1 di 4

Adesso vi pongo una domanda di quelle belle bastarde, ma stuzzicante assai. Secondo voi, qual è stata la Casa di F.1 più spaventosa della storia? Ossia quella che, solo a sentirla nominare a quasi mezzo secolo dalle sue discutibili prodezze, fa provare tuttora dei brividi? Attenzione, stiamo parlando non di sudori freddi da cambiali, ma di stabilità pura, di attitudine genetica a far atterrire i suoi piloti, sennò ci sarebbe la fila per partecipare al concorso. E già questo screma e di molto il campo dei partecipanti. Tuttavia, senza tema di smentita e andando sul sicuro, la risposta non può che essere una. È tempo di porre attenzione sulla strana, rutilante, romantica, ansiogena e sfortunatisima avventura della Maki.

Un primo esemplare... fumettistico!

La Maki appare subito bella, affascinante e sorprendente. Forse è la sola F.1 della storia che alla nascita sembra una monoposto nata dalla fantasia fervida di un fumettista giapponese voglioso di far breccia nel mondo dei manga. Maki Engineering ha base a Tokyo e nasce da sogni e programmi di Kenji Mimura, già designer di monoposto nella Formula B americana e in F.Junior e stavolta team boss delegante tutto il lavoro d’ingegneria al connazionale Masao Ono. Altra cosa. Mimura nel 1974 ha 27 anni e nessuno dei membri della squadra stazza sopra i trenta. Costoro hanno chiaro solo un aspetto: vogliono il neozelandese Howden Ganley - ex Iso Marlboro e Brm -, a pilotare la loro F.1 da sogno e fanno la cosa più semplice del mondo. Gli telefonano. - Pronto Mr Ganley? - Sì sono io. - Chiamo a nome della Maki Engineering. Abbiamo quattro monoposto di F.1 e otto motori. Per questo vorremmo lei come nostro pilota. - Molto bene. E posso sapere il nome dell’altro gentleman che correrà al mio fianco? - No, Mr Ganley, lei sarà il nostro unico pilota e avrà tutto a sua disposizione. Pure il resto me lo ha aggiunto Howden Ganley medesimo: «Che questi facciano sul serio e abbiano preso la faccenda di petto, me ne accorgo poco dopo, a fine 1973, quando i rappresentanti del team arrivano a casa mia con undici taxi per farmi firmare il contratto. Bene. Perché no, in fondo non ho altro per le mani. Ecco, poi mi spiegano che le quattro macchine sono in via di completamento e pure quello è uno sfoggio di ottimismo. Poi mi chiedono se intanto posso prestargli l’officina e già lì capisco che non vincerò il mondiale con loro. Infine, mi toccherà darmi da fare per noleggiare un paio di motori Cosworth, ma ormai l’avevo messo in conto».

1 di 4