Finalmente una notizia che entusiasma, commuove e fa sentire tutti gli appassionati parte di una storia nobile, immensa e importante. La Ferrari che dal 2023 torna nell’endurance in quota Hypercar è un laico ed epico ritorno del Cavallino Rampante alla casa del padre, dopo mezzo secolo di lontananza, dai tempi della 312 PB, con l’ultimo mondiale vinto nel 1972 e la leggendaria fuga di Merzario alla 24 Ore di Le Mans 1973, non andata in porto solo a causa di un’inopinata perdita di carburante.

Era ora. Sì, non se ne poteva più di una Ferrari avvinghiata in un castrante ed esclusivo abbraccio a una F.1 sempre più astrusa, pallosa, monocorde e lontana dai gusti veri degli aficionados. I giochi si riaprono, l’orizzonte si riallarga, la trama narrativa della Rossa torna a respirare arie diverse e allo stesso tempo classicamente più salubri, pure e puriste, a rinnovare sfide antiche e lotte omeriche che ormai fanno parte della storia della letteratura, del cinema e della scienza e della tecnica, non più solo dello Sport.

E queste righe e tali pagine ora friggono di felice soddisfazione e di gioia bollente anche perché giusto un anno fa proprio quattro facciate di questa rubrica erano state dedicate a un’esortazione strozzata e quasi disperata, rivolta ai vertici della Rossa, a riaccettare le corse di durata in chiave di ricerca di vittoria delle classifiche assolute, a diversificare l’impegno agonistico e a ritornare alla radici più autentiche del mito Ferrari, che non può, non deve, né mai riuscirà a sfuggire alla sua vocazione endurance.

Endurance DNA Ferrari

Perché il DNA del Cavallino e anche la sua storia dicono, spiegano e raccontano chiaro che il mito Ferrari non deriva dalla F.1, ma da ben altro. Enzo Ferrari si mette a fare il costruttore usando il suo cognome per marchio a 49 anni d’età e a 60 è già inarrivabile leggenda non certo per i mondiali vinti da Ascari, Fangio e Hawthorn in F.1, quanto perché in pochissimi anni dal debutto in gara la Casa ha già gioiosamente maramaldeggiato nelle corse più belle e importanti del mondo.

Con auto sognate da chiunque, dai conti russi in esilio, fino ai bimbi messicani passando per le ereditiere di Palm Beach, e grazie a quelle imprese arriva una mitragliata santificante di titoli mondiali nel World Sports Car Championship istituito nel 1953, quindi tre anni più tardi della F.1.

Ecco, dal 1953 al 1961 la Ferrari vince tutto, ovvero sette mondiali, a parte due stagioni in cui s’affermano Aston Martin e Mercedes, costruendo una leggenda solo aritmeticamente avvicinata e toccata da altri, ma epicamente mai più sfiorata da nessuno.

Tanto che, quando poco dopo Henry Ford II vuol rifare il maquillage alla sua industria, cerca di acquistare la Rossa e poi di batterla in pista sul terreno vero, duro e puro in cui è nato e consolidato il suo culto: non certo in F.1, ma alla 24 Ore di Le Mans - vinta la prima volta già nel 1949, un anno dopo del primo shot alla 1000 Miglia, con Biondetti - e a cascata nelle altre classicissime, farcite da titoli iridati a pioggia.

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Il sacrificio per la F1

È da inizio 1974 che il Cavallino Rampante di fatto pensa solo alla F.1, perché soldi, energie e strutture per fare tutto e bene non ve n’eran più. Ma poi, in piena F.1 ricchissima e premiante, nel bel mezzo dell’era Ecclestone, vedi gli Anni ’90, la Ferrari si lega addirittura a doppia mandata ai Gran Premi, perché è Bernie Ecclestone a chiederlo espressamente, strappando a Montezemolo l’impegno di una Rossa solo ed esclusivamente dedicata per sempre a fare la primadonna nel mondiale della massima formula.

E giammai pronta a tradire in chiave Indy o Le Mans, ovvero, peggio ancora, Mondiale Sport (che dopo il 1992 manco esiste più, salvo tornare in chiave Wec dal 2012, dopo l’avvento di Todt alla Presidenza Fia), ovvero le sole realistiche alternative praticabili nei secoli dei secoli, amen.

La Ferrari inchiodata alla F.1. È questa la ragione per cui nella seconda metà degli Anni ’90 Montezemolo - in buon accordo con Ecclestone per la F.1 -, vedeva la Ferrari 333 Sp barchetta come fumo negli occhi, anzi, un vero intralcio peraltro reso possibile solo dalla grande e sincera passione di Piero Ferrari stimolato nel programma clienti da un gentleman driver di primo livello quale fu il compianto “Momo” Moretti.

L’avventura alternativa della Ferrari prototipi nell’Imsa e poi anche in Europa fu intensa, apprezzata, contrassegnata da bei momenti e trionfi - su tutti prima a Sebring e quindi a Daytona - e importante, ma mai troppo appoggiata dalla Casa madre. Tanto che, se è andata avanti e bene, va detto tecnicamente e tecnologicamente grazie a Michelotto. E in ogni caso da allora mai più l’idea di un nuovo prototipo Ferrari aveva mai toccato palla, a Maranello, perché la Rossa solo alla F.1 poteva e doveva pensare.

Perché è una scelta vincente

Ebbene, forse, al di là della questione del budget cap e dei bonus Fom o del premio prestigio & antica militanza, l’incantesimo maledetto s’è finalmente sciolto: la Ferrari, in altre parole, adesso grida orgogliosa al mondo che non si sente geneticamente fatta per essere fedele in esclusiva alla F.1, ma rappresenta, con rispetto parlando, una stragnocca non assoggettabile, una maliarda mutevole, uno spirito affascinante e libero, che in un battito di ciglia flessuose, come ogni femmina fatale, può continuare a ballare ma perfino cambiando cavaliere. In altre, poche e chiare parole, la Ferrari non pensa più alla F.1 quale unico terreno di sfida e cimento.

Primo, perché ha knowhow, strutture e possibilità per fare e animare tanto altro, rispetto ai Gran Premi. I miracoli realizzati da Coletta & C. in GT in questi anni sono un argomento consistente come un macigno, in tal senso.

Secondo, dal punto di vista politico ed esistenziale, la scelta Hypercar e Lmh della Rossa in chiave 2023 è anche un meraviglioso impeto di dignità, un sussulto d’orgoglio costruttivo e un meraviglioso segnale di indipendenza e incoercibilità inviato a tutto l’establishment della F.1, che da fine 2008 in poi, da una parte con la Fia gestita da Jean Todt e dall’altra prima con Bernie Ecclestone e poi con Liberty Media, per un motivo o per l’altro non ha mai preso una decisione che una in grado di permettere al Cavallino Rampante di esprimere appieno il suo infinito potenziale. Test quasi azzerati, sviluppi semiproibiti, gallerie del vento contingentate, arrivo dell’ibrido, crescita dell’importanza delle simulazioni sulla sintonia fine dei collaudi: niente negli ultimi tre lustri è mai stato lontanamente omogeneo a regole che potessero esaltare le caratteristiche della Ferrari nei Gran Premi. Da qui a dire che la Rossa sia reduce da tre lustri di temi tecnologici e filosofici dettati ad arte per fregarla, forse ce ne corre, però, di fatto, da allora niente di niente è mai stato fatto per evitare di isolarla, ferirla o impedire di metterla in condizione di perdere tanto e quasi sempre.

Ferrari su più tavoli

Per questo vedere la Ferrari che finalmente ricomincia - come ai bei tempi del Drake -, a giocare le sue partite su due tavoli, è una cosa che, permetterete l’ardire, fa bene alla vista ma anche al cuore, allo spirito e al senso della giustizia dello sportivo italiano e non solo italiano, perché in quelle poche righe del comunicato che ha bruciato l’aria nei giorni scorsi ci sono mica troppe notizie ma già infinite certezze di una luminosa autoconsapevolezza identitaria, allo stesso tempo antica e nuova. Poche storie, comunque vada, la Ferrari torna a essere fino in fondo la Ferrari. Quella che corre in F.1 ma va a Le Mans, possibilmente per vincere. La Casa che si fa tutto in casa per andare a sfidare il mondo ovunque, di giorno, di notte, per uno sprint bruciante o una maratona infinita, poco importa. Perché nessuna sfida è emendabile, derogabile o dribblabile con certificato medico, se ti chiami Ferrari. Fantastico.

2023, centenario della 24 ore di Le Mans

E certe volte anche i numeri ti vengono in soccorso, perché nel 2023 ricorre il centenario dalla prima edizione della 24 Ore di Le Mans e anche il cinquantenario dell’ultima stagione ufficiale disputata dal Cavalino nel mondiale Prototipi. E anche il settantennale dall’istituzione del mondiale Marche che, appunto, si diceva, proprio nel 1953 vide il successo iridato inaugurale a ruote coperte della Rossa, a dare la prima pennellata alla sua leggenda allo stesso tempo sognante, onirica ma anche concretissima. Altroché, stavolta siamo di fronte non solo a una notizia, ma a un’opera d’arte annunciata che dispiega effetti benefici fin da subito, senza attendere il 2023. Perché, per esempio, adesso e ari-finalmente, si sa che John Elkann non è uno svogliato, piccoso e annoiato finanziere, ma il Presidente della Ferrari che da mezzo secolo ad oggi ha creduto, crede e crederà più di tutti gli altri in un impegno multidisciplinare della Rossa nelle corse.

Un John Elkann che alla fine mostra d’avere spina dorsale, coraggio e cuore da prendere una decisione tale e quale al sogno e alla speranza più recondita del più sfegatato e romantico fans della Ferrari d’antan. E proprio per questo è ora di fargli un applauso e di tributargli una standing ovation, non solo a nome dei tifosi maranelliani ma anche per conto di tutti gli amanti più acculturati e sentimentali del motorsport. Perché, ecco, rivedere la Ferrari con ambizioni da assoluto nel Wec e a Le Mans vuol dire già, da qui e da ora, che le cose sono cambiate e nulla sarà più narrativamente come prima.

A ciascuno il suo ruolo

Che vinca o che convinca, la Ferrari Hypercar è un galvanizzante grido di libertà, una vittoria partigiana, la quale finalmente certifica che il piano orrendo di Ecclestone e Mosley di uccidere tutto l’automobilismo per tenere in vita soltanto il monopensiero della F.1 asettica, grondante dollari facili, pallosa e politically correct finalmente è naufragato per sempre.

La Ferrari che si rimette a giocare - e possibilmente in prospettiva a cercare di vincere -, su due tavoli sta a significare che le corse tornano ad avere un’identità sfaccettata e multiculturale, aperta e ossequiosa di una tradizione sportivamente meravigliosa e di una tecnologia che torna a esplicarsi più libera e creativa, all’interno di un panorama variegato e non più strozzato dall’odiosa e obbligata dittatura dei Gran Premi. In fondo è dal 1964 che un pilota italiano al volante di una Ferrari non vince a Le Mans e chissà, magari giusto sessantanni dopo, si correrà il forte rischio di provare a spezzare questo digiuno sgradevole.

Del resto, fino a un secondo dall’ufficializzazione dell’annuncio Ferrari del ritorno in salsa endurance, per godere di qualcosa di davvero emozionante nell’ambito delle corse a livello di possibili lotte iridate, bisognava sperare solo ed esclusivamente in qualche prodezza di Bottas all’interno di quel maleodorante monomarca mascherato che è la F.1 Mercedes oriented, nell’anno ottavo del turboibrido.

Adesso e da adesso no. La F.1 resta, col suo fascino e i suoi problemi. Ma accanto ad essa in chiave endurance sta (ri)fiorendo progressivamente un contraltare ricco di Case forti e cose belle, di storia da onorare e di notti magiche da vivere col cuore in gola. Torna la Ferrari nelle corse di durata e riemerge anche un certo modo di vedere, respirare e poetizzare le corse, che negli Anni ’60 e ‘70 fece grande l’Autosprint di Marcello Sabbatini che allo stesso tempo seppe dar lustro proprio alla magia dell’endurance ruggente.

La Ferrari di Elkann & Coletta, ciascuno nel suo ruolo, pronta a rinverdire fasti che sanno di futuro delizioso, è il segnale più rivoluzionario, benaugurante e lietamente pulito nel mondo delle corse dall’avvento del terzo millennio. Prepariamoci a tornare a trepidare, ad emozionarci, dunque, a stupirci e magari anche a sorridere, perché sta cambiando la storia delle corse e in meglio, rendendo tutti i cuori da corsa duri e puri orgogliosi d’aver resistito - un po’ ribelli, latitanti ma sempre e incoercibilmente sognanti -, alla macchia fino ad oggi.