Dopo quattordici anni di corse in Formula Uno il vero, ultimo grande e più maturo sogno di Lewis Hamilton si sta avverando, anzi, s’è praticamente realizzato. In questo sorprendente, spiazzante, teso e indecifrabile 2021 Hammer si trasforma gara dopo gara, momento dopo momento, nel più alto, nobile, impegnativo e pregnante dei suoi modelli: Muhammad Ali. Il Più Grande. The Greatest Of All Time. Goat.

Boxeur tre volte campione del mondo, icona planetaria di Sport e impegno sociale e soprattutto figura chiave nell’emancipazione degli afroamericani negli Stati Uniti e dei neri nel mondo, oltre che ministro religioso ed esponente di spicco dei black muslims statunitensi. E se nella carriera di pugile e nella storia di uomo di Ali c’è un momento, nel 1974, che tutto sublima, nobilita, esalta e rende per sempre indimenticabile la sua storia, ovvero la sfida coraggiosissima e disperata contro il terrificante picchiatore George Foreman, a Kinshasa, nel cuore dell’Africa nera, finalmente, gara dopo gara, in questo 2021 Lewis Hamilton ha trovato in Max Verstappen il top driver al titanio, spietato, cattivo e iperveloce, capace di chiamarlo all’impresa dall’esito tutt’altro che scontato.

Sì, a una Kinshasa sull’asfalto

Ali contro Foreman in foresta, nel ventre di mamma Africa, in Zaire, giorno dopo giorno sta diventando l’ombra epica e nobile che si proietta sulla sfida infinita tra Hamilton e Verstappen, la quale oramai sta assurgendo da confronto per il mondiale di F.1, a ideale remake del docufilm di Ali & Foreman medesimi, “Quando eravano Re”.

Lewis e Ali, le similitudini

Il dio dello Sport e il suo discepolo devoto, ovvero Ali e Lewis, punti di contatto ne hanno. Entrambi vengono dal nulla, laddove Louisville vale i sobborghi di Stevenage. Lewis e Ali sono anche felicemente, gioiosamente, orgogliosamente e paradisiacamente sinonimi, simboli e icone della black culture di due diverse epoche.

Lewis e Ali si elevano a campioni mediatici. Sanno mettere sotto pressione un rivale fin solo parlandone o parlandogli, in modo più parodistico e canzonante Ali, con stile felpato e insidioso Lewis. Sanno comunicare, farsi ascoltare, hanno il fascino per ipnotizzare l’uditorio e mai subiscono e sempre utilizzano la ribalta globale. Restano portatori di un messaggio egualitario che sa di Sport ma sa anche andare oltre lo Sport, pur mai sfociando nella militanza antagonista. Un comportamento che non rifugge, anzi, trova l’ideale completamento nell’impegno, nello schierarsi e nel proporre un’identità socioculturale fondante e da tutelare.

Entrambi pensano che lo Sport non sia un pianeta a se stante e incontaminabile bensì strumento non solo d’affermazione agonistica personale, ma anche tribuna privilegiata per farsi ascoltare su temi di importanza extrasportiva indifferibile. E per entrambi v’è la tendenza a proporsi non tanto come leader di potere ma inevitabilmente quali opinion leader, voci forti, esempi decisi e decisivi, editorialisti filosofici e politici in grado di contribuire a cambiare il mondo, influendo non solo nelle classifiche iridate, ma nella propria epoca.

Lewis e Ali, le differenze

C’è chi liquida la faccenda delle differenze tra i due in quattro parole, dicendo che Ali resta il modello per un mondo migliore, mentre Lewis ne è solo il fotomodello, ma è una battuta. La verità è che in Ali resta costante, accanto alle componenti meravigliose del coraggio, della classe, dell’onestà intellettuale, un filo di genuina ingenuità che in Lewis non è lecito ravvisare. Ali lasciava perplessità sul fatto che potesse essere a tratti più eterodiretto che autonomo, non coartato ma fortemente influenzato dai Black Muslims, dal manager Herbert Muhammad, poi dagli influssi benefici o venefici del promoter Don King ovvero dagli assegni di mantenimento delle mogli, a fare di lui a tratti il passeggero e non solo il nocchiero della sua nave esistenziale, socio-politica e financo economica.

Lewis Hamilton no. Lewis è uno che si è autobiograficamente affrancato da chiunque, negli anni. Perfino dal padre, evitando a oggi pure di prender moglie. Single dichiarato, autonomo, indipendente, chic, fashion victim, crowdsurfer, tatoo lover, rockstar coi cavalli vapore al posto dei decibel e l’Mgu-h al posto della Fender, Lewis non ha neppure il condizionamento della religione a imbrigliarlo, pur affondando a piene mani in una spiritualità profonda e ben praticata.

Ma se Ali era un miliardario paradossalmente frugale, Lewis non lo è affatto, risultando altresì gaudente e giocoso amante del glam e dello chic. In Lewis non v’è la sofferenza di Ali, l’emarginazione ai tempi del Vietnam, la caduta prima e dopo il primo incontro con Frazier, la drammaticità e la violenza intrinseche subite a seguito delle sue posizioni politiche e antirazzistiche. Ali schierandosi si gioca il titolo, la carriera, la ricchezza, forse la vita. Lewis indossando una maglia e una Mercedes nere dice coraggiosamente la sua, ma, per fortuna e meno male, non rischia niente. Poi c’è la faccenda del carisma e lì, rispetto ad Ali, Lewis sta sotto di tre palmi. The Goat è e resta lo sportivo più seguito, amato e conosciuto di tutti i tempi, dalle Olimpiadi della Grecia classica a oggi. Non è solo Il Più Grande, ma vale un capo di stato, un capopopolo ecumenico, un Mahatma, un grande spirito unificante e un paradigma dell’emulazione affratellante. Muhammad Ali è la fonte d’ispirazione, Lewis Hamilton si pone come un campione a lui e da lui stupendamente ispirato.

Max finalmente è l’arcirivale

Ma andiamo al cuore della faccenda. Fino a oggi Lewis Hamilton aveva un problema più narrativo che pratico, nella sua stupenda carriera.

Non aveva trovato l’arcinemico, l’archetipo del rivale, il cattivo assoluto. Per questo non aveva il dono dell’epicità né nei suoi trionfi né nelle sconfitte. Vincere un mondiale facendo piangere Felipe e Titonio Massa non può sublimarti.

E tantomeno perdere d’un soffio da Nico Rosberg che poi si dà a vita buona, nell’eremo di Montecarlo. E gli altri titoli ottenuti con una Mercedes che va come un’astronave contro i furgoni del latte, poco spostano, compresi gli anni della Ferrari autolesionista che si rompe sempre a fine stagione (2017) e di Vettel coi nervi scossi che si mette a sbagliare (2018), con masochismo alla Tafazzi, mentre Lewis pare il furbone del lattex. Intendiamoci, Hamilton ha meritato ogni titolo, cento di queste gare e ogni pole, ma a oggi gli è sempre mancato il tocco epicizzante del controaltare tosto a rendere impossibili e sbalordenti i suoi mille allori.

Ecco, ora la faccenda finalmente è diversa

L’epica riconquista a Kinshasa 1974 del titolo di Ali dopo l’esclusione dal mondiale per la renitenza alla leva a causa del Vietnam vale l’ottavo possibile titolo iridato di Lewis.

Son due bandiere sulla luna dello Sport, traguardi da favola, raggiungimenti che creano culto. E eventi del genere hanno bisogno di un Gran Cattivo, mica di Ridolini. Dell’Antagonista Giurato e spaventoso. Come Mefisto per Tex, Lex Luthor per Superman, Ginko per Diabolik o il Joker per Batman. Lo diceva Walt Disney: chiunque può fare la parte del Buono che si fa amare, anche un papero, un topo o un cerbiatto, purché il cattivo sia disposto fino in fondo a fare la sua parte. E Max Verstappen in questo ruolo, nella parte dell’Arcidiavolo guastafeste, appare soggettisticamente perfetto. Nessuno come lui, perdendo, darebbe spessore all’ottavo titolo di Lewis, nessuno come lui, vincendo, ne giustificherebbe la sconfitta.

Lewis Vs Max, il senso di una rivalità

Max contro Lewis non è solo una sfida a due o un confronto di Sport, ma molto di più, ormai. La lotta tra due filosofie, tra corporation, altrettanti clan e modelli di vita del tutto opposti. Lewis Vs Max è anzitutto Mercedes Vs Red Bull. La bella, lo spareggio avvelenato tra i due marchi che hanno monopolizzato la F.1 nel secondo decennio del terzo millennio, Red Bull chiudendo il ciclo aspirato, Mercedes aprendo e dominando quello turboibrido. E con essa, il regolamento dei conti tra clan che si odiano. Non dei marsigliesi ma degli austriaci: c’era una volta la lotta di Lauda & Wolff contro Marko tenuto lì da Mateschitz: adesso Wolff è più leader unico e maximo, mentre con Marko c’è Horner, ma questi si detestano da mo’, quindi è ora di gettare le penne per aria e far caciara una volta per tutte. Lewis Vs Max è una guerra tra due piloti sopraffini e diversi, il primo attaccante e iper-razionale, velocissimo e dolce, composto schermidore che danza da farfalla e punge come un’ape, il secondo aggressivo, felino, ipervitale, istintivo e mordace. Il picchiatore puro.

Poi c’è il fuori abitacolo. La dialettica e il modo di porsi coi media. Tanto felpato, misurato, tattico e strategico nelle dichiarazioni Hammer, quando diretto, frontale e contundente l’olandese. Lewis viene dal nulla, dalla sua classe e da un capriccio buono di Ron Dennis che decide d’appoggiarlo quando il commovente e tostissimo baby ha dieci anni d’età e corre in kart.

Max, all’opposto, è figlio di Jos, pilota di F.1, e respira aria di paddock dal primo warm-up nell’incubatrice. Culturalmente Lewis Hamilton negli anni è assurto sempre più a modello d’impegno politico e sociale in favore delle istanze non solo egualitarie dei neri, ma anche e soprattutto di denuncia contro gli episodi di violenza e razzismo non solo strisciante che hanno insanguinato l’America, con l’avvento del movimento Black Lives Matter. Una corrente culturale e di sensibilizzazione molto più ampia, variegata e complessa del movimento stesso, i cui rivoli dal 2020 sono arrivati a cambiare e rivoluzionare perfino il cerimoniale introduttivo dei Gran Premi e la colorazione delle Mercedes, virate dal quasi secolare argento al nero identitario fortemente voluto da Lewis. Il gesto mediatico di rottura più grande nel mondo dello Sport dai pugni guantati dei velocisti Smith e Carlos alle Olimpiadi del Messico 1968, anche se in quel caso v’era rabbia antagonista e in questo solo istanze migliorative e riparatorie. Di sicuro Lewis è orgogliosamente schierato, esposto, imbevuto di fermenti identitari, mentre Max rappresenta, volente o nolente, l’opposto.

L’olandese è atleta e pilota che corre per vincere e basta. Cerca nello Sport e nella F.1 lo strumento per confermare d’essere il più bravo, scava per cercare l’oro del successo, certo d’essere uno destinato a trovarlo e in questo è molto più imbevuto d’etica protestante di quanto sappia d’esserlo. In altre parole, il confronto tra il vecchio e il giovane non c’entra niente e, più che i colori della pelle, sono due differenti filosofie a scontrarsi, dalle radici di Max Weber a quelle di Martin Luther King. Oltre a un affascinante fattore selettivo in più: Lewis Hamilton e Max Verstappen sono i due debuttanti più sensazionali nella storia del Motorsport. Il primo, nel 2007, sfiora il titolo all’esordio facendo sudare i mostri sacri, il secondo assaggia la F.1 da minorenne, andando fortissimo e costringendo le autorità a cambiare le regole per impedire da lì in poi ai minori l’accesso ai Gp. Adesso, fatalmente, i due stanno spareggiando. Ed è cosa buona e giusta. Prima o poi doveva andare così.

Ecco perché Max vale George Foreman

George Foreman a Kinshasa 1974 aveva ventisei anni, Max Verstappen a Abu Dhabi 2021 ne avrà ventiquattro. Muhammad Alì ne denunciava trentatré, Lewis Hamilton trentasei. Generazionalmente siamo lì. Foreman era imbattuto, Ali no. E in effetti Hamilton nel 2016 le ha prese da Rosberg, che comunque non vale Smokey Joe Frazier, però gli ha sporcato il ruolino, ammaccandogli il nasino. Verstappen, proprio come Foreman pre-Kinshasa, non ha mai assaggiato il tappeto, non è mai stato messo in crisi da nessuno, ha picchiato e basta. S’è limitato a devastare, deglutire e digerire chiunque abbia avuto la sventura di confrontarsi con lui a parità di macchina, in seno a Toro Rosso e a Red Bull, mostrandosi anche teoricamente imperforabile nel confronto diretto in pista contro tutti gli altri. Sente che il solo in grado davvero di batterlo, intimidirlo e dargli delusioni è se stesso.

Può temere solo la sua metà oscura, la parte irrazionale, quella aggressivamente distruttiva e autodistruttiva che in genere s’avvinghia agli immaturi, anche se lui il faticoso, travagliato e salvifico cammino di liberazione dagli istinti sembra ormai averlo portato a compimento, eppure non si sa mai. Perché il demolition derby di Monza 2021 è una scheggia inquietantemente balenante su cui si specchiano dubbi, nodi non sciolti e furori a tutt’oggi mica per niente risolti.

Per questo, per carattere iperdeterminato, agonismo non mediabile, aggressività istintuale esplosiva e capacità concreta di fare il match, Max Verstappen vale esattamente ed esplosivamente il George Foreman d’allora, con la sola differenza che al tempo Big George era campione dei pesi massimi in carica, mentre ora l’olandese è il challenger del Circus. Perché il mondiale 2021 vale Kinshasa Per il resto, anche se il buon Stefano Domenicali e Ross Brawn di Liberty Media non hanno niente in comune con il dittatore Mobutu Sese, terribile artefice di Rumble in The Jungle, o con Don King, il promoter dai capelli elettrificati, il mondiale F.1 2021 vale sempre più giorno dopo giorno, gara dopo gara, Kinshasa 1974. Un confronto strategico e tattico sfiancante, con ciascuna gara che vale un round, botte da orbi a ogni occasione, bordate prese all’angolo e traumi ricevuti o sfiorati come Silverstone e Monza, a dare brividi e drammaticità a una sfida infinita e priva di remissione. E proprio come nei primi otto round di Kinshasa, Verstappen-Foreman sta piazzando bordate terribili e Ali-Lewis gioca di mestiere fin dall’inizio dell’anno, cercando di difendersi in clinch pungendo, nel frattempo provando a sfiancare l’avversario, in questo caso soprattutto sul piano psicologico, anche se a oggi Max non mostra crepe, solo momenti in cui riprende comprensibilmente fiato. È appena finito il quindicesimo dei ventidue round. Sui cartellini dei giudici Lewis Hamilton ha un vantaggio di due punti, ma il margine è assolutamente insignificante se rapportato alle sette riprese che mancano al gong finale. Ai rispettivi angoli i secondi passano le spugne sulle fronti, gli sfidanti sono in piedi, pronti a riprendere l’incontro e si guardano muti e determinati.

Finalmente la F.1 ha Rumble in The Jungle

È davvero il più bel mondiale di tutti, questo? È ancora presto, per dirlo. Perché manca ancora tanto alla fine e chissà come andrà. Tuttavia, per come s’è messa, non sembra esserci spazio per un epilogo banale.

Di più. Entrambi i contendenti paiono avere abbastanza classe e cavalli da stare, inconvenienti e penalty a parte, vicini e contigui a ogni gara, praticamente nello stesso fazzoletto d’asfalto, da qui alla fine. Lasciando intravvedere concrete possibilità di scambi adrenalinici a centro ring e anche di colpi ricchi di velenosa magia.

Tanto che, più di un finale prima del limite, l’attesa ragionevole è quella di un’emozionante e liberatoria lettura dei cartellini, da attendere tutti a occhi chiusi, al termine della gara di chiusura, tra le scintillanti tenebre di Abu Dhabi. Col, fascino della split decision, del verdetto non unanime, magari chiaro, netto, ma che lascia sempre spazio a interpretazioni e dubbi. Questo, adesso, è nell’aria e contribuisce a rendere ancor più nucleare e radioattivo il contatore geiger dell’agonismo in atto. Comunque vada a finire, anche l’automobilismo da corsa finalmente ha e avrà la sua Kinshasa, la sfida epocale, infinita e autoconclusiva tra due atleti in grado di scrivere una pagina indimenticabile di Sport e di Vita.

Forse più di Fuji 1976 tra Hunt e Lauda, perché in quell’occasione la lotta nell’uragano era ormai impari tra un pilota integro e un altro ancora offeso dal fuoco, mentre stavolta i due sono al massimo, addirittura, presumibilmente, allo zenith delle rispettive carriere. Cari Lewis e Max, forse la vivrete insieme la notte più intensa della vostra vita, come Ali e Big George, e nel caso vi accomunerà per sempre e non la dimenticherete mai. Vinca il migliore, certo, ma intanto sta vincendo, ha già vinto, la Leggenda. Gong.

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