

Ecco, in questo finalmente Leclerc è diventato Leclerc, ossia originale, imparagonabile a qualunque altro ferrarista. Metti un uomo in fuga, un esito non scontato, il fatto stesso che ciò accada di per sé già una gran sorpresa e sotto la gola il coltello di un possibile guaietto tecnico inatteso, di un pizzico di possibile sfiga e le folate di rimonta di un avversario spietato puntualmente al volante di una Mercedes e quasi invariabilmente rispondente al nome di Lewis Hamilton. Stupendo. Memorabile. Strappacuore, tutto ciò. Indipendentemente dall’esito. Perché Leclerc, al di là di tutto, non è perfettino, perbenino, paraculo, ma semplicemente uno che sta dando il 200% e ci sta provando, perfino un po’ alla disperata, perché certe volte, specie nei momenti concitati della partenza, per la furia di recuperare tutto e subito, colpisce tutto ciò che si muove entro venti metri dal muso. Ma questo fa parte del gioco, del suo stesso essere, della fame e della sete di correre con e per questa Ferrari, la quale in attesa di dare tutto sta dando tanto, promettendo molto.

Che situazione particolare e per certi versi agrodolce, questa. Aspettandola prossima occasione, la chance dietro l’angolo, la successiva fuga per tornare ad emozionarsi, incerti sul destino della gara di Leclerc ma anche sugli sviluppi della sua stessa carriera, legata com’è a una Ferrari volitivamente in divenire, pienissima della voglia di rinascere vincente, capace di inviare ottimi segnali e quasi sicura di farcela in chiave 2022, ma mica sicurissima perché sicuro non è mai niente di nessuno nella F.1 presente e futuro.

Insomma, gira gira, la domanda cui rispondere adesso è una sola: in cosa si trasformerà Leclerc? In un leader prima o poi al volante di una Rossari diventata super e capace di rendere le sue proverbiali fughe inesorabilmente vincenti? O in un pilota condizionato dal rendimento della sua monoposto che non vola? Chi o cosa diventerà, Charles? Riuscirà a evitare l’ombra del destino di Jean Alesi, che correva col cuore giusto nel quinquennio sbagliato?

Nessuno ha risposte, tutti coltivano dubbi e, sfogliando questa margherita, tra un petalo e l’altro, si ama sempre più la sua vocazione all’impresa, alla cavalcata prendibile ma eroica, alla sgroppata memorabile ma dal finale aperto, e si vuole anche sempre bene a questa Ferrari, a sua volta non certa di farcela ma sempre pronta a provarci. E allora perché avere troppa fretta d’avvenire, eccessivo anelito di risposte o inutile voglia di spoiler?

Forse il vero senso di tutto, qui e ora, è gustarsi il Leclerc che abbiamo e la Ferrari che lui ha. Combinazione strana, imprevedibile, ancora non perfettissima ma in pieno corso di perfettibilità, pronta a regalarci ancora, possibilmente dall’Hungaroring, il fascino di trame intense e incerte. Magari, visto e considerato tutto ciò, siamo già un po’ felici e abbiamo solo bisogno d’un pizzico di consapevolezza e poesia per gustare appienotutto questo. Un uomo solo al comando, là davanti, e  poi chissà... Sì. Per godersi fino in fondo la prossima fuga di Charles Leclerc.