Correre in Hypercar è come stare sui social

Correre in Hypercar è come stare sui social

Gareggiano tante Case e vincono poche, ma conviene. Perché l’importante è esserci e manifestarsi!

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Qualcosa è cambiato nelle corse e finalmente in meglio, a quanto pare. Il successo, lo sviluppo e le tendenze dell’Hypercar lo dimostrano chiaramente. Per la prima volta nella storia racing, in chiave 2024 all’interno di un campionato sanzionato FIA si affronteranno contemporaneamente nella categoria maggiore undici Costruttori i quali, a parte Glickenhaus e Vanwall, rientrano nella esclusiva e ristretta cerchia di solide Case a rilevanza mondiale. Firme del calibro di Toyota, Peugeot, Cadillac, Ferrari e Porsche, già sulla piazza, alle quali si uniranno Alpine, Bmw, Lamborghini e la neorinata Isotta Fraschini (di nicchia), mentre continuano le voci che vorrebbero un interessamento della Hyundai e un ritorno di fiamma dell’Aston Martin. Comunque vada, mai s’era visto a oggi, né nel mondiale endurance né altrove, un potenziale di fuoco espresso così simultaneamente, a fronte di investimenti corposi e protratti nel tempo, mediamente su base quinquennale.

Perché "esserci" è più importate del resto

Tutto ciò, a ben guardare, andrebbe contro uno dei principi fondamentali dell’impegno delle grandi Case nelle corse, cioè questo: ha senso correre solo se vinci. Da cui discendono due implacabili corollari, ovvero i seguenti: se vinci, a medio termine ha senso smettere prima che ti battano e se non vinci a medio termine ha senso smettere prima di spendere troppo per recuperare terreno perduto e immagine. E invece no. Stavolta sta succedendo una cosa mai vista, né nell’endurance né in F.1, dove neppure Bernie Ecclestone a inizio terzo millennio era riuscito dopo tre decenni di sforzi a coinvolgere nomi così simbolici e da sogno. Nell’Hypercar in salsa Wec siamo di fronte non solo al successo di un campionato, ma a qualcosa di più: a una vera e proria rivoluzione della filosofia d’intendere le corse per le grandi Case.

Cambiamento iniziato in FE

Profondo cambiamento che già in Formula E aveva iniziato a produrre interessanti conseguenze e che nell’Hypercar sta raggiungendo una spettacolare maturazione. Ormai vincere non è l’unico e l’indifferibile target. Resta vero per Costruttori come Toyota, Ferrari e Peugeot, nonché per la Porsche, ma per tutti gli altri non è questo l’esclusivo innesco del programma. Perché, quando vale la pena, essere della compagnia diventa già di per sé una vittoria. Ma la prendo alla larga, perché merita. C’era una volta il Festival di Sanremo in declino, al quale i grandi non volevano più partecipare, perché alla fine vince uno solo e gli altri perdono tutti. Per tanti anni si è andati avanti così, fino a che le cose sono cambiate e, in fondo, adesso a un cantante di punta tentare l’avventura in riviera conviene, ben al di là del risultato. Vecchio o giovane, noto o sconosciuto, hai tutto l’interesse a esibirti una settimana su quel palco, che tu vinca o no, perché poi i veri riscontri li avrai nei mesi successivi, nelle vendite e nell’immagine. E quelle serate ad audience ai massimi e praticamente in quasi mondovisione - per quello che riguarda quel mondo interessato alla canzone italiana, ovvio - sono quanto di meglio possa capitare a un artista.

Il successo della piattaforma

Prendete lo stesso ragionamento, adattatelo e estendetelo all’Hypercar e avrete eguale risultato. Aderire all’Hypercar significa fare parte di una piattaforma di marchi e di un terreno di sfida a livello mondiale che rappresentano il massimo della libera ricerca per quanto riguarda lo sviluppo dell’ibrido sul terreno delle prestazioni e della durata. Con evidenti possibilità di ricerca sul piano tecnologico e di ricaduta sul versante dell’immagine, anche in questo caso a prescindere dai risultati. Se non vinci Sanremo, pazienza, pure Vasco Rossi arrivò ultimo, ma da lì si fece conoscere. Finì col promuovere un’immagine, un personaggio, un messaggio che poi, in altri contesti, sfondò alla grande. Stesso discorso nell’Hypercar. Ogni anno si assegnano solo due cose che spostano davvero: la vittoria alla 24 Ore di Le Mans, che conta più di tutto, e il titolo mondiale, una specie di seconda tombola.

Al massimo, ne possono uscire contenti in due, quindi, da una cerchia di tre-quattro Case davvero hypercompetitive. Per le altre non v’è né vi sarà speranza alcuna. Eppure corrono e spendono, s’accapiglieranno pur d’essere al via, perché ormai il gioco vale la candela. Perché ti guardano, ti apprezzano, ti sognano anche se perdi.

La nuova dimensione

Perché comunque correndo ti metti in gioco, ti mostri, ti esponi su un palcoscenico planetario, presentando un prodotto estremo, visualmente favoloso, che ha un modello e un’identità di serie quale desiderabile e onirico riferimento. Dal punto di vista del marketing, quindi, lo scopo finale non è più vincere, ma interessare e piacere. E questa è la vera rivoluzione, che sta facendo diventare l’Hypercar non solo una categoria racing top a livello mondiale, ma il primo vero e unico salone dell’automobile itinerante a livello planetario, sfrecciante a più di trecento orari. È il motivo per cui la stessa Bmw, che per ora corre nell’Imsa (e vince pure, come di recente accaduto a Watkins Glen) ha voluto assolutamente che il muso della sua Gtp recasse simbolicamente una foggia tale da pubblicizzare visualmente e aggressivamente marchio e calandra, a costo magari di dover rinunciare a una conformazione più tradizionale e meno vistosa che avrebbe avuto più vantaggi in termini di aerodinamica. Perché ormai siamo in un’altra dimensione e all’interno di un’altra civiltà. Proprio come nei social e nel mondo della nuova comunicazione, trionfare è solo un’opzione, le scelte vincenti possono essere anche altre. Esserci, apparire, distinguersi, promuoversi, domiciliarsi nel modo giusto, vetrinizzarsi e attrarre follower è diventato il vero, nuovo e caratterizzante target che giustifica il costo del programma, all’interno di una rivoluzione mediaticamente copernicana. La vittoria è esserci, mostrarsi, la sconfitta sarebbe restare al buio, che è ben peggio di perdere. Anche le corse sono diventate un immenso social in cui, per certi versi, trionfano i presenti luccicanti e a rimetterci sono solo ed esclusivamente gli assenti, oscurati dalla propria inerzia.


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