Chiedo scusa, ma non trovo proprio niente di eroico, di strepitoso o di entusiasmante nel record di 91 Gran Premi vinti che vede ora in testa nella classifica di tutti i tempi in coabitazione Lewis Hamilton con Michael Schumacher.

I numeri non dicono tutto

In Formula Uno non c’è niente di più bugiardo dei numeri secchi, perché confrontano come fossero grandezze omogenee - e proprio non lo sono - epoche differenti e campioni che si sono mossi in condizioni ambientali, tecnologiche e oggettive totalmente imparagonabili, dagli Anni ’50 a oggi. Come mettere a confronto per nemici stesi Annibale o Scipione l’Africano col generale Schwarzkopf, vincitore della Guerra del Golfo.

No, non ci siamo proprio, giacché se poniamo in fila incolonnando il coefficiente di rischio oggettivo, di difficoltà specifica e di fragilità tecnologica mettendoli a rapporto col numero di Gp disputati e di quelli vinti gente come Juan-Manuel Fangio, Jim Clark e Jackie Stewart, parlare di Michael Schumacher e di Lewis Hamilton diventa solo teoricamente interessante ma logicamente piuttosto insulso.

Paragoni mai veri

Come confrontare il bomber del Modena calcio con Tex Willer solo perché indossano entrambi un indumento giallo.

Stando ai numeri, poi, uno come David Coulthard ha vinto 13 Gran Premi, tanto quanto il leggendario Alberto Ascari e uno in più rispetto a Mario Andretti e questo, Dio ci perdoni, chiude il discorso, per carità, eh.

Statistiche da ribaltare

La F.1 e l’automobilismo da corsa, essendo fradici d’entropia, imperfezioni e mutamenti disomogenei, non sono per niente roba laccata, leccata e rigorosa per matematici, ma materia d’indagine dialettico-emotiva per poeti e storici, oltre che per smagati uomini da box: soprattutto per gente di solido buon senso, che non si fa troppo prendere la mano dal pallottoliere.

Detto questo, vado diretto al caso Hamilton e dico una cosa semplice semplice che dovrebbe far riflettere e suggerire ben più miti consigli, oltre che cautela e un filo di sano scetticismo nel soppesare i suoi numeri da record dei record. Sì, è vero, nel Gp dell’Eifel 2020 Lewis Hamilton raggiunge quota 91 GP iridati vinti, eguagliando Michael Schumacher. Però resta nell’aria la sensazione di un che di strano, inquietante e tutto sommato ammosciante, nell’analizzare al dettaglio questo meraviglioso score.

E vediamo nel dettaglio perché. Mai come nel caso di Hammer la carriera in oggetto può essere divisa esattamente a metà, come si fa con una mela grazie a un coltello, mostrando caratteristiche assolutamente sorprendenti e in disarmonia.

Due carriere in una

Tanto per cominciare, in 14 stagioni di F.1, dal 2007 al presente, Lewis non ha momenti di alti e bassi, di declino o di splendore, perché, in fondo, è sempre se stesso. Fortissimo. Pilota velocissimo, ultraefficace e che sbaglia poco. Certo, non imbattibile a parità di macchina, se è vero che gente come Button e Rosberg, rispettivamente in McLaren e Mercedes, è riuscita a turno perfino a incamerare più punti, a fine stagione, nel secondo caso perfino togliendogli dalle mani un titolo mondiale, quello 2016, che sembrava già vinto.

Ma il punto vero sul quale invito tutti a riflettere è un altro. E cioè questo. Dal 2007 al 2013, nella prime sette stagioni di F.1 complete disputate da Lewis Hamilton in F.1, rispettivamente le prime sei con la McLaren e la settima con la Mercedes ancora a motore aspirato endotermico, il campionissimo si aggiudica 22 Gran Premi, che non sono neanche pochi, e un titolo mondiale.

Poi, improvvisamente, tutto cambia. Perché dal 2014 a oggi, ovvero dall’avvio rivoluzionario dell’era turboibrida, Lewis Hamilton si aggiudica la bellezza di 69 vittorie in altre 7 stagioni. Ossia un’enormità, una roba quantitativamente bulimica, disumana, devastante rispetto al ruolino di marcia di chiunque. E per vincere sei titoli mondiali (ci conto pure questo 2020, perché se lo perde giuro che poi vado a Santiago di Compostela con un Ape Piaggio in retromarcia e una gomma bucata), dicevo, per vincere ben sei titoli mondiali, lo stesso Lewis deve superare solo la concorrenza di Nico Rosberg e Valtteri Bottas, i soli con i quali parte ad armi tecnologiche teoricamente pari - fatta salva gerarchia e ordini di scuderia -, mentre tutti gli altri praticamente non esistono per definizione, staccati anni luce in qualifica e in gara. Questo è.

Primato figlio del contesto

Ficchiamocelo bene in testa, che è meglio. Il primato di Lewis Hamilton è una specie di bomba agli estrogeni, un’astrazione causata solo ed esclusivamente dalla superiorità tecnologica schiacciante della Mercedes monopolista in era turboibrida, ovvero una delle più grandi, clamorose, palmari e cataclismatiche ingiustizie nella storia dello sport.

Perché la stessa Mercedes vince 98 Gran Premi in sette anni, dopo che nell’era ne aveva fatti suoi solo 4 nelle 4 stagioni endotermiche nelle quali non s’era risparmiata figuracce e delusioni. E poi c’è un altro fantastico paradosso, ossia questo. Nico Rosberg (mica Fangio o Moss o Senna) con la Mercedes turboibrida vince la bellezza di 20 Gran Premi in tre stagioni e un mondiale, cioè decisamente più di Lewis Hamilton nella prima parte della carriera, ossia quella in cui l’inglese a ben guardare ha fatto le cose più incredibili e strabilianti, compreso il privilegio di sfiorare il mondiale addirittura nella favolosa stagione d’esordio 2007, quasi umiliando Alonso e perdendo di un niente a vantaggio della Rossa di Raikkonen.

Regolamenti sono il problema

Tutto questo per dire che queste cifre non autorizzano a festeggiare alcunché ma, al contrario, spingono a mettere sportivamente sotto accusa chi con regolamenti ingiusti, penalizzanti e alla resa dei fatti non equi, ha messo soltanto una Casa e il suo pilota di punta (Lewis o Nico, poco cambia) in condizione di vincere tutto per ben sette stagioni consecutive, senza mai intervenire per ristabilire un minimo di altrui chances.

Quindi, lo dico una volta per tutte: massimo rispetto per la classe sopraffina e stupenda di Lewis Hamilton, totale stima per il suo palmarés e per una carriera unica, consistente, priva d’errori marchiani o scivoloni veri. Plauso per questo suo essere e restare col naso all’insù, giacche il motore fritto a Sepang 2016 proprio non lo meritava e con esso neppure il mondiale andato millimetricamente a Nico Rosberg per puro opportunismo - anche se non demeritato dal tedesco -; però, per favore, stiamo buoni con ’sto record, che non è la prova della fantasticheria di Lewis Hamilton ma solo quella della follia, della sperequazione e della gestione deprimente dei regolamenti tecnici nell’era turboibrida tuttora imperante.

Confronto improbabile

Infine, un pizzico di rispetto anche nel far confronti che non stanno in piedi neanche con la lacca: Michael Schumacher arrivò in Ferrari nel 1996 di fatto ricostruendo da zero una squadra che non aveva senso compiuto, spina dorsale né cultura vincente.

Toccò a lui caricarsi sulle spalle tutto con cinque annate di purgatorio quasi infernale, prima di dar vita a un ciclo vincente profondamente imbevuto del metodo Schumi. Divenendo e restando iridato dal 2000 al 2004 malgrado a ogni pie’ sospinto le regole e i punteggi mutassero rendendo la conferma più difficile, fino a che nel 2005 la rivoluzione delle gomme che dovevano durare per tutto il Gp tarpò le ali al ciclo vincente della Rossa, praticamente per decreto.

Il vantaggio regolamentare

Stavolta con la Mercedes no. Si è partiti nel 2014 col turboidrido dandole un vantaggio siderale, la si lascia sfasciare il muso a tutto e a tutti per sette anni e ancora non si vede la fine di questo pestaggio voluto apparentemente per l’istinto buonista di una F.1 semielettrificata e quasi verdina a emissioni contenute, pelosamente inneggiante al futuro, carina e gentile con l’ambiente, ma anche no.

Campione sì, ma non troppo

Per questo tendo idealmente la mano a Lewis Hamiltion dicendo che è uno stupendo campione, ma non partecipo proprio per niente alla festa del record eguagliato e verificabile solo al pallottoliere, all’interno di una realtà che meriterebbe sterzate vere, inversioni a U e conversioni tali da eliminare per sempre lo scempio del turboibrido. Bravo Lewis, sei grandissimo a prescindere, ma sappi che la penso sempre allo stesso modo: vale più la saracinesca del custode di Fiorano nel ciclo Schumi, che il metallo fuso di tutte le coppe vinte dalla Mercedes in questa angosciante, pallosa e sfiancante, oltre che inutile, era turboibrida.