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Nessuno scorderà la maledetta domenica del Gp d’Olanda a Zandvoort, il 29 luglio 1973, quando Roger Williamson resta intrappolato nel rogo della sua March ribaltata e nessun commissario interviene e tantomeno i pi- loti si fermano a prestar soccorso.

Sì, la Domenica dei Vigliacchi, la chiamò qualcuno. Vigliacchi tutti meno David Purley, che lotta, si dispera, prova a rovesciare con le mani il relitto in fiamme e infine, impotente, piange in mondo-visione. E l’Autosprint del grande Marcello Sabbatini lo premia a fine stagione, come si conviene ai grandi, tra applausi scroscianti e ciglia umide.

Ma David non è solo questo. Già paracadutista, uomo d’arme, combattente nato, pilota di cuore allevatosi in F.3, F.2, F.5000 e autore di uno dei gesti più belli e commoventi nella storia dello sport, il britannico è anche qualcosa d’assai diverso e nondimeno umanamente parimenti prezioso. E proprio in questa veste sarà bene per una volta conoscerlo e riscoprirlo, tornando all’epoca in cui nella F.1 kit car dei motori Cosworth Dfv e dei cambi Hewland c’era ancora posto per gli ultimi, timidi e romantici piloti-costruttori.

 

 

 

Un uomo fuori dagli schemi

Non bastasse questo, Purley è e resterà per sempre amatissimo dai veri cultori della F.1 per duri e puri perché simbolo bello del pilota che corre per puro spirito sportivo e cavalleresco. Pronto a tutto pur di aiutare un collega in difficoltà, ma infinito amante del rischio, coraggioso all’inverosimile, antisistema, quieto e ribelle, ricco di famiglia tuttavia totalmente privo d’atteggiamenti chic o schifati. Al contrario, sostanziale, terribilmente autentico e pronto a pagare con la vita la sua passione per gli sport estremi, dalla F.1 assassina fi- no al volo acrobatico, passando per la guerra, vis- suta come esperienza fondante di vita.

 

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