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Kimi e Fernando, quando si ama chi perde

© sutton-images.com

E alla fine la domenica bestiale c’è stata davvero, lasciando in tutti noi un sapore strano al palato. 

Peraltro deliziato dalle due corse più classiche in monoposto, disputate sugli scenari strutturalmente più immutabili e opposti del Pianeta Terra: la cunicolare e ansiogena Montecarlo F.1 bordata di rail e la classicissima e semi-autostradale Indy 500, cinta da mura gloriose come quelle aureliane per Roma, quand’anche aggiornate ai dettami salvavita delle barriere Safer. 

Ebbene, due gare, due vecchi eroi sugli scudi. 

Il primo, il quasi 38enne Kimi Raikkonen, che in F.1 non vince dal Gp d’Australia 2013 con la Lotus.

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Il secondo, Fernando Alonso, quasi 36enne, a digiuno di trionfi dal Gp di Spagna 2013 con la Ferrari migrato in America in cerca di riscatto.

Astinenze quadriennali dal nettare del successo a gridar vendetta.

Monaco e Indianapolis erano le loro prove del fuoco per dimostrare di avere dignità da veri campioni del presente, con una bella dose di futuro ancora davanti.

Sfide diverse ma micidiali e quasi impossibili.

Eppure entrambi, paradossalmente, pur non vincendo, hanno letteralmente trionfato nel cuore degli appassionati, restituendo sorrisi, entusiasmo e gusto dell’innamoramento per il duplice tentativo eroico dell’impresa epica, che da tanto mancava nelle surrenali dei race fans incaricate di secernere adrenalina.

Kimi Raikkonen, già poleman - il Principato in certi magici weekend desta classi antiche e sopraffine, come accadde nel 2012 all’immenso Schumi, miglior tempo a 43 anni suonati anche se penalizzato in griglia -, a Monaco è scattato in testa dominando la prima frazione di gara, finendo poi sopravanzato da Vettel e secondo alla fine, peraltro accettando con un muso grande come quello di un Tir Scania il verdetto della bandiera a scacchi.

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Alonso, anche lui imperiale in qualifica - e quinto in griglia - a Indy è scattato solo 9° prendendo tuttavia il comando delle operazioni già al 35° giro e disputando da lì in poi una corsa grandiosa e sempre all’attacco, da protagonista assoluto. 

Finendo purtroppo piantato in asso dal motore Honda quando mancavano solo 23 dei 200 giri totali al traguardo e la clamorosa vittoria sembrava tutt’altro che irraggiungibile. Dopo un mese di maggio vissuto da protagonista a Indy, in progressione velocistica continua e impressionante, senza fare neppure una riga alla carrozzeria.

Due prestazioni diversissime tra loro, in contesti non paragonabili, ma che comunque hanno avuto il merito di creare un’inattesa standing ovation a Indianapolis, con migliaia di statunitensi in piedi per applaudire Fernando dopo il ritiro e perfino una torrenziale levata di scudi sui social in favore del ritrovato, coccolatissimo e inaffondabile “Iceman”.

In poche parole, due bagni di folla osannante che col senno di poi hanno provocato suggestivi parallelismi col commovente e mitologico addio al calcio del quasi coetaneo Francesco Totti

Con la grande, immensa e tranquillizzante differenza che Kimi Raikkonen e Fernando Alonso hanno dimostrato d’avere ancora uno stupendo futuro al volante di una monoposto da corsa.

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“Iceman” nel mondiale con la Ferrari e “Matador”, se vorrà, come minimo, di nuovo a Indianapolis, l’anno prossimo, Formula Uno permettendo.

A rinnovare fascino e brividi di una domenica che s’è rivelata non solo bestiale ma anche per certi versi ideale tanto quanto Oscar Wilde considerava la sigaretta, secondo lui prototipo perfetto di un piacere altrettanto perfetto. 

Perché è squisita e lascia insoddisfatti. 

Proprio come la giornatona della gara di Montecarlo e della Indy 500, rispettivamente vinte da Vettel e Sato nonché purtroppo perse ma stupendamente glorificate da Kimi e Nando

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